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Governo o comitato di salute pubblica? Emergenza: da sanitaria a istituzionale

Vi sono limiti oltre i quali l’autorità di polizia (in tutte le sue vesti) si deve fermare. Vi sono libertà non negoziabili, che vanno difese dall’ intrusione di gabellieri giunti a multare una madre perché andava con le figlie a pregare in chiesa.

di Aldo A. Mola | 30 Aprile 2020

Da sanitaria l’ “emergenza Italia” diviene politica e, quindi, istituzionale.

Lo sapevamo i latini: “Quos deus vult perdere dementat prius….! Privo di comprovata maggioranza nel Paese il governo è diviso su tutto. Invece di mediare e sintetizzare il presidente del Consiglio, Conte, si sottrae al Parlamento ed esaspera i contrasti con l’ormai esagerata pioggia di decreti auto-prodotti e auto-elogiati. La realtà dei fatti è però diversa da come egli se la dipinge e la narra a reti unificate. Lo si è veduto in questi giorni: non era mai accaduto che un presidente del Consiglio dovesse “interpretarsi”, correggersi, smentirsi e promettere  modifiche sostanziali poche ore dopo aver emesso uno dei suoi tanti editti. Quello di domenica 26, come ormai di consueto pomposamente annunciato e tuttora in attesa di ordinanze applicative, è stato travolto da un coro di proteste, che questa volta non hanno neanche atteso il solito “placet” di costituzionalisti, inclusi certi “giacobini miti”.

Messo alle corde, Conte è stato costretto a spiegare che per “congiunti” non voleva dire “coniugi certificati” (dallo Stato o dalle chiese) ma legati da “affetti stabili”. Adesso dovrà precisare dopo quanti anni, mesi o giorni e dopo quali atti (puri o meno) l’affetto diviene “stabile”. Stessa marcia indietro ha dovuto precipitosamente fare sulla celebrazione delle messe. Non v’è bisogno di essere cristiani praticanti per ricordare i Cappellani militari. La sacralità della Messa non sta nell’“edificio” ma nell’assemblea dei fedeli che assiste alla consacrazione delle specie e nel banchetto eucaristico. La difesa della libertà della sua celebrazione attorno a un “altare da campo” contiene in sé quella di tutti i culti (e anche di speciali riunioni fraterne attorno a un tappeto a quadri bianchi e neri, con i pochi attrezzi dell’Arte Regale e il Libro). 

Vi sono limiti oltre i quali l’autorità di polizia (in tutte le sue vesti) si deve fermare. Vi sono libertà non negoziabili, che vanno difese dall’ intrusione di gabellieri giunti a multare una madre perché andava con le figlie a pregare in chiesa: il suo proposito non rientrava fra gli “stati di necessità” previsti dai decreti Conte. Dinnanzi a tali enormità va aggiornato il motto di Camillo Cavour: “Libera messa in libero Stato”. Chi vuol essere libero di non osservare alcun culto deve difendere il diritto di chi invece vuole praticarne, nei limiti consentiti dalla Costituzione, e non si rassegna a  identificare la celebrazione reale della messa con la sua teletrasmissione: conforto ma non rito.  

Allo stesso modo, la teledidattica non è la Scuola: una montagna gigantesca, questa, accuratamente elusa dal nuovo Decreto Conte, che ignora tutte le problematiche connesse alla chiusura per sei mesi delle scuole di ogni ordine e grado, e nei fatti, mette i genitori al bivio drammatico: andare al lavoro (chi ancora può!) rischiando la denuncia per abbandono di minori, oppure occuparsene rinunciando a posto e stipendio.

La condotta del governo evoca lo spettro del giacobino Comitato di salute pubblica che, per rafforzarsi, inventò il nemico, la Vandea, e l’annientò. Con v’è motivo di condividere l’orgoglio del ministro dell’Interno, prefetto Lamorgese, che vanta l’esecuzione di 10 milioni e più di controlli e di una caterva di multe per trasgressione di divieti spesso irrazionali e opinabili, come verrà dimostrato in giudizio sui ricorsi. Saremmo più lieti di apprendere che, a tre mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza (31 gennaio 2020), il governo è in grado di assicurare mascherine, tute, tamponi, respiratori e assistenza sanitaria a chi ne ha urgente bisogno.

Con i suoi reiterati decreti Conte elude il Parlamento e sovraespone il Quirinale, dal quale fu due volte nominato presidente del Consiglio, sempre in situazioni “di emergenza”. Dunque tempo è venuto che le Camere riprendano a funzionare a pieno regime. Quello è il vero punto di “ripartenza”: tornare alla politica dopo il prolungato primato di “esperti” e di “costituzionalisti” (da buon conoscitore del mondo politico, Vittorio Emanuele III osservò che il Potere trova sempre qualche costituzionalista pronto a dargli ragione).

Prima del 3 maggio prossimo vanno riconquistate due libertà fondamentali: la circolazione dei cittadini tra regioni confinanti, a cominciare da Piemonte e Liguria (la cui unità è scritta nella testata di questo quotidiano); e il trasferimento delle famiglie, in tutto o in parte, nelle demonizzate “seconde case” anche al di fuori della regione di residenza, domicilio o dimora, tanto più dinnanzi al rinvio dell’anno scolastico a settembre o, più realisticamente, a ottobre.

Anziché trattarli da sudditi, vessati da gabellieri inclini a sfogare l’oscuro “piacere della divisa”,  governo e amministrazioni locali devono far leva sul senso civico dei cittadini, sino a oggi risultato superiore a ogni attesa. Il tempo sta per scadere e gli italiani non sono disposti a subire altre misure emergenziali da un “potere” che dice e si contraddice e snocciola promesse e vanterie.Chiedono verità e fatti concreti.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : SituazioneTag: amministrazioni locali, anni, chiesa, costituzione, emergenza, genitori, governo, lavoro, misure, mondo, multe, parlamento, polizia, presidente del consiglio, regime, scuola

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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