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Pisa, Teatro Verdi: un finale col botto che raccoglie applausi per tutta la durata dell’Opera

di Stefano Mecenate | 29 Settembre 2021

Un TROVATORE eccellente chiude la “trilogia popolare” che porta la firma, in qualità di regista, del direttore artistico del teatro di Pisa, Enrico Stinchelli.

Una scelta coraggiosa, quella fatta da Stinchelli, di proporre le tre celeberrime opere verdiane a distanza di una settimana una dall’altra in formato “minimal” per quanto concerne la scenografia e con cast dove preponderanti sono le giovani voci che aveva precedentemente selezionato in un lungo casting.

Una scelta che gli è costata anche alcune critiche, in verità molte delle quali gratuite e pretenziose, ma che ha mostrato come sia possibile produrre a basso costo senza tuttavia privare le opere della loro “anima” spettacolare. L’abbondante uso delle proiezioni, i pochi elementi scenici sul palco, un attento gioco di luci hanno dato vita a tre appuntamenti l’ultimo dei quali, appunto Trovatore, è stato davvero notevole.

Tutto, o quasi, ha funzionato più che bene: le proiezioni, pertinenti, suggestive, ancora una volta con espliciti rimandi a Pisa, hanno ben contestualizzato, emozionalmente parlando, lo svolgersi della storia senza essere necessariamente didascaliche; il disegno di luci, sempre affidato ad Angelo Sgalambro, ha efficacemente segnato i momenti topici dell’opera creando delle ambientazioni emozionanti; il coro, diretto dal M° Marco Bargagna, ha offerto una ottima prova della sua preparazione; coerenti ed eleganti i costumi della Sartoria Teatrale Fiorentina e del teatro Verdi. Interessante l’idea di non “vestire” il coro lasciandolo “dentro” la storia ma quasi ne fosse al di fuori; piacevole quanto inattesa la presenza degli sbandieratori delle Magistrature pisane. Bello il contributo coreografico ancora una volta affidato alle mani esperte di Daniela Maccari.

Anche la direzione del M° Marco Gudarini ci è apparsa più convincente: l’Orchestra Arché ha affrontato la partitura con slancio e determinazione sottolineando con pari attenzione e sensibilità i momenti eroici e corali e quelli più intimistici così che l’insieme è risultato complessivamente emozionante; il dialogo con il palco ci è sembrato più efficace e i cantanti hanno seguito le indicazioni del direttore evitando quegli spiacevoli scollamenti che avevamo evidenziato.

Per parlare dei cantanti, basterebbe citare gli applausi che hanno costantemente accompagnato le loro performace: a mia memoria, pochissime volte ho avuto il piacere di vedere il pubblico veramente entusiasta lasciarsi andare ad applausi lunghi e sinceri come è accaduto in questa occasione. Una grande soddisfazione perché significa che il lavoro svolto dal direttore artistico fin dalla sua entrata in servizio è stato capito ed apprezzato dal pubblico che, finalmente, non ha bisogno della grande star per venire in teatro a gustarsi l’opera!

Sembra banale dirlo, ma in realtà questo successo può essere una chiave di volta per il futuro del Verdi, che potrebbe diventare un incubatore di nuovi talenti realmente meritevoli che offrono prestazioni di qualità ad un pubblico capace di apprezzarne il talento anziché il nome.

Voce scura e vellutata, grande presenza scenica, il baritono Cèsar Mendèz, al suo debutto nel ruolo, ha dato un’eccellente prova nel ruolo del Conte di luna come del resto ha fatto la mezzosoprano Victoria Pittis, una grande Azucena, ruolo nel quale aveva debuttato nel 2019 all’Opera di Sofia. Intensa la sua interpretazione, mai sopra le righe, che ci lega da subito alla sua “triste storia” commovendoci e facendoci indignare quando, al suo Manrico, racconta come si è trovata a vivere l’atroce esecuzione della madre:

“…Condotta ell’era in ceppi al suo destin tremendo,col figlio sulle braccia io la seguia piangendo: infino ad essa un varco tentai, ma invano, aprirmi,invan tentò la misera fermarsi e benedirmi, ché, fra bestemmie oscene, pungendola coi ferri, al rogo la cacciavano gli scellerati sgherri!”

Non meno positiva quella della soprano Carolina Lopez Moreno, una Leonora dolcissima e struggente, sempre all’altezza del suo personaggio. Cresciuta alla scuola della soprano Donata D’Annunzio Lombardi (“Capito da dove venivano quei pianissimi perfetti, purissimi ed eseguiti con tecnica antica e unica. Il Canto è come la matematica: due più due fa quattro, sempre” ha sottolineato Stinchelli in occasione di una intervista alla cantante) ha saputo cogliere, pur debuttandolo per la prima volta, le molteplici sfaccettature di questo personaggio che, partendo quasi in sordina, cresce fino ad assurgere al ruolo di consapevole vittima sacrificale in nome di un amore grandissimo che l’ha vista scegliere precedentemente la via della clausura credendo il suo amato morto in battaglia. A lei sono affidate romanze bellissime e altrettanto potenti duetti che Carolina Lopez Moreno ha affrontato col piglio della cantante ormai famosa ottenendo ogni volta il plauso del pubblico.

Qualche perplessità l’abbiamo invece avuta con Murat Karahan, Manrico, la cui voce che sappiamo potente non appariva brillante come ci si aspettava. Eppure al personaggio di Manrico è molto legato: “…La prima a suggerirmi di cantare Manrico fu Renata Scotto a Santa Cecilia, a Roma. Lei è la regina del legato e mi insegnò cosa voleva dire cantare davvero l’opera, fare musica. Mi fece cantare un’aria del “Dom Sébastien” di Donizetti e mi mostro come interpretare le linee musicali. Subito dopo mi disse di cominciare a studiare Trovatore. Io rimasi un po’ perplesso, ma lei mi disse che non è un ruolo spinto. È un ruolo di Belcanto, e aveva ragione”. E la sua lettura del personaggio, condivisibile: “Manrico è un eroe, ma è anche un adolescente. L’equivoco con ruoli come Radames o Manrico è di pensarli come uomini maturi, se non anziani, mentre entrambi avranno al massimo vent’anni”.

Si conferma una bella voce quella del basso Levan Makaridze un ottimo Ferrando come del resto lo era stato in Rigoletto nel ruolo di Sparafucile e in Traviata in quello del dottor Grenvil. Positive anche le prove di Alessandro Vannucci, Ruiz, e Greta Irussi, Ines.

Ancora una volta Stinchelli ha voluto personificare una presenza immanente dell’opera: così dopo la Morte e la Maledizione, questa volta la brava Alice Bachi ha vestito i panni della Strega; una presenza discreta, forse a mio avviso meno apprezzabile rispetto alla Morte di Traviata anche perché già ricorre, con ben altra positiva efficacia, nei video.

Abbiamo anche apprezzato lo “sforzo”, riuscito, di far cantare, durante i dialoghi, i cantanti guardandosi tra loro anche se, come spesso accade, la voglia del proscenio porta qualcuno a staccarsi per rivolgersi al pubblico.

Credo, ma è solo una mia impressione, che un regista dovrebbe lavorare molto a questo scopo: se ne avvantaggerebbe la parte scenica e si abbasserebbero certe smanie di protagonismo che poco giovano all’effetto d’assieme dove ogni interprete, dal protagonista al comprimario fino alla comparsa, sono tasselli di un unico mosaico che raggiunge il suo completamento solo quando ogni tassello è al suo posto.  

Volendo tracciare un bilancio di questa “audace” operazione, pensiamo debba ritenersi complessivamente positivo. Al netto di tempi decisamente corti per la preparazione (Ah, bei tempi quando le prove potevano essere fatte senza troppe limitazioni e si poteva lavorare “di fino” sia sull’orchestra che sui cantanti), ognuno ha fatto del suo meglio per dare il massimo possibile e il pubblico non solo lo ha capito ma con la sua presenza a tutte e tre le opere, ahimè contingentata a causa del covid, e con gli applausi dispensati “a piene mani”, ha chiaramente detto che ciò a cui hanno assistito meritava essere fatto così come è stato fatto, aprendo una nuova possibilità di far ascoltare le opere.

Adesso non resta che aspettare la seconda parte della stagione nella quale faremo conoscenza con titoli forse meno noti ma non meno importanti nella storia del melodramma. Da Handel a Rota, dal XVIII secolo al XX secolo, lungo un arco della storia durante il quale le vicende degli uomini sono mutate talvolta anche drammaticamente, per cogliere queste trasformazioni in un genere musicale che non ha mai smesso di conquistare il cuore degli ascoltatori.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anziani, battaglia, figlio, fiorentina, futuro, giovani, impressione, intervista, lavoro, lega, pisa, rigoletto, roma, scuola, teatro di pisa

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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