Le giornate bolognesi organizzate con professionale efficienza dal quotidiano “la Repubblica” hanno avuto un successo superiore alle migliori previsioni. Una sorta di plebiscito, anzitutto.

È stata sicuramente una manifestazione di massa, come si diceva una volta. Piazze, teatri, centri civici gremiti di folla venuta ad ascoltare con voluttà il fondatore, il direttore, i redattori e i collaboratori del giornale: il quotidiano che è la principale fonte di informazione e di formazione politica di gran parte dei cittadini del posto. Sullo sfondo l’ipotesi della nascita di una lista civica, fiancheggiatrice del PD, alle prossime elezioni: un’OPA sul partito di Bersani, hanno detto i maligni.
Ma poiché l’evento costituisce comunque, e di per sé, una straordinaria novità politico-mediatica, torna opportuna qualche riflessione. Lo faccio avvertendo i miei 25 lettori che sono le considerazioni di un liberalsocialista parmense, animato da una congenita propensione critica nei confronti di Bologna e del modello post-comunista emiliano.
Intanto, vien fatto di chiedersi: perché le milizie di “Repubblica” hanno scelto Bologna, e non Milano, o Roma, Firenze o Napoli?
Rispondo: perché a Bologna c’è, a sinistra, un enorme vuoto politico e di leadership da colmare.
Bologna è stata costretta, in mancanza di carismatici leader locali, a ricorrere, per l’elezione del sindaco, ad un “papa straniero”, con esiti a dir poco insoddisfacenti. Il cremonese Cofferati non si è ambientato a Palazzo d’Accursio; poi il disastro del mantovano Del Bono, errabondo nei mari del Sud con fidanzata appresso. Da ultimo il dramma personale del popolarissimo Maurizio Cevenini e il ripiegamento su Merola
Sembrano lontani anni luce i tempi dei leggendari sindaci di ‘Bologna la dotta’: Giuseppe Dozza, Guido Fanti e Renato Zangheri, che per un breve periodo sarà anche Presidente dei deputati del PCI. Ecco perché Eugenio Scalfari, Ezio Mauro, Bernardo Valli e perfino Concita De Gregorio hanno avuto un’accoglienza calorosa e festosa, come altrettante “guide” politiche cui affidarsi. Insomma: le idee e il partito di Repubblica come alimento politico per migliaia di militanti in cerca di nuovi condottieri. Una sorta di benevola e gradita colonizzazione, convalidata non solo dal pathos che si respirava nei convegni, ma, in modo assai significativo, dalla concessione della cittadinanza onoraria allo scrittore Saviano: il personaggio fascinoso indicato come il possibile porta-bandiera della lista civica a supporto del claudicante PD.
In fondo, anche la classe dirigente del PD ha accolto di buon grado il soccorso “repubblicano”, a fronte del preoccupante declino del consenso che ha caratterizzato le recenti consultazioni elettorali. Il partito di Bersani ed Errani ha perso l’11 per cento dei voti alle ultime elezioni regionali. È di questi giorni la disfatta di Parma e l’insediamento del movimento delle 5 Stelle anche in città e paesi dove il PCI conquistava in passato la maggioranza assoluta.
L’importazione di leader sembra rispondere, oltre che ad una esigenza localistica, anche a ragioni di carattere nazionale.
Una analisi retrospettiva, naturalmente discutibile, compiuta ad esempio da Giuliano Ferrara, mette in evidenza la storica infecondità del comunismo emiliano per quanto riguarda la “produzione” di leader di rango nazionale e, tanto più, internazionale. L’eccellenza sembra circoscritta al buongoverno regionale e locale. Due, e soltanto due, sono gli emiliani di scuola comunista che hanno dato buona prova come ministri: il piacentino Pierluigi Bersani, che affronta ora la sfida della candidatura alla guida del governo della Repubblica, e il langhiranese Giacomo Ferrari, il Ministro dei Trasporti del secondo governo di unità nazionale agli albori della rinata democrazia. Giacomo Ferrari, già leggendario comandante partigiano poi amatissimo Sindaco di Parma, aveva così ben operato come promotore della ricostruzione nazionale che De Gasperi lo avrebbe voluto come suo collaboratore “tecnico” anche nel governo costituito dopo la rottura del patto di unità nazionale.
Solo Guido Fanti, primo presidente della Regione Emilia-Romagna, aveva acquisito un meritato prestigio nazionale, tanto che Enrico Berlinguer lo aveva voluto in Parlamento nella prospettiva, poi venuta meno, di elevarlo al rango di ministro nel governo di “compromesso storico” con la partecipazione diretta di esponenti del PCI.
A questi “maggiori” emiliani si deve aggiungere Nilde Iotti, Presidente della Camera dei Deputati, che beneficiava anche della luce riflessa del “Migliore”, il suo storico compagno di vita Palmiro Togliatti.
Ora Bersani è atteso alla prova del “gran balzo” nell’agone nazionale: nelle primarie e successivamente, se vittorioso, nella consultazione generale ormai vicina.
Resta l’incognita del seguito che avrà l’intensa mobilitazione a latere del corpo organizzativo del Partito Democratico, che ha avuto il suo primo banco di prova nelle recenti giornate bolognesi di “la Repubblica” presentate con linguaggio un poco irrispettoso, come necessaria “trasfusione extra-corporea” in un soggetto anemico.

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