
Ennio Flaiano, ospite del Presidente a una cena ufficiale nei primi anni Cinquanta, raccontava .
“Alla fine di una cena al Quirinale il maggiordomo recò un enorme vassoio, con delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso, poi sospirò. Io, disse, prenderei una pera ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?
Tutti avvertimmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma…
Tuttavia lo battei di volata: io, presidente…
Il presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto e me la posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni Battista”.
Poche righe sufficienti per definire Einaudi, storico fondatore dell’azienda vinicola che porta il suo nome, nonché primo Presidente della Repubblica democraticamente eletto. Il pragmatismo, la sobrietà e la parsimonia piemontese, l’attaccamento alle proprie origine contadine, lo distinsero per tutta la vita.
Ma anche un grande economista. Quando nel 1897, giovane e senza mezzi, acquistò il primo podere in San Giacomo a Dogliani, non fu solo per nostalgia delle proprie origini.
Era altresì convinto che l’agricoltura avrebbe portato le langhe e il Piemonte tutto fuori dalla crisi degli anni del dopoguerra. Rilanciare e far crescere quel territorio lo avrebbe fatto emergere dalla povertà.
Un liberale italiano. Un liberaldemocratico.
Da “Le prediche inutili”.
“L’uomo che è uno solo, è costretto ad essere a volta a volta e nel tempo stesso, liberale e socialista; o più l’uno o più l’ altro, a seconda del prevalere dell’uno o dell’altro principio. La diversità tra le due parti è di temperamento; i liberali più attenti ai meriti ed agli sforzi della persona sono propensi a tenersi stretti nell’ ammontare dei sussidi, laddove i socialisti, meglio misericordiosi verso gli incolpevoli, sono pronti a maggiori larghezze. Né il contrasto è dannoso, perché giova alla scoperta del punto critico, per il quale si opera il trapasso dal bene al male sociale.”
Rileggere queste righe mi ha fatto venire i brividi, perchè rappresenta il mio pensiero da sempre, ancor prima di leggerlo. E,dunque, conoscerlo.
La ricerca costante di un equilibrio politico, di per sé instabile, in un sistema che tende a una metamorfosi ininterrotta, può dar vita a una società più giusta, mentre gli eccessi, integralisti e intolleranti da una parte o dall’altra possono produrre solo danni.
Odore di centro.
Si dice che al peggio non c’è mai fine. Ma peggio di così, si muore. E speriamo che il Premier, tanto apprezzato anche all’estero, segua il concetto di autonomia, primus inter pares, e segua, in modo sobrio ma deciso, finalità e programmi che auspicava lo stesso Einaudi che ritengo, da sempre, il mio faro.
Se non ora quando.
Nihil novi sub sole, si dirà. Infatti, ma fino ad oggi non siamo riusciti a dare un senso compiuto e organizzato a tutti questi flussi che, accomunati da ideali simili, non soggetti al pensiero unico ma poco contrastanti, cercavano una collocazione vivace e moderna ma anche saggia e razionale.
“Noi democratici non siamo contro la ricchezza ma contro la povertà. La ricchezza, per noi, non è una colpa da espiare, ma un legittimo obiettivo da perseguire. Ma la ricchezza non può non essere anche una responsabilità da esercitare”.
Olof Palme, un socialdemocratico che pensa come un liberale.
Ecco da questo pensiero di Palme vorrei partire per chiarire una posizione che spesso viene interpretata in maniera fuorviante. Se i socialisti e i liberali fossero stati meno snob e pieni di sé avrebbero potuto combinare qualcosa di buono. Insieme.
E’ forse impossibile elaborare un proprio concetto di stato sociale in senso liberale? O ci si deve sempre riferire a schemi preconfezionati? Lo dico con grande tristezza.
Repubblicani, Socialisti, Liberali, insieme ad altre forze politiche, ambiscono a una cadrega e, per averla, si fanno il loro partitino finendo per portare acqua ai mulini della malandata sinistra perdente o di una destra esagerata e iperbolica, a cui stanno lasciando, abbandonandolo, il Belpaese. Ma ci sarebbe da trovare un leader carismatico che li mettesse d’accordo. Mica facile. Eppure chi cerca trova. Un personaggio con una giusta autostima ma anche apertura mentale e tolleranza. E anche con un po’ di rispetto per il cosiddetto bene comune. Esisterà nell’orbe terraqueo?
Da giovane ancora imberbe, avevo scelto la via del liberalismo, perchè ero convinta, e lo sono ancora, che l’uomo ha bisogno di libertà di pensiero e azione per esprimersi e dare il meglio di sé. Affrancandosi da uno statalismo esasperato. Ho sempre avuto una grande fiducia nell’uomo e nelle sue capacità. Perchè esistono dimostrazioni evidenti e inconfutabili di ciò che è stato capace di costruire, in senso culturale, umanistico, intellettuale e tecnico scientifico. E ciò che è passato è un usato sicuro, mentre il futuro, chissà. Certo ha compiuto anche nefandezze. Dunque occorre saper scegliere emulando il positivo, storicizzando e metabolizzando il negativo e non usandolo come icona da tirar fuori demagogicamente alla bisogna.
E poi, per rifarsi la bocca, forse fuori tema ma non troppo, un bell’aneddoto che ci fa rimpiangere il tempo che fu.
Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista dal 1972 al 1984. Giorgio Almirante, iscritto al Partito Nazionale Fascista (fino al 1943), al Partito Fascista Repubblicano (1943-45) ed al Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale (1946-1988).
Due uomini diversi, agli antipodi. Mai un insulto, mai un offesa a toni alti. Enrico Berlinguer, colpito da ictus durante un comizio per le elezioni europee, muore l’11 giugno dell’84. Giorgio Almirante si reca in Via delle Botteghe Oscure, alla camera ardente dell’avversario di sempre (mai nemico) per rendergli un commosso omaggio. Si mette in fila, lui, ex-fascista, con i comunisti. Nessuno lo contesta, naturalmente. Pajetta e Iotti , affabilmente lo invitano a seguirli davanti alla salma dell’uomo con il quale da sempre aveva avuto confronti decisi ma leali. Il 22 maggio del 1988 muore Almirante. Pajetta e Iotti vanno in via della Scrofa, dai “camerati” circondati dal medesimo rispetto che i comunisti avevano loro riservato 4 anni prima.
Non avevano bisogno di insultare o di demonizzare nessuno. Ancor meno di odiare o portare rancore. Che nostalgia di quegli uomini. Altra preparazione, altra cultura. Politici di altissimo livello che sapevano rispettare gli avversari politici, pur esternando e difendendo i rispettivi principi e idee. Oggi, che dire.. meglio non dire. Personaggi con incarichi di altissima responsabilità che pensano solo a fare campagna elettorale per rimanere in sella. Con le dovute eccezioni. Naturalmente.
Speriamo di non dover assistere alla scomparsa di nessuno per ritrovare rispetto e serenità.
Carla Ceretelli

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