
Per ricordare Sergio Marchionne a poco più di cinque anni dalla sua scomparsa (25 luglio 2018) potremmo rifarci ai numerosissimi aneddoti, discorsi, abitudini (come quella del maglione sempre indosso) ma anche vizi (quello del fumo, purtroppo) che ne hanno tratteggiato il personaggio.
Comunque la si pensi su di lui, è stato un grande imprenditore, un amministratore visionario e uomo pensante fuori dal comune.
«La scuola serve a darti gli strumenti non per trovare un lavoro, ma per aprire la testa: è così che troverai anche un lavoro» – evidenziava Sergio Marchionne – in merito alla sua laurea in Filosofia, a cui teneva in modo particolare.
La centralità dell’”umanesimo”, che ha perso spazio e importanza a favore del “tecnico e tecnologico” è materia d’attualità. Le critiche mosse (tra gli altri) da Kissinger e dal giornalista Galli della Loggia suggeriscono che, anche in questo caso – Marchionne – ci avesse visto lungo. Come quando sostenne la necessità della fusione tra gruppi automobilistici, del necessario supporto della finanza all’industria e della centralità del ceto medio nel ciclo delle vendite, che lo spingeva a disprezzare gli avidi imprenditori alla ricerca del mero tornaconto personale. «Ecco, sì, facce avide, di gente che ha completamente perso il senso della realtà e che per sgraffignare un punto in più di dividendi sarebbe disposta a far morire di fame l’umanità intera. Pensano di essere soli al mondo, questi imbecilli… Non capiscono che uno sceicco che mi compra una Ferrari si troverà sempre, ma se mandiamo in miseria il ceto medio, chi comprerà ancora le Panda? [Corriere della Sera]».
Tra le numerose lezioni che ci ha lasciato, una in particolare sembra essere più significativa delle altre. Si intende la pre-condizione che richiedeva a se stesso e agli altri sul lavoro, ovvero di migliorare il posto in cui viveva, altrimenti – sosteneva – «non servirei a niente».
Stefano Maullu

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