Mai viste le nostre città così vuote e così belle, ma cosa vale le vita se non puoi viverla a modo tuo? Se la vicina di casa non viene a salutarti sul pianerottolo per non trasgredire l’isolamento, queste sono due solitudini che non s’incontrano, anzi si aggravano.
E’ stato un momento difficile per tutti, e parlo al passato, ci dicono infatti che siamo vicini alla fine dell’isolamento. Andiamo avanti allora, riprendiamoci la nostra vita così bruscamente interrotta, evviva! ce la siamo cavata. Ma qualcosa, nel profondo di ciascuno di noi, è avvenuto. In questi mesi abbiamo affrontato e superato crisi di convivenza, di organizzazione familiare, con la paura costante di perdere noi stessi o perdere i nostri cari, ci siamo adattati a fare poco o niente, noi sempre attivi, sempre pronti a organizzare qualcosa, obbligati dal virus a rinviare l’oggi al domani, o al dopodomani, o chissà…
Nel frattempo qualcosa si è consolidato in noi, nel profondo dei nostri sentimenti: il senso della solitudine. Che è cresciuto giorno dopo giorno, che ti coglieva ogni mattina quando aprivi la finestra e vedevi il vuoto intorno: le strade deserte, nessun suono, neppure il rumore delle auto. Un’immagine di solitudine amplificata dalla dimensione delle grandi piazze vuote, e i rumori ovattati facevano sentire ovattati anche i sentimenti, i desideri, i pensieri.
Se lasciamo questa retorica di quartiere, pensiamo allora a due immagini iconiche, che non dimenticheremo facilmente.
Abbiamo un presidente della Repubblica che durante i giorni del virus non si è risparmiato, non ha trascurato nessuna ricorrenza, civile o religiosa che fosse. Ha accarezzato lapidi e bandiere, ha posato corone, percorso con passi lenti i gradini dell’Altare della Patria, senza scorta, sempre composto, silenzioso, sempre solo. C’era tristezza sul suo volto, le cerimonie erano frettolose, i ragazzi Alfieri della Repubblica recentemente premiati non erano con lui, la festa era altrove e veniva seguita a distanza, come prescritto. Mancava il calore degli abbracci, il sorriso dei ragazzi e delle loro famiglie, gli applausi.
Un altro ricordo per me indimenticabile. Non è una piazza questa volta, ma è la Piazza per eccellenza, esaltata dal silenzio e dal vuoto, illuminata fino a via della Conciliazione nelle celebrazioni notturne della veglia pasquale. E questa immensa piazza è desolatamente vuota. In quegli spazi cosi dilatati il Papa incede a fatica, forse è stanco, la risalita fino all’altare è lenta e lo affatica, ma non cerca appoggio, vuole percorrere da solo la sua personale Via Crucis, nel silenzio e nella preghiera. Un’ immagine di grandiosità e di solitudine insieme.
Un altro (triste) regalo del Covit-19.
Marisa Brambilla

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