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Francia ribelle, Italia strabica

Leggere le drammatiche vicende francesi di questi giorni con gli occhiali italiani rende strabici. Intanto perché riconduce gli avvenimenti delle banlieue tutto e solo all’immigrazione, e non è così. Poi, in particolare, lo strabismo di sinistra induce a credere che la responsabilità stia in mancate, o sbagliate, politiche dell’accoglienza, mentre quello di destra, al contrario, punta il dito sull’eccesso di accoglienza, fino a denunciare l’imbastardimento dei popoli europei. In entrambi i casi ci sono piccoli pezzi di verità e pezzi, grandi, di forzature ideologiche. E queste deformazioni della realtà non solo inquinano l’analisi, ma rendono impossibile ragionare su alcune conseguenze che si potrebbero, e dovrebbero, trarre per fare tesoro dell’esperienza francese ai nostri fini.

di Enrico Cisnetto | 11 Luglio 2023

Leggere le drammatiche vicende francesi di questi giorni con gli occhiali italiani rende strabici. Intanto perché riconduce gli avvenimenti delle banlieue tutto e solo all’immigrazione, e non è così. Poi, in particolare, lo strabismo di sinistra induce a credere che la responsabilità stia in mancate, o sbagliate, politiche dell’accoglienza, mentre quello di destra, al contrario, punta il dito sull’eccesso di accoglienza, fino a denunciare l’imbastardimento dei popoli europei. In entrambi i casi ci sono piccoli pezzi di verità e pezzi, grandi, di forzature ideologiche. E queste deformazioni della realtà non solo inquinano l’analisi, ma rendono impossibile ragionare su alcune conseguenze che si potrebbero, e dovrebbero, trarre per fare tesoro dell’esperienza francese ai nostri fini.

Intanto cerchiamo di storicizzare. Agli inizi del 1800, quando Napoleone Bonaparte coltivava l’ambizione di “fare di tutti i popoli europei un unico popolo”, ogni cinque abitanti della Terra più d’uno era europeo. Oggi siamo a meno di uno ogni dieci e nel 2050 si salirà a uno ogni 15. Pare dunque evidente solo da queste tendenze demografiche che coltivare l’idea di preservare la “razza europea” dalle contaminazioni è un’ambizione malriposta. Piaccia o non piaccia è così, anche perché in Europa si contano già circa 300 milioni di immigrati, e non c’è “ponte levatoio” che tenga. Tantomeno quello che vorrebbero issare polacchi e ungheresi, cui Giorgia Meloni dovrebbe smettere una volta per tutte di fare sponda (tanto più che nell’ultimo vertice Ue sono stati proprio loro a sconfessare l’accordo proposto dall’Italia in tema di flussi migratori). Questo non significa che si debba spalancare le porte ad un afflusso indiscriminato, ma neppure serrarle con un (illusorio) catenaccio. Per ragioni economiche (fanno pil), previdenziali (compensano il crescente squilibrio tra popolazione attiva e pensionati) e sociali (fanno lavori che i nativi non vogliono più svolgere), gli immigrati ci sono non solo utili, ma indispensabili. E prima di criticare, da sinistra come da destra, i francesi, sarebbe bene rendersi conto che le migliaia di sbarchi sulle nostre coste faranno anche impressione, ma il numero di immigrati che poi restano sul suolo italiano non è neppure lontanamente paragonabile ai flussi di immigrazione che nel tempo si sono insediati in Francia (e Germania). Tant’è che nel cuore del Vecchio Continente si sono create presenze di seconda, terza e perfino quarta generazione francesi (e tedeschi) a tutti gli effetti, che hanno perfino creato una borghesia se non benestante sicuramente in grado di vivere dignitosamente, spesso fatta di lavoratori autonomi quando non di piccoli e medi imprenditori.

Un fenomeno che, seppure su scala più ridotta, è avvenuto anche in Italia, dove gli stranieri residenti sono oggi l’8,8% del totale della popolazione: 5,2 milioni su quasi 59 milioni. Una cifra assai inferiore ai nostri omologhi europei, visto che in Germania se ne contano 10,5 milioni, in Francia 7,4, in Spagna 6,4. In ogni caso, solo 200 mila sono rifugiati e richiedenti asilo, mentre la quasi totalità sono migranti “economici”. Persone di cui, a guardare con oggettività il fenomeno, abbiamo un disperato bisogno. Prima di tutto sotto un profilo demografico. Solo per via dell’apporto degli immigrati noi italiani non diventiamo ancora di meno (negli ultimi dieci anni la popolazione residente nella Penisola si è ridotta del 2%, 4% nel Mezzogiorno) e ancora più vecchi (la popolazione entrante è mediamente molto più giovane di quella residente). Secondo le previsioni demografiche tra 20 anni saremo altri quattro milioni in meno, ma senza l’apporto dei flussi migratori si arriverebbe a dieci milioni in meno. Diciamo dunque che di nuovi cittadini abbiamo un disperato bisogno. Se gli immigrati sono oggi l’8,8% della popolazione, sono però al 10% di quella lavorativa (nonostante con la crisi pandemica abbiano perso il lavoro in numero maggiore rispetto agli italiani). Tra le imprese, quelle “straniere” raggiungono poi il 10,6% del totale. Segno che gli stranieri rispetto a noi hanno una maggiore propensione al lavoro e all’imprenditorialità, fosse anche solo per necessità. Tanto è vero che il tasso di inattività è di 10 punti più alto per i nativi rispetto agli immigrati. Inoltre, anche se impiegati meno ore di quelle che vorrebbero (circa il 20% degli stranieri subisce un part-time involontario) e in lavori demansionati rispetto alle competenze (la quota di sovra istruiti è del 32,8%) continuano a sostenere l’economia, visto che il saldo verso le casse dello Stato tra entrate e uscite a loro dedicate è positivo per circa un miliardo e mezzo di euro. A ciò si aggiunga il fatto che gli immigrati svolgono un’ampia gamma di lavori imprescindibili, risolvendo questioni occupazionali e sociali di grande rilevanza. 

A differenza di Parigi, Roma non brucia, e questo deve far riflettere circa l’origine dei disordini sfociati in un vero e proprio attacco al cuore della République. Deve essere chiaro che ad appiccare il fuoco non sono stati migranti disperati e ridotti alla fame, bensì bande di giovani, sì figli o ancor più spesso nipoti di immigrati ma comunque francesi a tutti gli effetti, spinti non dalla precarietà delle condizioni economiche, ma dalla mancata integrazione culturale nella società multietnica che in nome della liberale “società aperta” è stata fin qui costruita. “Il che è persino più grave: sarebbe preferibile, in un certo senso, o comunque più rassicurante, che la rivolta fosse opera di immigrati appena arrivati”, scrive Stefano Folli. Invece, ci troviamo di fronte al fatto che le violenze e i saccheggi hanno nel mirino proprio tutto quello – asili nido, scuole, ospedali, servizi sociali – su cui dal 2005 lo Stato francese ha investito miliardi per rendere vivibili le banlieue, come se si volessero distruggere proprio gli aiuti arrivati in quei quartieri. A questo proposito, è interessante ascoltare quello che il filosofo weberiano e polemista transalpino Pascal Bruckner, ha da dire, in modo crudo e non accomodante, sulle origini della rivolta: “ci sono bande organizzate, armate e finanziate da narcotrafficanti che alimentano la narrazione del razzismo e della segregazione per tenere il potere nei quartieri, condominio per condominio, usando vandali, piccoli ladri e  grandi svaligiatori, che hanno assaltato metodicamente i centri commerciali rubando apparecchi elettronici, computer, telefoni, ma anche abiti; gang criminali, che approfittano della situazione per attaccare commissariati di polizia e municipi; e i terroristi ecologici di estrema sinistra, alleati con i ragazzi di banlieue, che attaccano i simboli del potere, come le caserme dei pompieri o la Gendarmerie”. Questo non toglie che ci siano sacche di mancata integrazione socioculturale dovute ai vincoli posti dai dettami della religione e della mentalità islamica, che generano il rifiuto dei valori cardine della civiltà occidentale. Ma sono propenso a credere che la pervasività del narcotraffico diffuso, che sta conquistando i quartieri delle città in tutta Europa, non abbia minore influenza.

Tutto questo apre interrogativi complessi, le cui risposte, sul piano culturale, non possono essere né il “politicamente corretto” della sinistra “buonista” né il “rimandiamoli a casa loro” della destra becera quando non xenofoba. Mentre sul piano politico così come sono inaccettabili i toni “insurrezionali” del populista di sinistra Jean-Luc Mélenchon, che non condanna le violenze evocando “giustizia” – uno stile ambiguo che di certo piace a Elly Schlein – non meno lo sono il subdolo tentativo di Marine Le Pen di cavalcare l’onda delle banlieue incarnando una domanda di ordine al cospetto di una Francia esausta, o il gioco al “tanto peggio, tanto meglio” del falco Eric Zemmour, leader di Réconquête, che evocando lo spauracchio della guerra civile chiede lo “stato d’urgenza”.

In questo contesto, va anche analizzata, molto più laicamente di quanto non sia stato fatto fin qui, la posizione del presidente Emmanuel Macron. Il quale se non ha ceduto alla cultura della resa, interpretando così il pensiero della maggioranza dei francesi, dall’altro deve rendersi conto della debolezza istituzionale che lo riguarda. Non è una questione di caratura personale, né tantomeno di legittimità, ma di reale rappresentatività dei cittadini. L’inquilino dell’Eliseo da un lato è a capo di un “partito personale”, con tutti i limiti che questo comporta, e dall’altro governa la Francia dopo un “mezzo successo” alle presidenziali dell’aprile 2022 e una “quasi sconfitta” nelle successive elezioni legislative. Se a questo si aggiungono gli elementi distorsivi in termini di rappresentatività del sistema di voto a doppio turno, il fatto che la presidenzializzazione del sistema comporta una faticosa coabitazione con il primo ministro e un depauperamento delle funzioni del Parlamento (acuite dalla forzatura rappresentata dall’articolo 49.3 della Costituzione della V Repubblica, che concede la possibilità di far passare un provvedimento senza dibattito parlamentare lasciando alle opposizioni la facoltà di presentare una mozione di censura, ma che scatta solo a maggioranza assoluta), si vede come sia poi difficile far passare riforme ragionevoli come l’innalzamento di due anni dell’età pensionabile. Se ne tenga conto, in Italia, quando si parla a sproposito delle esperienze istituzionali altrui e si vaticinano scorciatoie alla governabilità come il presidenzialismo.

In conclusione, non è certo la prima volta che nell’Europa delle libertà e del welfare – che è stata, è e resta l’area del mondo dove, pur con tutti i difetti, meglio si coniugano le esigenze della valorizzazione dell’individuo con quella delle tutele collettive e dove si è raggiunto il minor tasso di diseguaglianze – gruppi, prevalentemente giovanili, che si sentono emarginati e sfruttati da un potere al quale non riconoscono alcuna legittimità, mettono in atto ribellioni violente. L’Italia degli anni di piombo ne sa qualcosa. Finora, però, tali manifestazioni di ribellione sono state attuate da minoranze, e hanno sempre trovato da parte dello Stato democratico risposte ferme, qualche volta emergenziali, ma mai tali da favorire l’avvento di regimi autoritari. Ora, però, c’è il rischio, un po’ in tutto il Vecchio Continente, che il combinato disposto tra le tossine rilasciate dalla lunga stagione del populismo e le conseguenze della guerra russo-ucraina alle porte dell’Europa, la cui portata è ancora tutta da scoprire, faccia emergere un malessere molto più diffuso e perciò stesso molto meno domabile. Spetta alla politica, riscoprendo la P maiuscola, trovare le risposte. Possibilmente nella dimensione continentale. Risposte che certo non stanno né nella tiritera del politicamente corretto, né nel negazionismo euroscettico, né nelle forzature autoritarie. Macron, se vuole uscirne vivo, si metta alla testa di un movimento transnazionale che fornisca una risposta europea. Altri leader democratici, in giro non se ne vedono.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, censura, condominio, costituzione, crisi, elezioni, euro, europa, fini, francia, germania, giovani, immigrazione, impressione, integrazione, italia, lavoro, meloni, mezzogiorno, mondo, movimento, parigi, parlamento, pensionati, persone

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Montanari Roberto

    11 Luglio 2023 alle 12:52

    HO LETTO CON PIACERE L’ARTICOLO DI CISNETTO. SEMPRE PRECISO E CONCISO . UN SALUTO ALLA DIREZIONE

    Rispondi

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