
Mi stupisce l’abito a macchie di questo mondo.
L’arretratezza di alcuni paesi rispetto all’avanzamento di altri, la ferocia e il volto reazionario di alcuni governi rispetto all’apertura e alla democraticità di altri. E all’interno di ogni paese la difformità giuridica, come accade persino tra i vari governi degli Stati Uniti. La Democrazia è diffusa a pelle di leopardo, abbiamo imparato che non la si esporta ma la si può al più contagiare e che anche al tavolo delle Nazioni Unite sono seduti commensali di varia formazione e divisi tra loro da opposte concezioni di vita, di cultura, di regole. Molti paesi, nonostante l’esempio di nazismo e fascismo, non sono disponibili ad allontanare dal proprio sistema politico le forme più arcaiche di reazionarismo e di dispotismo.
Chi avrebbe pensato che dopo Gorbaciov potesse riemergere un progetto di ricostruzione del mondo sovietico e che un capo di stato come Putin potesse alzare la voce facendosi scudo dei carri armati per addomesticare paesi ribelli come Cecenia Georgia Ucraina Bielorussia ?
Chi avrebbe mai immaginato che il Mediterraneo sarebbe stato un lago di morti? Che paesi come Afganistan e Iran potessero calpestare i diritti della donna? Mortificarla e devastarla?
Che l’Africa avrebbe presentato ai paesi più ricchi il conto della propria disparità economica?
Eppure il mondo è in fiamme e quel volto irenico prospettato dal pensiero meridiano si rivela tutt’oggi inesistente.
In questi giorni sta passando sotto silenzio il caso di Ahmadreza Djalali, un professore iraniano – svedese – di medicina delle catastrofi che rientrato in Iran sette anni fa è stato incarcerato come spia.
A differenza di Patrick Zaki per il quale si sono mobilitati Bologna, l’università e il governo italiano, per quest’uomo incriminato dallo Stato iraniano per spionaggio in favore di Israele in pochi se non Amnesty International sollevano la voce. Nonostante siano state raccolte oltre centomila firme, pare che sia stato emanato un verdetto da parte del tribunale iraniano, per impiccarlo tra pochi giorni.
Si può sopportare che ancora una trentina di paesi al mondo pratichino la pena di morte e che a causa di una fatwa scagliata dal governo degli ayatollah ci siano morti viventi come Salman Rushdie?
Ad Alba a un pranzo della Ferrero gli chiesi come vivesse questa condizione. Disse che viveva alla giornata, che provava a godersi la vita con la consapevolezza che uno sconosciuto avrebbe potuto ucciderlo in qualunque momento. Si portava dietro una compagna giovanissima e molto bella. Non provai alcuna invidia ma solo preoccupazione per lui. E impotenza. La stessa che vive il mondo, pur nella condizione avanzata di serenità nella quale ci illudevamo di vivere grazie agli ultimi decenni seguiti alla seconda guerra mondiale.
Raffaele Nigro
(da “Avanti Online”)

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