
Desidero motivare in sintesi il perché i liberali scelgono di astenersi dal voto nei cinque referendum dell’8-9 giugno .
Innanzitutto, perché i temi dei quesiti non sono riducibili a scelte emotive del tipo giusto sbagliato, né decisi applicando i dettami di testi sacri. Sono materie complesse che non possono prescindere da normative articolate, elaborabili dalle Camere rappresentative e non tramite quesiti ideologizzanti e con fini manipolativi.
I referendum di giugno sono in base all’art.75 comma 4 della Costituzione, e perciò consentono una modifica delle decisioni parlamentari solo previa partecipazione al voto di metà più uno degli iscritti nelle liste elettorali. Dunque non è affatto vero che votare sarebbe un dovere civico e una prova di maturità democratica. Nel caso dei referendum ex art.75 , la scelta delle Camere – a differenza dei referendum Costituzionali ex art.138 – è sovraordinata a quella dei cittadini e, per cambiare la scelta, è indispensabile che i cittadini votanti superino la soglia di legge.
Ne consegue che in tali referendum, secondo la Costituzione, un cittadino, nel caso non voglia abrogare in tutto o in parte una scelta delle Camere, può esprimersi in due modi : o votare direttamente no alla proposta di modifica oppure astenersi dal voto puntando sul non raggiungimento del quorum. Sono due scelte di voto ugualmente legittime. Nel caso di oggi, l’astensione è di certo lo strumento più efficace per conservare le decisioni assunte dalle Camere, in materie difficili e molto incisive sulla convivenza. Perciò i liberali scelgono di astenersi dal votare.
Passo ora dallo strumento usato per contestare le modifiche proposte nei quesiti dei referendum, alle ragioni di merito, quesito per quesito, per contestare le modifiche proposte.
Il primo dei cinque quesiti , formulato dalla CGIL, chiede di cancellare la disciplina sui licenziamenti contrattualizzata nel 2015 (Jobs act del governo Renzi), secondo cui, nelle imprese oltre i 15 dipendenti, in diversi casi di annullamento giudiziario del licenziamento, non è previsto il reintegro nel posto di lavoro bensì un indennizzo economico fino ad un massimo di 36 mesi. L’obiettivo della CGIL è impedire licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo. Un simile obiettivo irrigidisce il rapporto di lavoro entro norme preordinate applicate dai giudici, che non danno spazio adeguato alle valutazioni produttive degli imprenditori e così ingessano il mercato del lavoro. Con danni per tutti.
Con il secondo quesito, la CGIL chiede più tutele per chi lavora nelle piccole imprese, quelle sotto i 16 dipendenti. Qui un lavoratore può ottenere un risarcimento fino a 6 mensilità e il referendum vorrebbe alzare le tutele dei lavoratori. Anche qui, il rapporto di lavoro sarebbe irrigidito in norme preordinate applicate dai giudici, senza distinguere le dimensioni aziendali e senza dar spazio alle valutazioni produttive degli imprenditori sui costi e ricavi. Di nuovo ingessando il mercato del lavoro e facendo danni.
Il terzo dei quesiti referendari riguarda ancora il Jobs act e inoltre l’intervento più recente del governo Meloni al fine di ridurre la piaga del precariato (lavoro a tempo determinato). Oggi i contratti a termine fino a 12 mesi possono non avere causali per il tempo determinato. La CGIL afferma di voler rendere il lavoro più stabile ripristinando le causali per i contratti a tempo determinato. Di nuovo. Il terzo quesito vorrebbe al solito irrigidire il rapporto di lavoro in canali prestabiliti per legge, ponendo nuovi vincoli alle scelte imprenditoriali. Il che danneggia tutti.
Il quarto quesito riguarda salute e sicurezza sul lavoro, vale a dire il Testo unico del 2008. E mette nel mirino appalti e subappalti, al fine di rimuovere negli appalti, in caso di infortunio, il divieto dell’estendere la responsabilità all’appaltante. Così, afferma la CGIL, si limiterebbe il ricorso ad appaltatori senza solidità finanziaria, e quindi si garantirebbe maggiore sicurezza sul lavoro. Anche il quarto quesito affronta in maniera semplicistica e frettolosa problemi intricati di rapporti tra soggetti economici diversificati negli interessi e nella ragione sociale. Pure esso si tradurrebbe in danno per la fluidità economica.
Il quinto quesito referendario non è sul lavoro, e riguarda il tempo necessario ad un adulto cittadino extra UE residente in Italia, per chiedere la cittadinanza italiana. Oggi, per la legge del 1992, sono 10 anni (tra i più lunghi nell’UE), l’obiettivo del referendum è ridurlo a 5 anni (riducendo implicitamente anche la procedura in essere per i minori stranieri al fine di acquisire la cittadinanza italiana in via automatica). I sostenitori del quesito vorrebbero tornare alle norme ante 1992 per gli stranieri stabili in Italia. Tuttavia, al di là di questa volontà ottimistica, resta il fatto che già oggi l’Italia riconosce un numero di nuove cittadinanze molto più alto rispetto a diversi paesi UE e inoltre che non si curano abbastanza importanti aspetti della cittadinanza (la conoscenza della lingua parlata e scritta, delle leggi, della cultura ed infine il tema reddituale). Nel complesso, il dimezzamento dei tempi per la cittadinanza sarebbe privilegiare l’affidarsi alle ali delle emozioni facendosi abbacinare dal mito dell’uguaglianza di tutti al di là del diritto nel convivere. In conclusione, costituirebbe un provvedimento frettoloso su una questione non ancora maturata. Ancora un danno alla convivenza.
Quanto ho scritto fin qui, mette in luce che astenersi l’otto giugno è una precisa scelta, adoperando lo strumento disponibile, a favore delle istituzioni rappresentative parlamentari e dell’individualità dei cittadini.
Delle istituzioni parlamentari perché al loro puntuale lavoro legislativo sono in larga parte legate le decisioni pubbliche. Un lavoro da rispettare fin quando legiferano previe meditate valutazioni sui reali rapporti nel convivere. Quando non lo fanno – come nel 2016 con il profondo cambio della Costituzione, tentato da Renzi non pensando alla libertà dei cittadini bensì alle proprie elucubrazioni di potere – allora vengono bocciate da un’alta partecipazione dei cittadini, nonostante in quel caso non ci fosse il quorum.
E infine a favore dell’individualità dei cittadini, perché ognuno ha la facoltà di decidere le propre scelte e il mezzo con cui esprimerle. Senza sottoporsi alle sollecitazioni mediatiche e alle mode che vorrebbero imporre il presunto bene comune e il politicamente corretto.
In sintesi, sono queste le ragioni dei liberali, fondate e realistiche, per astenersi al voto l’8 giugno. Se i quesiti referendari fossero approvati, non solo non aumenterebbe davvero la sicurezza del lavoro e dei lavoratori, ma si complicherebbero assai i rapporti economici tra le parti, diminuirebbe la produttività del sistema, arretrerebbe la lotta per i diritti. La storia insegna che questa lotta non si combatte agitando speranze. Si combatte con l’innovazione che consente l’esprimersi delle nuove iniziative di chi intraprende e di chi assicura mano d’opera. E migliora le condizioni della convivenza.
Raffaello Morelli

Lascia un commento