Nicola Zingaretti (come poi Stefano Bonaccini) ha ringraziato le “sardine” per il loro apporto decisivo nella vittoria dello schieramento “progressista” nelle ultime regionali in Emilia-Romagna. In realtà avrebbero dovuto ringraziare i 5S, perché sono stati loro ad aver deciso che il “sistema” –che in E.-R. tiene in piedi i governi di sinistra (prima con il Pci, e giù giù fino al Pd) da settantanni e che ha caratteristiche strutturali, perché fondato su un intreccio di economia e politica– andava preservato ad ogni costo, riversando il voto sul candidato di quell’area, grazie al meccanismo del voto disgiunto. A poco è servito il monito di chi ne preconizzava come conseguenza l’irrilevanza come forza autonoma, almeno a livello locale.
L’Istituto Cattaneo, nel riportare i dati dei flussi elettorali, evidenzia in modo inequivocabile il fenomeno: i 5S che hanno votato Bonaccini sono stati per il 71,5% a Forlì, il 69% a Rimini, il 62,7% a Parma, il 48,1% a Ferrara.
Il voto dei 5S
Ma vediamo nel dettaglio quanto successo per province. Nel grafico sono rappresentati in rosso i voti dei 5S che alle europee del 2019 sono andati a Bonaccini, in giallo quelli al proprio candidato, in blu al candidato del Centrodestra, Lucia Borgonzoni.
I dati mostrano che il Movimento, la cui spinta al cambiamento aveva come precondizione la scomparsa o comunque il forte ridimensionamento del Pd –il che era stato alla base del suo successo– ha così inevitabilmente esaurito la sua spinta, per riposizionarsi in gran parte all’interno dell’area politica genericamente “progressista”, dominata dagli ex-comunisti. Per l’Istituto Cattaneo quindi “l’espansione elettorale dell’area di centrosinistra guidata da Bonaccini è dovuta alla maggiore capacità di attrazione degli elettori pentastellati, che di fronte all’alternativa tra destra e sinistra hanno optato in modo netto per lo schieramento del presidente regionale uscente”.
Risultati regionali
Da un esame aggregato, mettendo questa volta a confronto il voto attuale con le precedenti regionali, risulta che nel 2014 la coalizione di C-S. con 597.185 voti aveva ottenuto il 49,7% dei consensi, e Bonaccini con 615.723 voti il 49,1%. Sul fronte opposto il C-D. aveva conseguito 356.969 voti e il 29,7% dei consensi.
In queste regionali la coalizione di C-S. ha ottenuto 1.040.481 voti pari al 48,1% dei consensi, e Bonaccini, con 1.195.742 voti, il 51.4% delle preferenze. Sul fronte opposto il C-D ha conseguito 981.787 voti, e il 45,4% dei consensi, mentre la Borgonzoni, con 1.014.672, il 43.6% delle preferenze.
Salta subito all’occhio che la coalizione di C.-S., nonostante il balzo dei voti, dovuto alla grande affluenza, subisce un arretramento, avendo perso l’ 1,6%. Il C.-D. vede invece un incremento in termini percentuali del 15,7%, cui ha in gran parte contribuito la Lega che passa dal 19,4% al 31,9%. Crolla il Movimento 5S che passa dal 13,3% al 4,7% con una perdita secca del 8,6% (-86.199 voti).
Il risultato dei candidati vede quindi nettamente in testa Bonaccini sia nel 2014 che nel 2020. In quest’ultima tornata va oltre il 50%, mettendo a segno un +2,3% rispetto alle precedenti elezioni. Ma allora il distacco fu enorme dal momento che il candidato del C.-D. Alan Fabbri prese il 29,8%.
Giulia Gibertoni de i 5S ebbe esattamente gli stessi voti della lista, il 13,3%, mentre nell’ultima tornata elettorale con Simone Benini i consensi al candidato sono crollati al 3,5%.
Sia Bonaccini che Borgonzoni hanno avuto più voti della coalizione che li appoggiava, il che dovrebbe mitigare le accuse a Matteo Salvini di aver sbagliato candidato. Certo, Bonaccini ne ha avuti in proporzione di più, ma ciò è dovuto al voto disgiunto pentastellato che infatti vede Benini prendere meno voti della lista (-1,2%).
Città / Campagna
Questa descrizione sarebbe tuttavia carente se non si approfondisse la questione del rapporto città/campagna, che sembra dominare la politica dei giorni nostri, e non solo in Italia, come la stessa Inghilterra o gli Usa stanno a testimoniare. Il grafico sottostante spiega in modo chiarissimo come questa contrapposizione abbia funzionato anche in Emilia-Romagna.
La linea verde mostra come la Lega sfiori il 50% dei consensi nei piccoli comuni, per poi calare man mano con agglomerati urbani più grandi, mentre la linea rossa evidenzia una presenza più significativa del Pd esattamente all’opposto. L’Istituto Cattaneo scava ancora più a fondo quando afferma che “Bonaccini è stato il candidato più votato in buona parte dei comuni collocati lungo la via Emilia, nella rete di città che collega Parma a Ravenna e Rimini. Al di fuori di quest’area centrale della regione, cioè soprattutto nei comuni appenninici e più marginali delle province di Piacenza, Parma e Reggio Emilia, risulta prevalente la candidatura di Borgonzoni, confermando così quella frattura tra aree rurali/periferiche e aree urbane/centrali che abbiamo precedentemente messo in evidenza”.
Il confronto tra le ultime regionali e il voto politico del 2018, come con quello delle europee, non è molto utile ai fini previsionali perché il crollo dei 5S complica il quadro complessivo. Comunque a titolo di cronaca nelle ultime politiche il C.-D. ha ottenuto il 33% (Lega 19,2%–+) e il C.-S. Il 30,79% (Pd 26,37%). I 5S il 27,54%. Insomma un’Emilia-Romagna non più rossa come un tempo –anche se il potere di attrazione del “sistema” è ancora forte– e quindi piu’ contendibile.
Luciano Priori Friggi




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