
Nella recente visita di Pier Ferdinando Casini a Mantova, senatore della Repubblica eletto come indipendente nelle liste PD, si è parlato molto di Prima Repubblica e dei personaggi che l’hanno animata. Sala degli Stemmi, Palazzo Soardi, cuore di Mantova, presenti con il sindaco Mattia Palazzi e il presidente della Provincia Carlo Bottani, moltissimi esponenti politici e amministrativi, volti noti della politica anni Settanta-Novanta e molti cittadini interessati.
Occasione era la presentazione del libro “C’era una volta la politica” che lo stesso Casini ha scritto per l’editore Piemme sottotitolo “parla l’ultimo democristiano”, accattivante ma non verissimo perché -come dice lo stesso autore, politico di lungo corso- di “ultimi democristiani ce ne sono ancora tanti”. “Magari sono il penultimo”. Nel confronto con l’onorevole ed ex ministro Elena Bonetti, con un altro politico di lunghissimo corso Bruno Tabacci e con la scrittrice Edgarda Ferri, sono emersi molti episodi e personaggi diremmo simbolici. La figura di Fanfani, il ruolo di Cossiga, la presidenza di Nilde Jotti, gli aneddoti degli incontri tra Donat-Cattin, Forlani, Andreotti e via ricordando. Coincidenza nelle coincidenze il fatto che Casini proveniva da una visita alla Casa del Sole, accompagnato dal presidente della Provincia Carlo Bottani, come aveva fatto quasi 40 anni fauno dei leader citato per primo nel libro e cioè Amintore Fanfani.
Ha fatto sorridere Casini e tutto il pubblico anche un mio ricordo di una battuta di Giulio Andreotti sul ruolo dell’informazione ai tempi in cui era presidente del Consiglio, alla fine degli Anni Ottanta.
Ero a Roma, seguivo l’attività di governo come redattore economico sindacale del Tg1. Caporedattore era il mantovano Beppe Momoli e vicecaporedattore Maurizio Beretta, Una bella scuola. E capitava di stare intere giornate a Palazzo Chigi, ovviamente in occasione di vertici, consigli dei ministri, incontri governi sindacati. La sala stampa è appena a destra entrando nel cortile, giusto all’inizio del porticato che accede allo scalone o agli ascensori.
Allora la sala stampa non era moderna come quella di oggi. Una saletta tipo cinema di periferia con un banco, una trentina di poltroncine e sul fondo una fotografia della facciata di Palazzo Chigi davanti a cui ci mettevamo per fare i collegamenti diretti. Appena dietro le postazioni telefoniche e i banchi con le macchine per scrivere. Non c’erano computer o cellulari, c’erano box come quelli del call center. Era figo chiamare da lì passando anche attraverso il centralino del Governo perché eri annunciato più o meno così. “Pronto, Presidenza del Consiglio, le passo la sala stampa, oppure le passo ….” Ho seguito i governi De Mita e Andreotti. Essere lì per come TG1 ovviamente aveva i suoi vantaggi. Diciamo che, soprattutto allora quando i telegiornali erano solo tre più quello di Montecarlo, il giornalista del Tg1 poteva anche stare fermo perchè erano le notizie che cercavano lui.
All’inizio non capivo come mai quasi sempre consigli e riunioni finivano tra le 13 e le 13 e 15. E poi mi sono spiegato: in tempo per il Tg1 delle 13:30. Tante firme e tante conferenze stampa arrivavano appunto a ridosso dell’inizio delle edizioni più importanti. In effetti se facevi succedere una cosa dopo il telegiornale delle 20 era come se non avvenisse. A Palazzo Chigi si lavorava bene. Dopo tre volte non ti chiedevano più tessere tesserini, e dopo due settimane eri di casa.
Il lavoro in realtà era tutta un’attesa e una ricerca del ministro o del portaborse che ti poteva dare la soffiata. Aumenta il debito, aumentano le tasse e le tariffe? fanno l’accordo? Erano gli anni dell’accordo sulla scala mobile e della visita di Craxi alle centrali sindacali, erano gli anni di De Michelis vicepresidente del Consiglio e di Cristofori sottosegretario alla Presidenza.
A forza di stare lì diventavi amico di quelli della Sicurezza e un’occhiata del loro capo ti diceva: esce il presidente, esce il ministro. Allora le transenne non c’erano e addirittura si poteva andare a mettere il microfono e la telecamera appena scendevano dalle auto. Erano i famosi “arrivi”.
Una mattina arrivo a Palazzo Chigi molto presto. Comincio a leggere i giornali proprio sulla porta. Si apre il portone da piazza Colonna ed entra, ricordo, la Croma color blu carta da zucchero con il presidente Giulio Andreotti al suo ultimo governo. Aveva sottobraccio alcune cartelline. Mentre scende mi lancia un’occhiata e con voce tipica andreottiana cioè quasi sibilante a labbra socchiuse mi dice: “Siamo mattinieri …voi arrivate prima delle notizie.” “Presidente noi siamo servizio pubblico, anche all’alba”. Immaginate il suo impenetrabile sorriso. Scene dalla Prima Repubblica.
Qualche anno prima mi era capitato di fare da cronista delle vacanze per Andreotti e donna Livia. Alla fine di un agosto piuttosto caldo, scendendo dalle Dolomiti dopo un breve periodo di vacanze in montagna, Andreotti e moglie decisero di fare tappa a Mantova per pranzo. Ricordo una loro passeggiata nel centro e una camminata tra turisti e curiosi in piazza delle Erbe. Un cronista chiese al Presidente Andreotti quale piatto avesse gustato e lui, con l’ironia, mista a sarcasmo, che lo hanno sempre caratterizzato, rispose: “Quello che ha scelto mia moglie”.
Con Casini a Palazzo Soardi si è ricordato, come detto anche Amintore Fanfani, notissima figura di leader della Democrazia Cristiana, passato alla storia più che altro per la sconfitta al referendum sul divorzio. Altri tempi, altri ricordi.
Come quello dell’intervista con Colombo. Un giorno mi chiama Emilio Colombo, che allora faceva il ministro delle Finanze, e mi dice. “Guardi voglio dare a lei l’intervista su questo provvedimento. Ci vediamo nel cortile vicino al bar”. La mattina dopo a Palazzo Chigi seguo le istruzioni. Quatto quatto mi sposto dal gruppone dei giornalisti economici ma ovviamente spostandomi con operatore e specializzato per le luci qualcuno intuisce. Se si sposta la troupe del Tg1 meglio inseguirla. E infatti la collega bravissima di Telemontecarlo mi segue e si aggiunge al mio microfono per il ministro Colombo.
Aneddoti che si susseguono. Ricordi limpidi anche nel tempo sfuocato. Sono stato l’ultimo, mio malgrado ovviamente, ad aver fatto un’intervista tv all’allora potentissimo capo delle Ferrovie dello Stato, Ludovico Ligato. Dopo un mese, venne assassinato. Ricordi e misteri.
Fabrizio Binacchi

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