Una volta il giornalista di cronaca, cioè cronaca nera, viveva e lavorava più di notte che di giorno, portava a casa o meglio al giornale, l’ultimo omicidio, l’ultimo incidente, l’ultimo incendio, l’ultima lite, l’ultimo morto.
Una volta i giornali chiudevano alle 2. Ora molti chiudono alle 22, se va bene. Infatti più che quotidiani sembrano settimanali. Noi stavamo in redazione fino alle 2, ultima ribattuta, ultimo morto, ultimo sparo, ultimo scontro. Al telefono con la Polizia o i Carabinieri. O i Vigili del fuoco. E le varie Croci.
E se arrivava un incidente o un morto alle 2 il proto Cisbo mi diceva: dai scrivi 20 righe e domani abbiamo l’ultim’ora. Ed erano le righe più intense. Magari in neretto. Poi il giorno dopo paginata.
Poi alle due e mezza o tre di notte si chiudeva e io andavo a casa soddisfatto. Mio papà che mi aspettava alle tre e mezza di notte mi chiedeva: cosa hai fatto fino adesso? E io orgoglioso: il mio dovere. E ricordo quelle strade deserte di notte che sigillavano il mio dovere. Con le lastre dell’ultima edizione verso la rotativa.
E tre ore dopo erano già giornale. Così anche adesso anche stasera percorrendo una strada deserta mi sembra di aver fatto il mio dovere.
Fabrizio Binacchi


Efficace e sintetico. Come volevano essere una volta i giornalisti. Tutti: dal cronista di provincia al commentatore del grande giornale nazionale.