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1° MAGGIO. La Festa del Lavoro

I rapporti del lavoro, dopo le conquiste di fine ottocento e, ancora di piu’ dello statuto dei lavoratori del 1970, in una società postindustriale, sono resi più complessi per la diffusione delle tecnologie digitali, per le nuove caratteristiche del mercato del lavoro e per la delocalizzazione delle imprese. Di Sergio Casprini

di Sergio Casprini | 1 Maggio 2022

Il 1° maggio del 1886 una grande manifestazione operaia si svolse a Chicago  all’inizio di uno sciopero generale per portare l’orario di lavoro a otto ore. Nei giorni seguenti si ebbero altre manifestazioni, in alcune delle quali la polizia sparò facendo numerose vittime. Ci furono arresti e condanne a morte. Il 20 luglio 1889, a Parigi, il Congresso della Seconda Internazionale decise che per ricordare quei fatti ogni Primo Maggio in tutto il mondo i lavoratori avrebbero manifestato chiedendo di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare a effetto altre risoluzioni approvate dal Congresso di Parigi. Nasce così la Festa del Lavoro, come festa internazionale, con manifestazioni e spettacoli in tutte le città e paesi del mondo. Dopo due anni anche in Italia fu celebrato il Primo Maggio, come riconoscimento delle battaglie dei lavoratori italiani nei primi decenni dell’Unità nazionale. 

Dalla fine dell’Ottocento  fino all’avvento della globalizzazione economica, con la conseguente trasformazione del mondo dell’impresa e dei servizi, c’è stata una progressiva affermazione dei diritti dei lavoratori, nonostante le battute d’arresto con il Fascismo e le vicende drammatiche delle guerre mondiali. 

La conquista più significativa  delle rivendicazioni sindacali è stata l’approvazione della legge del 20 maggio del 1970, lo Statuto dei Lavoratori, che reca appunto “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Si tratta di un corpo normativo fondamentale del diritto del lavoro  che, parzialmente modificato e integrato nel corso di questi decenni, ancora oggi costituisce la disciplina di riferimento per i rapporti tra lavoratore e impresa. 

Oggi però questi rapporti, in una società postindustriale, sono resi più complessi per la diffusione delle tecnologie digitali, per le nuove caratteristiche del mercato del lavoro e per la delocalizzazione delle imprese.  Inoltre, nonostante l’innegabile progresso delle condizioni di vita degli italiani rispetto all’Ottocento, è oggi  alta  la disoccupazione giovanile e  non vige ancora pienamente la parità tra uomo e donna nei luoghi di lavoro.

Ciò non significa comunque riproporre oggi una visione egualitaria di tipo ideologico come nelle rivendicazioni sindacali degli anni ’70, centrata esclusivamente sui diritti  dei dipendenti pubblici e privati. Anzi, una battaglia sulla dignità e la qualità del lavoro deve essere  centrata anche sul merito e sulla responsabilità, sui doveri oltre che sui diritti. Giuseppe Mazzini, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte e al quale la nostra nazione riconosce d’esser stato uno degli artefici della nostra Unità, metteva addirittura i doveri prima dei diritti; e infatti tra il 1840 e il 1860 scrisse I Doveri dell’Uomo, dedicato agli operai italiani, che può essere considerato il suo testamento spirituale.

 Vi si legge: “La libertà non esiste senza uguaglianza, ma non esistono né uguaglianza né libertà senza una profonda coscienza dei doveri a cui tutti siamo chiamati.”

 Con queste finalità, il 24 febbraio del 1861 promosse la fondazione della Fratellanza Artigiana d’Italia, con sede nazionale a Firenze. La Fratellanza si affermò immediatamente come la più importante associazione operaia nel panorama nazionale, sia per numero di iscritti, sia per ambizioni politiche. Le finalità statutarie riflettevano gli intenti politici di formare una grande associazione nazionale, la prima che desse visibilità al mondo del lavoro, superando il localismo e la frammentazione delle associazioni fiorentine e italiane costituite negli stessi anni.

Sono gli stessi anni in cui si realizza il processo di unificazione del nostro Paese, in cui i valori di Libertà e Indipendenza si sostanziano solo in un contesto di democrazia politica, economica e sociale. E infatti oggi solo nelle nazioni democratiche, dove vigono la libertà di parola e il pluralismo delle idee, ha ancora un forte significato simbolico celebrare il 1° maggio la Festa del Lavoro.

Sergio Casprini

Pubblicato in : EditorialeTag: 1861, anni, battaglia, centenario, democrazia, fascismo, firenze, globalizzazione, italia, lavoro, manifestazione, mercato, mercato del lavoro, merito, mondo, mondo del lavoro, nazione, parigi, polizia, processo, sciopero, sciopero generale, statuto, statuto dei lavoratori, uguaglianza

Info Sergio Casprini

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ vicepresidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Dr Anvilon

    1 Maggio 2022 alle 10:51

    Se il “Lavoro” non fosse stata una condanna per la quasi totalità dei *Lavoratori* non avremmo avuto nessuna Festa e soprattutto nessun “patronage” di distinti e indistinti colori!

    Rispondi
    • Giacomo

      1 Maggio 2022 alle 20:18

      Si capisce chiaramente che l’autore non ha simpatia alcuna per la storia socialista. Non avrebbe omesso, altrimenti, l’importante riferimento al disegno di legge sulla riduzione dell’orario di lavoro, illustrato da Filippo Turati il 1° maggio 1919 e presentato lo stesso anno all’esame della Camera, per essere trasformato in legge nel 1923.

      Rispondi
      • sergio casprini

        2 Maggio 2022 alle 10:21

        Se non avessi avuto alcuna simpatia per la storia socialista non avrei dato rilievo nel mio articolo allo Statuto dei Lavoratori, la legge del 1970 dei socialisti Brodolini e Giugni, l’esito della lunga battaglia per la dignità del lavoro portata avanti dalla componente riformista del socialismo italiano ( vedi appunto Filippo Turati)

        Rispondi

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