
Alcune osservazioni a margine di una stimolante lettura, Non c’è fede che tenga di Cinzia Sciuto. Il libro, edito da Feltrinelli, riporta l’eloquente sottotitolo “Manifesto laico contro il multiculturalismo”, quasi una provocazione per il pensiero progressista ma, sarebbe meglio dire, nei confronti del main stream e del politicamente corretto. La tesi sostenuta da Sciuto è la seguente: il problema della disomogeneità culturale all’interno delle società complesse rispetto al problema dei diritti prevede due approcci, quello comunitarista/multiculturalista e quello soggettivista individualista, solo “apparentemente distanti ma che in realtà condividono un nucleo fondamentale: una sostanziale indifferenza nei confronti del destino degli esseri umani.” Il multiculturalismo, appellandosi al rispetto delle identità comunitarie delle minoranze etniche, religiose o, più generalmente, culturali rischia di conculcare i diritti del singolo, diritti che vengono invece riconosciuti al suo gruppo di appartenenza. Detto in altre parole: i diritti appartengono al soggetto e non ai gruppi ma quegli stessi diritti non vengono tutelati quando confliggono con il sistema giuridico della comunità in cui il singolo si inserisce. Il riconoscimento dei diritti individuali prima di quelli di un gruppo, sia esso etnico, religioso o altro, è una prospettiva di tipo laico e democratico che condivido totalmente, una prospettiva però che apre nuovi problemi e lascia spesso irrisolte alcune questioni di fondo che, a mio avviso, neanche l’interessante analisi di Sciuto riesce a sciogliere. A proposito della presenza all’interno di uno stato di comunità culturali diverse, viene giustamente osservato che “i soggetti di una comunità politica devono essere sottoposti al medesimo ordinamento giuridico” e che non vi possono essere, all’interno di uno stato di diritto, sistemi giuridici diversi o addirittura antagonisti perché “la caratteristica fondamentale della legge è, appunto la sua universalità” e, aggiungo, più concretamente, secondo il principio romano, la sua territorialità, cioè le leggi devono valere per tutti i soggetti presenti in quel territorio. Frequenti sono dunque nel libro i richiami al pensiero di Kant e al rispetto dell’universalità della legge ma si dice anche che le “regole del gioco” democratico non sono date una volta per sempre, non sono scritte nella pietra, non sono ‘naturali’ né mere cornici formali prive di contenuto”. Chi stabilisce queste regole? La risposta è lo Stato, la comunità democratica. Subito dopo viene proposta la parità dei sessi come esempio di “regole del gioco”. Ma queste, più che regole mi sembra siano i valori fondanti da cui la legge poi scaturisce, i valori non dati una volta per tutte, conquistati nel tempo, come la storia ci dimostra e come la stessa autrice riconosce. Allora sarebbe necessario distinguere tra diritto positivo e legge morale, secondo l’accezione kantiana. Il ricorso all’universalità, riferendosi alla legge, ha senso nel qui ed ora e rispetto a tutti i soggetti della comunità, ma una legge, proprio perché è un prodotto culturale di una data comunità, cambia nel tempo in relazione al mutare della sensibilità di quella comunità e cioè quando cambiano i valori di riferimento. Tutelare valori diversi da quelli della comunità ospitante, anche quando sono in palese contrasto con i valori della maggioranza, dice Sciuto, significa derogare ai propri principi e attribuire dei privilegi a determinati gruppi, atteggiamento questo che porta ad una diversa forma di razzismo che tende a marginalizzare il gruppo di minoranza costruendogli una identità di maniera. Questa mi sembra una chiave di lettura molto interessante: il razzismo può avere molte forme, da quella più facilmente individuabile perché espressa in maniera esplicita a quella meno identificabile creata da presupposti che all’inizio possono sembrare inclusivi ma che alla lunga rimarcano una diversità. Ben inteso, non si intende così negare le specificità culturali dei gruppi ma il riconoscimento deve essere mantenuto all’interno del quadro normativo e valoriale della comunità più ampia in cui quei gruppi si trovano a vivere. Non ci sono specificità culturali che ci permettano di ottenere “privilegi” o deroghe che ledano i diritti del singolo appartenente a quella comunità perché, in tal modo, la società tutta viene meno ai principi che si è data e, creando queste “zone franche” finisce per fare un danno, non solo alla persona, ma al gruppo stesso perché rimarca la frattura e la diversità della minoranza e pone le basi per la discriminazione della stessa. Diverse considerazioni si devono fare riguardo ai valori su cui una comunità (Stato) si è costituita e,di conseguenza, al rispetto o alla negazione dei diritti che ad essi sono legati. Qui il terreno si fa molto scivoloso. Si è detto che i valori e i diritti dei soggetti di una comunità cambiano nel tempo ma è possibile parlare di diritti universali o naturali o inalienabili? Questa categoria di diritti che non deriva dall’ordinamento giuridico di un stato ma si presuppone essergli antecedente e, per sua stessa definizione immutabile, ha un senso? Esiste cioè al di là della sensibilità legata alle diverse epoche e situazioni contingenti, uno zoccolo duro che accomuni popoli diversi per cultura, religione, collocazione geografica ecc.? Insomma un principio in cui l’umanità tutta possa riconoscersi? Questa mi sembra essere la domanda fondamentale a cui il pensiero filosofico e politico ha cercato di rispondere nelle diverse epoche senza pero mai giungere a un pronunciamento se non definitivo, almeno univoco. Potremmo azzardare una risposta: si potrebbe dire che lo zoccolo duro è rappresentato rispetto della dignità della persona. Soddisfare in questo modo la domanda significa tirare in ballo il concetto di limite: cioè la soglia oltre la quale non si può andare, fino a dove ci si può spingere infatti prima di poter dire che quel diritto fondamentale è stato violato? Non è facile stabilirlo, Quando la dignità è offesa (e ci sono molte gradazioni della mancanza di rispetto perché non si tratta di un concetto quantitativo bensì qualitativo) il valore fondante della civiltà, che dovrebbe essere comune a tutte le civiltà, è negato. Il libro della Sciuto si conclude con queste parole: “è urgente elaborare una prospettiva solidale, laica, libertaria e universalista: perché i diritti, se non sono universali, si chiamano privilegi”. Giustissimo e, tuttavia, quali siano questi diritti non viene detto, o meglio, vengono indicati diritti importanti ma che non rappresentano quello zoccolo duro, quel punto di partenza da cui tutti gli altri dovrebbero svilupparsi. La soluzione che provvisoriamente da me è stata indicata, quella cioè del rispetto della dignità della persona, mi sembra molto “alta”, bella, filosofica… Ma resta da definire come si configuri questa dignità, cosa tutt’altro che facile. Si rischia infatti di cadere nel relativismo che caratterizza le posizioni multiculturali oppure di dare delle definizioni tanto stringenti da risultare allo stesso modo inutilizzabili. Ad esempio, come si può considerare, in caso di infermità, l’accanimento terapeutico che viene attuato in nome del diritto alla vita? Se il paziente è cosciente e può decidere sulle cure che gli vengono somministrate forse non si può parlare di violazione (il “forse” dipende dal contesto e dalle circostanze che non sempre ci permettono di scegliere liberamente) perché anche la perdita di autonomia e intimità nell’espletamento delle funzioni vitali viene accettata e richiesta dal soggetto e pertanto l’obiettivo del mantenimento in vita è superiore a ciò che si perde. Altra cosa se il paziente non ha la possibilità di esprimersi e altri “abusano” del suo corpo e della sua dignità in nome del diritto alla vita. Il terreno è talmente accidentato su questo punto che il legislatore non vuole o non sa prendere una posizione. Poi, per citare un altro esempio, si potrebbe pensare ai casi di attività sessuali estreme in cui il soggetto volontariamente si sottopone a pratiche umilianti che calpestano la sua dignità. In relazione a quanto detto a proposito delle infermità e della scelta cosciente dovrebbero anche queste essere considerate come azioni che non intaccano il diritto fondamentale del rispetto della persona? Fino a dove ci si può spingere? Quale è il limite? Si dirà: fino a quando il soggetto lo vuole, ma ne siamo proprio sicuri? Per entrare nel campo più specifico della multiculturalità, che dire della pratica dell’infibulazione eseguita in ambulatori occidentali? Viene fatta per salvaguardare (così si dice) le condizioni igieniche ed evitare danni fisici immediati (come se la pratica in sé non fosse un danno fisico oltre che psicologico, morale, spirituale…). Tutto questo per assecondare un “privilegio” di una comunità, non certo della persona (in questo caso la donna ma preferisco parlare di persona perché altri esempi come questo si potrebbero citare). C’è quindi una ulteriore considerazione da fare: il gruppo si dà un’identità, il singolo appartiene al gruppo e si identifica in esso ma quanta parte ha il contesto in questa scelta di appartenenza, cioè quanto siamo condizionati ad accettare delle imposizioni che individualmente ci umiliano perché altrimenti saremmo osteggiati dagli altri membri della comunità? Questo vale per tutti, sia per i piccoli gruppi etnici o culturali sia per la maggioranza, l’appartenenza è un forte condizionamento nel rispetto dei nostri diritti individuali. C’è il diritto della comunità ma a volte il suo rispetto richiede la negazione del diritto del singolo. Anche se è un concetto sfuggente e di difficile definizione, continuo a pensare che il rispetto della dignità della persona sia il primo diritto, quello fondante e universale, che precede qualsiasi regola o legge. Su che cosa baso questa mia convinzione? Sulla capacità di patire e compatire (nel senso di mettersi nei panni degli altri) che tutti gli uomini hanno, sul sentimento di amor proprio ferito, sull’istinto di conservazione che non è solo fisico, materiale ma anche spirituale e coinvolge la coscienza che si ha di sé. Relativizzare questi sentimenti è chiamarsi fuori cercando una giustificazione razionale al sopruso nei confronti degli altri o all’indifferenza per la loro sorte, è adottare una prospettiva individualista e al contempo di falso multiculturalismo, due approcci che sembrano distanti ma che portano allo stesso punto. In conclusione, porre al centro la dignità della persona come primo diritto non significa aver risolto il problema del fondamento perché il concetto è sfuggente e di non facile definizione ma prendere in considerazione questa prospettiva ci permette almeno di smussare quel relativismo che sotto la falsa apparenza del rispetto culturale ci autorizza a non tener conto del rispetto dell’individuo.
Alessandra Nardon

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