
Da tempo la “ morte rossa” , devastava il paese. Mai pandemia era stata più fatale, o più spaventosa: portava via anche i giusti, non solo gli imbecilli. Il suo suggello era il rossore del sangue e il suo orrore. La tosse appariva improvvisa con stupore, le membra tremavano e il colore giallo anticipava il livido aspetto del volto, poi dai pori della pelle un sanguinare diffuso, infine la dissoluzione. Il marchio della pestilenza, precludeva ogni aiuto e comprensione. Il morbo si accaniva violento nel breve spazio di tempo. Ma il Principe Prospero, elegante con cravatta e pochette era creatura preveggente. Quando ormai le sue terre furono spolpate, riunì un migliaio degli amici sani, scartando quelli della Tv e con loro si ritirò inviolato in casa. Era la legge che lo imponeva, e la casa, non era una semplice casa, ma bensì merlata con grandi mura inespugnabili di gusto gotico con ampie finestre altissime e campate gloriose. Uno splendido portone, con cancelli insuperabili non lasciavano nessuna possibilità di entrare. Il mondo esterno doveva pensare per sé compreso i cinesi, che come era noto non muoio mai perché continuano a lavorare indefessi. Il principe aveva pensato a tutto, al divertimento in primo luogo: buffoni, improvvisatori, ballerini, musicanti. Il vino era d’obbligo, vi era la bellezza , la mondanità. Tutti dovevano godere della spensieratezza e dei raffinati spettacoli, mentre fuori la pestilenza era al colmo della sua virulenza. Fu così che venne offerto un gran ballo in maschera tra le stanze della immensa casa. Le bizzarre stanze erano adattissime ad un evento del genere. Queste avevano finestre di vetro colorate ed alcune stanze avevano angoli acuti delle pareti e soffitti slanciati con drappeggi per ogni stanza differenti. Gli ornamenti della seconda stanza erano purpurei, così come le vetrate. La terza era verde, con infinite sfumature e non dissimile erano le finestre. La quarta era arancione con baldacchini e guanciali intonati. Una stanza era bianca di una luminosità accecante. La sesta colorata di violetto. L’Ultima era nera avvolta in un panneggio funereo fino ai tappeti, mentre le finestre erano color rosso scarlatto, come sangue insano. Su di una parete un orologio a pendolo d’ebano segnava i rintocchi dei secondi, rimbalzando dai polmoni di bronzo, un suono cupo che si rafforzava ogni volta le lancette del quadrante segnavano il trascorre di un’ora. In pochi osavano visitare questa stanza, posta più ad occidente delle altre. La pesantezza dell’arredamento soffocava, e quella sensazione rendeva chiunque inquieto. Nelle stanze solo un tripode sosteneva un braciere che rifletteva arabeschi disegni, e sul soffitto della stanza nera lanciava inquieti zampilli e oscene figure che si riflettevano sulle pareti. Ciò, rendeva agli ospiti un senso di irrealtà. Ai rintocchi straordinariamente musicali che segnava al nuova ora, i musicanti erano obbligati a fermarsi senza volerlo. Sbiancavano in volto. Il pallore li coglieva di sorpresa gli astanti con facili smorfie mentre ai più anziani s’incorniciavano i volti di un perlato sudore. Per pochi secondi, però. La musica riprendeva subito dopo il suo fluire e le danze ricominciavano echeggiando per le stanze sostenute da lievi risate. La gaia e splendida festa ripartiva dopo ogni rintocco sotto l’egida dei gusti del principe che appariva a taluni un arlecchino sostenuto da Dj e il birraio da stadio. Egli era altresì sagace nella conoscenza dei colori e degli effetti. I suoi progetti erano audaci e bizzarri. Era stato lui a creare parte degli abbellimenti senza mai dimettersi ; fosse giudicato pazzo da taluni, aveva per sé numerosi seguaci. Era stato lui a dirigere seguendo il suo gusto, gli abbellimenti delle sette stanze e a preparare le grottesche maschere dell’ipocrisia; nemmeno fosse stato un Lermontov. Erano comunque sfavillanti e lucenti, piccanti e fantastiche . Assomigliavano molto a quelle vedute nel ‘ Ernani . Le maschere si contorcevano e si muovevano qua e là assorbendo il colore delle stanze dove passavano, grottesche, macabre, al ritmo della musica che frenetica si soffermava solamente al rintocco dell’orologio d’ebano nella sala di velluto nero ove nessuno osava più entrare. I sogni morti per pochi istanti potevano riprendere turgore e ruotare le danze su e giù instancabili davanti al bagliore dei tripodi. Ma il tempo trascorreva ed ogni ora l’orologio batteva i sui rintocchi sempre più forte. Trascolorando ormai la notte, i bagliori della luce aprivano solchi iridescenti tra le pareti mentre i festanti si abbandonavano alla gaiezza e al piacere nelle stanze più lontane. Ma queste stanze non erano fittamente affollate per decreto, nonostante fossero veramente enormi quanto un campo da calcio. Qui la vita pulsava febbrile almeno ad un metro di distanza l’uno dall’altro. Turbinosa la festa proseguiva il suo corso finche i rintocchi dell’orologio insistettero decisi nell’ora più incerta e fredda; non era notte ma neppure mattina. Colpì negli occhi, lo sgomento e l’insinuarsi nelle menti più accorte all’ultimo eco del rintocco, un gelido freddo silenzio tra gli astanti. Duro e pesante apparve una figura mascherata che non aveva fino ad allora attratto alcuno, alzando tra la compagnia un sussurro di disapprovazione e di spavento, di orrore , di disgusto. Ed anche agli esseri più sfrenati che hanno corde pesanti da suonare ai loro cuori perduti, tra i quali la vita e la morte non son che una beffarda scommessa, posero attenzione ed ebbero tremore. Avvolta da capo ai piedi nei vestimenti della tomba, la figura imponente, si fece largo anche se la figura cadaverica poteva essere sopportata a stento dai gaudenti ospiti. Il suo incedere, le fitte ferite sanguinolenti, ingaggiavano, sfidavano a duello agli sguardi impietrititi che vedevano le sembianze della “ Morte Rossa”. I lineamenti della faccia erano intrisi di sangue scarlatto epidemico, le vesti spruzzate del medesimo sangue infetto. Si vide allora, il principe asciugarsi il volto con la pochette, togliersi la maschera di Arlecchino in un primo gemito di terrore, che gli modificò i lineamenti del volto. – Chi osa?- domandò con voce rauca dopo che era apparso mille volte su facebook e in tv, verso i cortigiani governativi che lo circondavano. – Che cosa è questa sacrilega irrisione che turba la festa! Prendetelo smascheratelo, non sarà mica la Lagarde ! Lo impiccheremo ora, all’alba del “ giorno più buio” ai merli della casa ! Quando il principe Prospero pronunciò queste parole era nella stanza turchina. Tutto questo al suo segnale la musica era taciuta e il rimbombo delle sue parole erano giunte lontano, mentre la figura mascherata, orrenda e pallidissima, si faceva luogo tra gli ospiti inorriditi al punto che nessuno ebbe la forza di smascherarlo, impietrita da un misterioso e innominato terrore. Ripugnò agguantarlo e il passo deciso ed imperioso della maschera attraversò tutte le stanze, mentre gli astanti si ritiravano ai lati. Da quella bianca a quella arancione, verde, fino a quella violetta. Fu lì, che il principe Prospero v’irruppe colto dall’ira violenta attraverso le sei stanze con la spada sguainata inseguendo la figura. Impetuoso, si fermò e retrocedette, quando questa inseguita si arrestò girandosi su se stessa, nelle stanza dei velluti affrontando il proprio inseguitore. La spada sfavillò sul nero tappeto al grido straziato di” Viva la Cina popolare!”. Un attimo dopo il principe cadde morto con righi di sangue scarlatto che irroravano i suoi occhi inorriditi, e dalle ferite ne uscivano zampilli. Il gemito squarciò allora i petti dei boiardi e cortigiani governativi che avevano cercato di gettarsi addosso in un ultimo sforzo di terrore sulla figura nascosta dall’ombra del pendolo d’ebano. Fu allora che tutti si accorsero che la “ Morte Rossa” era giunta come un ladro nella notte e gli aveva rubato la vita. La morte rossa regnava indisturbata su tutto, tra i tripodi fiammeggianti e il silenzio.
Fu così che la “ Morte Rossa” stufa di essere descritta a questo balordo modo, decise di levarsi dagli zebedei non solo dall’Italia ma da tutto il resto del mondo.
Enrico Martelloni


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