
Il 16 settembre del 2022 Mahsa Amini moriva mentre si trovava sotto la custodia delle autorità iraniane. La giovane curda avrebbe compiuto 22 anni solo quattro giorni dopo. La sua uccisione ha provocato una significativa scia di proteste contro le autorità iraniane e i religiosi al governo della Repubblica islamica sin dalla rivoluzione del 1979. Oggi, 365 giorni dopo quell’avvenimento, l’ondata di dissenso sembra essersi stemperata. Complice la durissima repressione messa in atto da Teheran, la spinta delle manifestazioni è andata via via ridimensionandosi. Il movimento innescato da Mahsa Amini aveva un carattere spontaneo, acefalo e privo di una leadership e di istanze unitarie. In questo focus ripercorriamo quanto accaduto, tentando un bilancio sul piano umanitario e politico (interno e internazionale). Quelle innescate dall’uccisione di Mahsa Amini sono state, infatti, le proteste di piazza più significative e diffuse da quando, più di 40 anni fa, un movimento eterogeneo riuscì a porre fine alla dittatura dello scià Mohammad Reza Pahlavi, venendo poi progressivamente epurato delle sue molteplici componenti subito dopo la nascita della Repubblica islamica.

Cosa è successo: la morte di Mahsa Amini e le manifestazioni
Il 13 settembre Mahsa Amini viene arrestata dalla polizia morale a Teheran, con l’accusa di aver violato il rigido codice di abbigliamento della Repubblica islamica e il biasimo di essersi macchiata di “bad hijab”, l’uso improprio del velo. Tre giorni dopo, il 16 settembre, la giovane originaria di Saqqez, nel Kurdistan iraniano, muore in un ospedale della capitale. Le autorità sostengono abbia avuto un infarto dopo essere stata portata in una stazione di polizia. Tuttavia, la sua famiglia nega che avesse problemi cardiaci. Questo caso di cronaca inizia a creare un sentimento di sdegno sui social network e il presidente Ebrahim Raisi, salito al potere un anno prima e parte della fazione conservatrice della Repubblica islamica, chiede un’indagine sull’accaduto. Il 17 settembre, durante il funerale di Mahsa Amini nella sua città natale, scoppiano le prime proteste, che ben presto si estendono al capoluogo di provincia e ad altre città del paese.

Le piazze scandiscono slogan come “Morte al dittatore”, in riferimento alla guida suprema iraniana Ali Khamenei, e sui social iniziano a circolare immagini di donne che si tolgono il velo e lo bruciano. Nei giorni successivi le sollevazioni si estendono a macchia d’olio e si verificano i primi scontri tra manifestanti e apparati di sicurezza in varie zone del Kurdistan, eventi che provocano le prime vittime: il regime risponde organizzando contro-manifestazioni filogovernative e limitando l’accesso a Instagram e Whatsapp. Il presidente Raisi, inoltre, lascia intendere che i disordini potrebbero essere frutto di un complotto ordito da forze straniere e allo stesso tempo gli USA sanzionano la polizia morale per quanto accaduto.
Il ruolo di internet
Un ruolo importante nella diffusione delle mobilitazioni è svolto dai numerosi video che circolano online. L’hashtag #MahsaAmini è tra i più visualizzati. Internet è il canale che ha permesso una diffusione ampia e rapida del movimento in tutto il paese. Grazie alla rete le notizie di quanto accade, inizialmente solo in Kurdistan e a Teheran, circolano ovunque, ed è con il passa parola sui social che le persone vengono a conoscenza dei raduni e si organizzano per scendere in piazza.

Le autorità iraniane interrompono quindi l’accesso a internet in tutto il paese, in modo discontinuo ma frequente. A partire dal 21 settembre, e per ordine del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, vengono bloccate diverse applicazioni di messaggistica e social media. Twitter (oggi X) e Facebook sono ufficialmente vietati nel paese dal 2009, nonostante alcuni esponenti politici iraniani possiedano un account e abbiano condiviso i propri post regolarmente. Secondo Human Rights Watch, le autorità iraniane utilizzano lo strumento della censura della rete (parziale o totale) per cercare di limitare la diffusione di proteste e manifestazioni di piazza. È importante ricordare che bloccare l’accesso a internet viola il diritto alla libertà di espressione e all’accesso alle informazioni, oltre che il diritto alla libertà di riunione pacifica e associazione, sanciti dal Trattato ONU sui diritti politici e civili, di cui l’Iran è paese firmatario. In base al documento, la Repubblica islamica ha l’obbligo di garantire che ogni restrizione dell’accesso alla rete sia motivata per legge da ragioni di sicurezza, e che in nessun caso sia totale o si protragga per lunghi periodi.
La risposta del regime
Il 24 settembre il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica effettua il primo di numerosi attacchi alle basi dell’opposizione iraniana nella regione curda del nord dell’Iraq. Il 30 settembre, Amnesty International denuncia che le forze di sicurezza hanno ucciso 66 persone, compresi bambini, nella città di Zahedan, non lontano dal confine con il Pakistan: la TV di Stato afferma che i militanti hanno sparato su una stazione di polizia. È il giorno più sanguinoso dall’inizio delle proteste. Il 7 ottobre un rapporto del medico legale incaricato dell’autopsia sul corpo di Mahsa Amini nega che sia morta per i colpi subiti alla testa e agli arti mentre era in custodia, collegando la sua morte a condizioni preesistenti. Una settimana dopo, nel tentativo di placare le piazze, le autorità di Teheran annunciano la sospensione della polizia morale, precisando che la legge sull’hijab verrà applicata con altri metodi. L’8 dicembre viene eseguita la prima pena capitale connessa alle proteste: un uomo, riconosciuto colpevole di aver accoltellato un agente di polizia a Teheran, viene impiccato nella capitale.

Secondo i dati elaborati dalla Foundation for defense of Democracies, aggiornati al 12 settembre 2023, le forze di sicurezza hanno almeno 737 manifestanti, la maggior parte nei primi mesi delle proteste, dei quali almeno 79 minorenni. Sono sette, invece, le persone giustiziate in relazione alle proteste, secondo la missione d’inchiesta internazionale indipendente nominata dalle Nazioni Unite.
Risvolti internazionali
Il mondo osserva attonito quanto accade nelle piazze iraniane, chiedendosi se la sollevazione possa trasformarsi nel capitolo finale della teocrazia iraniana. Già il 14 novembre, il presidente francese Emmanuel Macron definisce le proteste una “rivoluzione” e afferma che la repressione rende più difficile rilanciare l’accordo nucleare iraniano del 2015 (noto come JCPOA). Il 18 novembre, invece, fanno il giro del mondo le immagini dei manifestanti che appiccano il fuoco alla casa di Khomeini appiccano il fuoco alla casa di Khomeini, prima guida suprema e ispiratore della Repubblica islamica. In diversi paesi del mondo, Italia compresa, vengono organizzate manifestazioni di solidarietà a sostegno delle piazze iraniane, al grido di “Donna, vita, libertà!”.

Partecipano le comunità di iraniani all’estero, ma anche cittadini europei e americani solidali verso la causa. Gli Stati Uniti nel frattempo sanzionano sette leader iraniani di alto rango per la chiusura di Internet e per le violenze verso manifestanti e civili. Il segretario di Stato, Antony Blinken, dichiara che le sanzioni dimostrano che “gli Stati Uniti stanno dalla parte dei cittadini coraggiosi e delle donne coraggiose dell’Iran che stanno manifestando per garantire i loro diritti fondamentali”. Intanto, in Qatar, si disputa la Coppa del Mondo di calcio. Il 21 novembre, la nazionale iraniana rifiuta di cantare l’inno nazionale, mostrando il proprio sostegno verso le proteste in atto, salvo poi tornare sui suoi passi per le partite successive. Sugli spalti non mancano slogan, magliette e striscioni con il volto di Mahsa Amini, diventata simbolo di un dissenso che non si basa solo su rivendicazioni di genere e diritti civili, ma anche su un malcontento economico e a causa della gestione dirigista del potere da parte dell’élite dominante.
Gli avvelenamenti
Con l’inizio del 2023 il regime decide di adottare un approccio duale, continuando con esecuzioni pubbliche e repressione ma, allo stesso tempo, mostrando segni di distensione nei confronti della popolazione. Il 5 febbraio, ad esempio, in occasione del 44esimo anniversario della rivoluzione Khamenei concede la grazia decine di migliaia di prigionieri, inclusi alcuni manifestanti, ma esclusi quelli accusati di “spionaggio per agenzie straniere” e “affiliazione a gruppi ostili”. Tuttavia, nei mesi successivi, sospetti casi di avvelenamento contro studentesse in varie zone del paese hanno ulteriormente posto in cattiva luce la Repubblica islamica. Oltre un migliaio di studentesse denunciano problemi di salute e riportano sintomi come nausea, mal di testa, difficoltà respiratorie, tachicardia e stanchezza acuta. Il primo caso, risalente all’anno precedente, è del 30 novembre, quando 18 ragazze di una scuola di Qom – seconda città santa dell’Iran dopo Mashhad – vengono portate in ospedale in condizioni di malessere fisico. Da allora casi simili sarebbero stati registrati in decine scuole, sparse in otto province del paese. Pur restando ignota la causa di questi malesseri, in molti sospettano che i sintomi siano la conseguenza di un avvelenamento da gas tossico, in quello che potrebbe essere un’allarmante e premeditata operazione di intossicazione di massa. Questi spiacevoli avvenimenti potrebbero rappresentare l’ennesima manifestazione dell’ostilità da parte di gruppi radicali nei confronti delle donne e della loro istruzione. Il regime risponde istituendo un gruppo d’indagine incaricato di capire le cause di questi episodi. Il 29 aprile, il ministero dell’Intelligence iraniano pubblica i risultati dell’inchiesta: i casi segnalati non sono causati da sostanze tossiche, ma dovuti a una serie di ragioni, tra cui l’esposizione a una varietà di sostanze non tossiche oltre che a “isteria di massa” e tentativi di “emulazione”. Conclusioni che hanno posto qualche dubbio sulla reale volontà da parte del governo di capire cosa realmente sia successo.
Cosa resta?
Tra la primavera e l’estate del 2023 la spinta delle piazze inizia a perdere intensità. Il 16 luglio, a dieci mesi esatti dalla morte di Mahsa Amini, la polizia morale iraniana torna a pattugliare le strade del paese per assicurarsi che il codice di abbigliamento della Repubblica islamica sia rigorosamente rispettato. Tuttavia, è utile sottolineare come la questione del velo sia solo la punta dell’iceberg di più profondi fattori che hanno condotto il popolo iraniano a protestare contro la leadership. In Iran, infatti, sempre più spesso è possibile osservare donne che non rispettano i dettami sul vestiario e non di rado donne a Teheran girano per strada senza velo. Inoltre, il fatto che la giovane fosse curda, e che gran parte delle proteste siano avvenute nella regione del Kurdistan iraniano, sottolinea ancora una volta come il rapporto tra le autorità iraniane e minoranza curda sia tutt’altro che positivo, e come questo fattore sia intrinsecamente legato a quello delle proteste. Oggi, a distanza di un anno, sotto la cenere cova ancora la vampa del dissenso. Ciononostante, in molti si chiedono come mai la sollevazione iniziata un anno fa si sia rivelata di fatto un fallimento. In verità, i più cinici tra gli osservatori internazionali dubitavano del suo successo già nei primi giorni di protesta, al netto dell’iniziale entusiasmo e della notevole risonanza mediatica. Come già detto, il passaggio da “sollevazione” a “rivoluzione” è stato impedito dalla mancanza di una leadership forte, anche perché molti dissidenti di spicco del regime erano in carcere, ai domiciliari o in esilio già all’inizio delle manifestazioni.

Ai manifestanti, probabilmente, è mancato anche un messaggio chiaro, coeso e in grado di riunire i gruppi etnici e di classe più disparati. Alla maggioranza etno-linguistica persiana, infatti, si affiancano in Iran minoranze curde – da cui è partita la scintilla delle proteste – ma anche azere, arabe e turkmene difficilmente accomunabili sotto la bandiera di istanze condivise. Le rivendicazioni di genere, molto care alle avanguardie riformatrici e alle fasce più giovani della popolazione, probabilmente non hanno convinto invece le comunità rurali, tendenzialmente più conservatrici e scettiche rispetto ai cambiamenti rispetto a quelle urbane. Così come non deve essere sottovalutata la capillarità della struttura di potere iraniana e come gran parte del paese sia dipendente da questo sistema di potere anche solo per un semplice impiego nel settore pubblico o semi-pubblico. Infatti, bisogna sempre considerare che lo stato profondo iraniano, tra cui i Pasdaran e i potentati ad essi affiliati, controllano ancora saldamente i gangli del potere economico, militare e politico della Repubblica islamica. Infine, il sostegno, più che altro morale, fornito alle manifestazioni dalle cancellerie occidentali potrebbe aver favorito un clima di sospetto nei confronti del dissenso. Ciononostante, Teheran si sta organizzando per eventuali nuove proteste in occasione dell’anniversario della morte di Mahsa Amini e seppur sia improbabile che queste possano riaccendere una miccia capace di scatenare l’opposizione alla leadership iraniana come quelle dello scorso anno, sarà solo il tempo a rivelare se si tratterà di un fenomeno effimero o di qualcosa di più lungo respiro. Secondo quanto riferisce l’ONG Hengaw, Amjad Amini, padre della giovane curdo-iraniana, è stato arrestato il giorno dell’anniversario dalle Guardie della Rivoluzione. Una possibile dimostrazione di quanto la situazione sia tutt’altro che pacificata.
Questo articolo è a cura dell’Osservatorio MENA ISPI, Michele Bertelli, Benedetta Oberti, Francesco Petronella, Luigi Toninelli.

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