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DOSSIER // L’età dell’acquario

Il 2021 si è chiuso in maniera convulsa. La legge di bilancio (prendere o lasciare), gufate a non finire, niente neve a sciovie aperte, isole tropicali fuori portata, previsioni attendibili zero sul Presidente della Repubblica di là da venire. Un disastro, ma poi…

di Aldo A. Mola | 16 Gennaio 2022

Zodiaco e vecchi merlotti

… ecco, ora finalmente trionfa l’Età dell’Acquario. Era stata annunciata con anticipo sulla fine del Novecento. In vista del fatidico 1° gennaio dell’Anno Duemila (che tale è solo con riferimento alla nascita di Gesù Cristo, datata su calcoli notoriamente errati), interi scaffali furono inondati da libri profetici sul suo avvento. Mentre echeggiavano languide musiche e cantilene speranzose, vennero contrapposti i (mai esistiti ) timori dell’anno Mille alla fiduciosa attesa del Terzo Millennio, promessa di prosperità, di fratellanza e di bontà “h24”.

Accolta da entusiasmo frenetico e da brindisi alla eterna giovinezza, l’Età dell’Acquario durò a lungo nell’immaginario collettivo di un Occidente accoccolato su un tappetino di erba artificiale, immerso nella contemplazione del vuoto e assorto nell’oblio della Storia. Prima del Presente, nulla. Solo “innocenza”.

  Pochi anni sono bastati per il brusco risveglio. La prevedibile bolla finanziaria esplose appena un lustro dopo lo scoccar dei tappi e galoppò per anni con effetti devastanti. Rimase agghiacciante l’immagine della frotta di impiegati che mestamente uscivano dai grattaceli del “potere” con lo scatolone degli “effetti personali”. L’onda della crisi si mosse, lenta ma inesorabile. Anziché perdere forza, divenne via via più violenta e infine si abbatté sull’Europa. Paesi indebitati sino al collo per acquisto di armamenti aggiuntivi rispetto al già costosissimo sistema difensivo che doveva garantirne l’incolumità senza oneri ulteriori precipitarono nella miseria nera, quella antica, che attanaglia le viscere e scava le occhiaie. Pochi chilometri a est dell’Italia fu la tragica sorte della Grecia, che non è solo sfarfallio di isole per vacanze incantevoli, quale all’epoca veniva percepita dai turisti dell’Europa centro-occidentale in ripiegamento dalla leggendaria Thailandia.

Come stupirsi se per risalire la china, perduta la sovranità effettiva, anche popoli dalla grande storia abbiano ceduto alla Repubblica popolare cinese i gioielli di famiglia, come han fatto i greci col porto del Pireo? Pechino è il Monte dei Pegni globale per Stati stretti alla gola dal debito pubblico straripante e prima o poi costretti ad arrendersi al mercato planetario. Tornano in memoria gli ultimi profetici versi del “Meminisse horret” di Giosue Carducci: “su ‘l gran Campidoglio, si scigne le gonne/e nuda su l’urna di Scipio si dà”.

   Bello era sognare l’Età dell’Acquario. Il ricordo della decennale disastrosa guerra nel Vietnam era così lontana che l’“Occidente” ne imboccò un’altra, ventennale: l’intervento militare contro i talebani in Afghanistan, per “esportarvi la democrazia”, come se questa sia un corso di danza o di cucina anziché il frutto maturo di lotte plurisecolari condotte da esigue minoranze per l’avvento di principi civili quali libertà, uguaglianza dei diritti e solidarietà sociale, duri da capire e ancor più da praticare. Valgono poco o nulla se rimangono scritti nei “catechismi” e non sono abito quotidiano di un ampio numero di cittadini (il consenso totale è un mito pericoloso).

Non si accorsero i devoti cultori della New Age che la “guerra”, come il Serpente della Genesi, anno dopo anni si stava lentamente avvicinando all’Europa, illusa di aver saldato il conto della storia con la frettolosa e caotica decolonizzazione della seconda metà del Novecento. Identica miopia imperversò a cospetto della Primavera araba, volta al plurale quando ci si avvide che la Tunisia non è l’Egitto e che per motivi geopolitici e storici il Cairo  (di Nasser, di Mubarak o di al-Sisi) non poteva e non può permettersi di lasciare via libera ai Fratelli Mussulmani. Lo spiegò per anni (e ne conversammo a lungo, anche all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) l’oggi dimenticato Igor Man (1922-2009).

L’età dei Pesci, durata 2155 anni, spiegarono i turibolanti nunzi dell’Età dell’Acquario, era stata dominata “dal dolore, dal fanatismo, dallo scetticismo, dal conformismo e dalla tendenza a guardare al passato invece che al futuro”: mali necessari, questi, per temprare l’Uomo Nuovo. Vittoriosi su ignoranza, paura ed egoismo gli acquariani avrebbero guidato l’Umanità per altri 2155 anni sulla via che conduce a felicità eterna, libertà infinita e giustizia assoluta (tutte maiuscole, che qui risparmiamo), grazie allo sviluppo dell’Astrobiologia e del firmamento di scienze sperimentali, deduttive, di controllo e di armonizzazione (come psicoterapia, elettroterapia, ipnotismo, magnetismo, omeopatia, agopuntura, taumaturgia, pranoterapia e naturismo, con o senza olii e creme). Fu così che uno studioso vigile e capace di ironia, come Massimo Introvigne, aprì i riflettori del Centro studi sulle nuove religioni da lui fondato e diretto.

Il Portolano della miriade di covi che mescolavano occultismo, esoterismo, ermetismo, magia, alchimia, cabala e panteismo, senza trascurare gli Ufo, il neopaganesimo e le “culture” underground e alternative, portavano diritti filati alla macrobiotica, alla “medicina differente”, all’etologia e, guarda un po’, all’ecologia, quando Greta T. era ancora di là da venire a giudicare i plasticomani. In quel fervore di rinnovamento etico un editore milanese contro l’invio di 500 lire in francobolli spediva un poderoso catalogo di articoli e libri per “prepararsi al futuro che l’ignoto nasconde”.

Nel 1975 i precursori dell’Età dell’Acquario promisero l’aurora della “pace perpetua” (che invero non sempre suona di buon augurio) anche con la consolazione della musica. Per sole 6.120 lire una Casa di Firenze vendeva cinque dischi di “voci della speranza” propizianti l’Età Novella con note “di alta religiosità”. Lugubre.

Tra le molte, una fotografia sintetizzò quell’epoca di ardimenti umanitari vagamente onusiani. Ritrae l’attualmente novantasettenne Jimmy Carter, presidente degli USA, che a Camp David il 26 marzo 1979 stringe tra le sue le mani del presidente dell’Egitto Anwar es-Sadat (affiliato alla benemerita e a torto vituperata loggia “Propaganda massonica” n. 2) e dell’israeliano Begin. A quattro anni dalla catastrofica fuga degli americani da Saigon, era l’annuncio della pace dopo 25 anni di guerre nella zona militarmente più torrida del pianeta. Sennonché, detto fatto, Sadat venne platealmente assassinato da fondamentalisti islamici e il 4 novembre 1994 Yitzhac Rabin, primo ministro e ministro della Difesa dello Stato di Israele, fautore dell’accordo di Oslo con Yasser Arafat, appena dichiarato che era giunta l’ora della pace, fu ucciso da un israeliano non meno fanatico.

L’Età dei Barracuda…

L’Acquario, però, non è solo simbolo zodiacale ed estatico annunzio dell’Era sin qui evocata, popolata di novelli Principi Rosa+Croce, Neo-templari, Illuminati, Elevati, Arrampicati, Equilibristi e via fantasticando. È anche la Grande Vasca nella quale guizzano pesci multicolori. A volte gli Acquari sono giganteschi serbatoi di specie marine rare e affascinanti. Si muovono come natura loro detta per la meraviglia dei visitatori, che non sempre si domandano come essi si cibino. Se homo homini lupus, non da meno sono i pesci che si pascono a vicenda secondo una catena alimentare che non dovrebbe suscitare scandalo. I barracuda, per esempio, sono come certi partiti e gruppi parlamentari. Luminescenti, dalla vista aguzza e dai denti che non perdonano si muovono in gruppo in acque fangose, circondano la preda come fossero in piazza del Duomo a Milano e poi divorano.

Come più non suscita scandalo nel cittadino-spettatore lo spettacolo oggi fornito da certi movimenti dalle dimensioni più varie e dai colori fantasmagorici che si aggirano instancabili nell’Acquario della “politica” italiana per risolvere l’enigma della partita tripla incombente: elezione del capo dello Stato (non nomina, come invece scrivono e dicono illustri editorialisti), conferma dell’attuale valentissimo presidente del Consiglio dei ministri (previe dimissioni di rito) o nomina di un chissà quale suo successore; scioglimento più o meno anticipato di Camere brancolanti nel vuoto, in perenne attesa che dal Cielo discenda su di loro la fiammella della legge elettorale che non sanno darsi da sé.

Affascinato sino allo smarrimento dal luccichio delle squame di movimenti e partiti, di gruppi e sottogruppi, pescecani di lungo corso e pesciolini dall’aria impaurita, come il leopardiano pastore errante dell’Asia volgendo gli occhi al cielo si domandava “A che tante facelle”, così il cittadino-spettatore odierno s’interroga sul senso di questo gran daffare politico-partitico “h24” e comincia a sospettare che forse tanti “non sanno quello che si fanno” e, peggio ancora, quel che “ci fanno”.

Il dubbio che qualche congegno del regime instaurato il 1° gennaio 1948 davvero non regga più, come accade a tutti gli “impianti” usurati dal tempo, mai sottoposti a verifica e ammodernati, va oltre il sistema parlamentare e lambisce la soglia del Palazzo dei Papi, più noto come Quirinale. Ne parlammo a lungo e ripetutamente con l’inascoltato e sempre rimpianto Marco Pannella, precursore delle “picconate” di Francesco Cossiga, “provocatore” non per il gusto di demolire ma per ridestare il Paese che fu “culla del diritto” ma (come mi ripete un insigne giureconsulto e storico) a furia di cullarcisi “si è addormito”. Valga, a conferma, l’immobilismo di Istituzioni, come il CSM, sui quali le richieste corali di “aria, luce e pulizia” sono come rugiada sulla catena dell’Himalaia. Ma la Primavera (nostrana) del 2022 se non altro porterà con sé il referendum, se lo scioglimento delle Camere non lo rinvierà... sine die.

  Stanco di inseguire le piroette dei barracuda, il cittadino-spettatore lentamente sposta l’attenzione dalla bolgia dei pesci alle paratie dell’acquario. Esse costituiscono un blocco unico, senza suture, e sono spessissime. Dopo averle a lungo guardate improvvisamente egli le vede e comprende che sarebbe vano tentar di influire su chi vi sguazza, esprimendo la propria opinione e magari recandosi alle urne. Il mondo del cittadino-spettatore e l’Acquario sono separati da una paratia impenetrabile. Chi sta all’esterno ha il diritto di guardare, senza porre domande fastidiose. Deve bastargli di “rimanere all’asciutto”.

…e dei decreti con effetto immediato.

Un altro rovello assale il cittadino-spettatore dinnanzi all’Acquario multicolore. Ma se davvero per fronteggiare la pandemia occorrono misure drastiche e immediate e se, come da tempo sentenziato e finalmente capito anche “in alto”, i famigerati Decreti del presidente del Consiglio dei ministri evocano i pesi peggiori vissuti dagli italiani dal 1945 a oggi, perché mai per combatterla il governo attuale che vanta una maggioranza vastissima è ricorso a un decreto-legge, immediatamente esecutivo dalla controfirma del presidente della Repubblica ma da approvare entro 60 giorni dalla sua emanazione? Perché non ha portato direttamente in Aula un disegno di legge di poche e chiare parole anziché una cassata di sei articoli articoli (introdotti da dodici “visto”, due “considerato”, due “ritenuta” e un altro “visto”) con seguito di quater, quinques, sexies…? Chi dice che, con gli scossoni che si annunciano, le Camere approveranno il decreto legge nei tempi previsti? E che cosa accadrà dei provvedimenti nel frattempo eseguiti e subìti, sanzioni incluse? Alla fin fine chi si deciderà una buona volta a distinguere tra “non vaccinati” e “no vax”? La differenza filosofica, culturale e giuridica è abissale. Richiede il “discernimento” insegnato dai padri della Compagnia di Gesù.

Queste considerazioni non sono polemiche astruse. Sono domande tanto ovvie quanto necessarie. Com’è necessario domandarsi se esista una legge che obbliga i cittadini a disprre e saper usare un cellulare di nuova generazione, un tablet, un personal computer per ricevere messaggi dalle “autorità competenti” su quel che debbono o non debbono fare. Abbiamo visto qual è il loro uso da parte di aziende che licenziano in tronco i dipendenti con un “messaggino”. In un Paese nel quale gli uffici comunali impiegano mesi a consegnare (a pagamento) la carta d’identità elettronica (e non tutti sono in grado di farlo), mentre sempre rapidissime arrivano addirittura come “atti giudiziari” le contravvenzioni per eccesso di velocità di 2,5 km l’ora, la contraddizione è stridente e il fastidio è crescente.

  Levatosi dalla contemplazione dell’Acquario e tornando al “travaglio usato” il cittadino-spettatore, che un po’ si sente passero solitario e anche un po’ uccellato, mentre ascolta l’ennesima retorica celebrazione dell’Unione Europea una domanda si pone: ma se davvero essa fosse cosa seria, se davvero esistesse non solo per indebitare figli e nipoti, com’è che dopo due anni di pandemia ogni suo “membro” va per i fatti propri e adotta le misure che più gli aggradano per ottenere il consenso dei suoi cittadini? Non è che sotto la maschera di una miriade di competenze e di una pletora di ben remunerati, e a volte strambi, funzionari questa ‘“Europa” rimane solo una finzione?

Scrollatosi di dosso l’anno passato e preoccupato assai per quello appena iniziato, il cittadino-spettatore apre, un po’ sconsolato, l’Almanacco Zodiacale e ha un trasalimento. L’Acquario viene prima dei Pesci, che sono seguiti dall’Ariete. Quando annunciarono la fine dell’età dei Pesci e l’inizio della loro, gli Acquariani dunque avevano “sbroccato”? Non ci si può proprio fidare? E allora, come dicevano gli antichi, “crepi l’Astrologo”?

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: 4 novembre, afghanistan, anni, annuncio, cairo, campidoglio, capo dello stato, cellulare, consenso, considerazioni, consiglio dei ministri, crisi, debito pubblico, dichiarato, dimissioni, egoismo, europa, finanziaria, firenze, futuro, governo, grecia, italia, legge elettorale, marco pannella

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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