Dopo mesi di tensione crescente e un drammatico intensificarsi della mobilitazione sul piano militare, in questi giorni abbiamo assistito al precipitarsi della crisi russo-ucraina con l’annessione di fatto delle repubbliche separatiste del Donbass da parte della Russia. La mossa è stata accompagnata da un discorso tenuto da Putin per presentare al mondo le ragioni profonde di questa operazione, che consistono nella negazione del diritto di esistere come Stato e come nazione per l’Ucraina.
Quello cui assistiamo è dunque un pericoloso salto di qualità, non solo legato ad una vicenda in cui i nazionalismi si sono a lungo contrapposti, affrontando le questioni relative ai confini e alle minoranze etnico-linguistiche con ottiche del secolo breve, come in Europa occidentale si è smesso di fare da decenni, privilegiando autonomia, cooperazione e tutela delle minoranze. Questa, da parte di Putin, è stata una vera e propria dichiarazione di guerra che, in un’ultima istanza, mira al cuore del sistema liberal-democratico occidentale.
Da molto tempo Putin non nasconde le proprie mire neoimperialiste ispirate ai fasti dell’impero russo. Trent’anni di quelle che, nell’ottica russa, sono umiliazioni e minacce da parte americana, unite ad altrettanti decenni di ambiguità europea, hanno alimentato lo spirito di rivincita e l’orgoglio nazionalista di un grande Paese che nella sua storia (unico al mondo) non si è mai sottomesso all’Europa e oggi non intende sottomettersi all’Occidente, di cui anzi vuole e sa sfruttare abilmente le debolezze.
Da parte sua, in questi trent’anni, l’Europa ha fatto molti errori che hanno alimentato la crisi in cui ora ci troviamo. Dopo aver lasciato la gestione della sicurezza della regione nelle mani degli USA, che hanno sicuramente avuto una strategia ostile verso Mosca, non si è neppure posta il problema di premunirsi rispetto alla propria dipendenza energetica, né di pensare una linea coerente nei confronti di un vicino così potente, peraltro anche partner commerciale di prima importanza. Neppure quando la Russia, vantando il proprio sistema autocratico, ha iniziato (ormai da anni) una guerra ibrida contro i sistemi liberal democratici (con le campagne di disinfomazione, i finanziamenti alle forze nazionaliste e populiste, l’asse con le forze del suprematismo bianco attive soprattutto negli Stati Uniti), accompagnandola con un forte attivismo sul piano internazionale e un importante avvicinamento strategico alla Cina.
La vera, urgente lezione che gli Europei debbono trarre da questa situazione drammatica, pertanto, è che il tempo della debolezza e della irresolutezza europea deve finire, subito. La crisi in atto può avere un effetto devastante sui nostri sistemi politici ed economici, sia sul piano della ripresa in corso, sia delle nostre opinioni pubbliche e in ultima istanza della nostra unità. L’unica risposta credibile è proprio quella di cementare la nostra Unione con un salto politico federale, per non essere più vulnerabili e per poter iniziare a pensare da Europei con una vera testa (un governo) europei. Solo così si potrà pensare di negoziare, da posizioni di forza, un nuovo assetto per tutto il continente.
La Conferenza sul futuro dell’Europa è un processo in corso, che è stato aperto proprio per questo. Sta veicolando la richiesta forte da parte dei cittadini di vera democrazia e capacità di azione europee. E’ tempo di tradurre tutto questo in riforme dei Trattati che avviino la nascita di un’unione politica federale.
I federalisti europei si appellano alla Conferenza e agli esponenti istituzionali al suo interno perché sappiano essere all’altezza di questo momento drammatico e accettino di misurarsi con questa sfida per la creazione di una vera sovranità europea.
Movimento Federalista Europeo

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