Stentavamo a credere di essere in quella piccola bomboniera che è il teatro del Giglio a Lucca, anche stavolta strapieno di persone: il pubblico normalmente misurato, anche se sempre attento e partecipe, sembrava in delirio per quel cast che riproponeva il fascino di un’opera com’è RIGOLETTO, scritta da un trettottenne che aveva già alle spalle opere del calibro di Nabucco, Ernani o Macbeth.
Un’opera “facile” da raggiungere il cuore degli appassionati di lirica che scivola senza rallentamenti lungo i tre atti coinvolgendo emotivamente il pubblico di ogni età. Facile ma delicata: a sciuparla ci vuole poco e gli effetti del “danneggiamento” si notano immediatamente.
Questa serata è stata invece un susseguirsi di applausi, sinceri, appassionati, caldi.
L’allestimento è quello della Fondazione Teatro Comunale di Modena in una coproduzione con la Fondazione Teatro comunale di Ferrara e Teatro del Giglio di Lucca, le luci, sempre appropriate anche se essenziali, sono i Vinicio Cheli.
Una scenografia che accenna più che descrivere e dei costumi che mischiano le fogge dell’epoca in cui l’opera è ambientata, XVI secolo, con mise più attuali senza soluzione di continuità quasi che il tempo non sia determinante, l’una di Alessio Rosati gli altri di Vinicio Cheli, solo in parte decontestualizzano l’opera ma solo per rafforzare la sua drammatica attualità, senza tuttavia privarla di quell’ambientazione necessaria a viverla fino in fondo, hanno fatto degna cornice alla vicenda del buffone Rigoletto alla corte del Duca di Mantova. Una storia “triste” di violenze perpetrate gratuitamente, per appagare la noia, il desiderio di potere, i rancori mai sopiti, la vendetta… Una storia di sopraffazioni dove nessuno vince perché tutti, quasi kamicamente, circolarmente vivono l’esperienza di vittime e di carnefici.
Una storia che tocca il cuore in profondità grazie a quella musica così intensa, drammaticamente pregnante anche quando cerca la leggerezza e l’ironia che Verdi, ormai consapevole delle proprie possibilità, mette a disposizione di una vicenda che vuole raccontare ad ogni costo: quel Le Roi s’amuse di Victor Hugo doveva vincere anche le censure delle autorità austriache che, come era accaduto per il dramma teatrale nel 1832, rifiutano quel testo: “Sua Eccellenza il Signor Governatore Militare Cavaliere de Gorzkowski deplora che il poeta Piave e il celebre Maestro Verdi non abbiano saputo scegliere altro campo per far emergere i loro talenti che quello di una ributtante immoralità ed oscena trivialità qual è l’argomento del libretto intitolato La Maledizione. La prelodata Eccellenza sua ha quindi trovato di vietarne assolutamente la rappresentazione“.
Verdi ha le idee chiare: “… ll titolo deve essere necessariamente La maledizione. Tutto il soggetto è in quella maledizione che diventa anche morale. Un infelice padre che piange l’onore tolto alla sua figlia, deriso da un buffone di corte che il padre maledice, e questa maledizione coglie in una maniera spaventosa il buffone, mi sembra morale e grande, al sommo grande” scrive a Francesco Maria Piave, il librettista dell’opera, nel 1850.
E questo piccolo gioiello vede il fortunato debutto l’11 marzo 1851 alla Fenice di Venezia per diventare una delle più conosciute e rappresentate opere del repertorio verdiano.
Il Maestro Aldo Sisillo ha avuto saldamente in mano la sua bacchetta e ha diretto con perizia e passione sia l’Orchestra Filarmonica Italiana che il cast, che si è mosso sulla scena con grande autenticità evitando manierismi e gigionate cercando, grazie alla mano esperta di Fabio Sparvoli alla regia, di dare l’essenziale in una storia che già parla da sola con il testo e con la musica.
Un cast dall’ottimo effetto d’assieme e dalle performance individuali ragguardevoli a partire da David Cecconi, Rigoletto, che mette la sua potente voce a servizio di un grande cuore.
Bravi nell’entusiasmo che hanno messo e nelle capacità vocali Oreste Cosimo, Il Duca di Mantova, e Daniela Cappiello, Gilda; efficace la prova di Ramaz Chikviladze nelle vesti di Sparafucile come pure quella di Antonella Colaianni, Maddalena.
Meritano essere ugualmente citati anche gli altri protagonisti: Fellipe Oliveira, Il Conte di Monterone, Barbara Chiriacò, Giovanna, Romano Franci, Marullo, Raffaele Feo, Matteo Borsa, Stefano Cescatti, Il conte di Ceprano, Maria Komarova la Contessa di Ceprano, Matilde Lazzaroni, un paggio, Paolo Marchini, un usciere di corte.
Un meritatissimo plauso va anche al Coro lirico di Modena diretto da Stefano Colò.
Servizio di Stefano Mecenate











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