Alicudi si trova nel mar Tirreno e appartiene all’arcipelago delle isole Eolie. E’ un’isola piccolissima, la più piccola delle “Sette sorelle” dell’arcipelago, a nord e tutte insieme a fare da corona alla “Terramadre” di Sicilia, come l’“ottava” di Platone. Ad Alicudi vivono ancora oggi poco più di 100 abitanti, c’è chi dice 105 chi 140, ma quel che è certo è che ad Alicudi vivono, nessuno sa da quando, 4 gatti: 3 di sesso maschile e 1 di sesso femminile.
I 4 gatti vivevano ad Alicudi forse già dapprima che l’eruzione del vulcano nella vicina isola di Stromboli, in una data imprecisata, avesse fatto in modo che alcuni abitanti dell’isola omonima abbandonassero la stessa e approdassero con proprie navi nell’isola, che si mostrò subito disabitata, che oggi chiamiamo Alicudi. Furono questi, in fondo dei nomadi, a chiamarla così. Dopo qualche tempo, alcuni di loro stessi scoprirono però un’antica stele che recava segni precedenti della dimora di una specie, forse umana, in cui la terra veniva chiamata piuttosto Arcudari e ancor prima Ericussa.
Ancora alcuni sostengono oggi che il nome Arcudari derivi dall’arabo e di esso ci sarebbe traccia nei più antichi dialetti della terra di Sicilia; invece, il nome Ericussa indica con maggiore evidenza la diffusissima presenza sul territorio dell’isola di erica, un erba che alcuni abitanti dell’isola ancora oggi ritengono miracolosa. Come l’erba sottratta a Gilgamesh dal mostro marino. Altri credono che l’origine e il significato incerto di Arcudari potrebbe rappresentare un composto di due termini dialettali siciliani: “arcu” (arco) e “dari” (dare, trasferire il possesso a un’altra persona), ed è ciò che attualmente si crede.
Ciò che invece sembra incredibile è quanto ci accingiamo a raccontare. Sembra incredibile, lo ripetiamo, ma: ogni giorno, nello stesso posto, alla stessa ora, sempre gli stessi 4 gatti si riunivano tra di loro, provenendo dai 4 punti cardinali, esatti, dell’isola. Il più vecchio abitante dell’isola, che tutti gli altri chiamano Parmenide, sapeva che i gatti s’incontravano nello spazio dov’è sito l’attuale molo di attracco all’isola, esattamente quando il sole raggiunge lo zenit, e cioè quando, nel corso dell’anno, giorno dopo giorno, la proiezione verticale di ogni osservatore, e quindi di ognuno dei gatti, forma un angolo esatto di 90 gradi con la superficie della terra che ognuno di loro calpesta. Come facciano i gatti a sapere ciò è chiaramente un mistero.
I gatti s’incontrano nella piazzetta del molo, sia che il tempo sia bello o brutto, faccia caldo o freddo, tutti i giorni dell’anno, siano 365 o 366. Inoltre, come dicevamo, i gatti provengono, ognuno, da una delle quattro contrade in cui si divide l’isola. La gatta, a cui gli abitanti hanno messo il nome Gea, scende dalla vetta più alta dell’isola e viene dunque da nord. I 3 gatti maschi vengono rispettivamente da ovest, sud ed est: il primo è chiamato Platone, il secondo Salvatore, l’ultimo Pitagora.
Un giorno accadde però un fatto straordinario, che ruppe la monotonia apparente di quell’antichissimo borgo: un’eruzione di lava. Dal profondo del mare fin su la terra dell’isola oppure dalle profondità della terra fin sulla superficie calpestabile dell’isola. Tutti ignoravano, forse perfino i gatti medesimi, che la terra dell’isola, oltre che sul mare, poggiasse su un vulcano o fosse essa stessa la superficie di un vulcano finora inerte.
Quel giorno, dunque, come un gigante dormiente fino ad allora ripiegato su se stesso, il vulcano si era innalzato su se stesso, come Osiride all’inizio del suo percorso diurno, e aveva fatto sentire la sua voce, dapprima rauca poi squillante e infine caldissima. Come e oltre la temperatura del sole allo zenit. Due raggi di fuoco paralleli, dalla vetta dell’isola, avevano raggiunto il cielo fino a formare in esso un cerchio di fuoco, per poi ricadere, in un tempo brevissimo, nello stesso punto e, all’impatto con il suolo, svanire misteriosamente. E l’isola, immediatamente, riprendere le stesse fattezze e gli abitanti, dopo un enorme spavento, riprendere la stessa vita di prima.
E tuttavia, durante l’evento, Parmenide aveva notato qualcos’altro di strano. Il fatto si era manifestato immediatamente prima che il sole ascendesse allo zenit e, dalla sua postazione, egli aveva potuto osservare come per l’intera durata del brevissimo fenomeno eruttivo 3 dei 4 gatti avevano all’apparenza interrotto il loro abituale cammino, fermi e quindi immobili su se stessi. Si trattava dei 3 gatti maschi, evidentemente interdetti dal fenomeno, che anche per loro, pensò, fosse stato inspiegabile. Questo pensò, cercando tuttavia di ricordare l’esatta posizione che i 3 avevano assunto in quel fatidico istante.
Gli sembrò allora di ricordare che Platone, ritto su due zampe, avesse aperto le altre due, indirizzando l’una verso destra e l’altra verso sinistra, come nell’atteggiamento dialettico di chi non sa esattamente dove andare e cosa sia giusto fare. Invece Salvatore – Parmenide pensò per lo spavento – si era arrotolato su se stesso, come un riccio chiuso a difesa di se stesso, della propria incolumità e sacralità. Pitagora sembrava invece un fantasma, folgorato dall’azione del fuoco che aveva assunto l’immagine prima di due bastoncini e poi un cerchio nel cielo, inconsapevole anch’esso di quanto stesse accadendo.
Ma Gea? Che cos’era successo, in quello stesso istante, a Gea? Parmenide non aveva potuto notarla, perché durante l’eruzione Gea si trovava alle sue spalle, esattamente a un passo da lui. E tuttavia egli comprese che Gea non si era mai fermata, perché, come sempre, non aveva interrotto il suo percorso naturale e per questo, nell’istante immediatamente seguente all’evento unico, essa si trovava ora al luogo del consueto appuntamento posizionata esattamente allo zenit. Come ogni giorno, come tutti i giorni dell’anno, come sempre.
Quando sopraggiunsero, di lì al successivo istante, gli altri 3, Gea – realisticamente e scetticamente – miagolò all’indirizzo di tutto e tutti la sua eterna e imperturbabile felicità. Per i navigatori che vogliano incontrarla, lei aspetta tutti al molo di approdo dell’isola quando, nel cielo, il sole è allo zenit.
Angelo Giubileo

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