
Da quando, su decreto del governo, i distributori hanno dovuto esporre il prezzo medio gli aumenti dei carburanti sono stati regolari e quotidiani fino a sfiorare e superare i due euro.
Insomma, l’iniziativa del ministro Urso si è rivelata una presa di giro, è fallita, e gli italiani pagano ancora di più la benzina.
A guadagnarci oltre alle multinazionali è anche il governo, che grazie agli aumenti incasserà, solo per questo periodo di agosto, oltre due miliardi in più.
Di ridurre le accise non se ne sente neppure parlare; dopo che a Gennaio, ancora per fare cassa, il governo Meloni ha deciso di togliere il taglio delle tasse di 30 centesimi al litro stabilito dal governo precedente.
Eppure il prezzo della benzina influenza tutti i settori dell’economia e in particolare la logistica che incide pesantemente sui generi alimentari.
A pagare gli aumenti saranno quindi gli automobilisti e i camionisti, e subito dopo i consumatori e le imprese; infatti, riprenderà a crescere l’inflazione.
Il ministro Urso cerca di difendere i suoi inutili provvedimenti ma è chiaro che il governo è privo di una qualsiasi strategia per fronteggiare la crescita dei prezzi dei carburanti.
Viene a mente, quando in campagna elettorale, Giorgia Meloni, ad una pompa di benzina, scuotendosi sul sedile alla guida dell’auto, come morsa dalla tarantola, pretendeva l’abolizione delle accise sulla benzina.
Ora che è al governo, basterebbe anche meno: un taglio di trenta centesimi al litro farebbe respirare gli italiani.
Enrico Rossi

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