Le fonti per una storia “a parti intere”
Chi nell’aprile-maggio 1915 decise l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra e chi esercitò il comando effettivo della sua macchina militare? Il re, il governo, il ministro della guerra, il comandante supremo? A distanza di un secolo molti interrogativi rimangono in attesa di risposte esaustive, anche per il silenzio di protagonisti e istituzioni di primaria importanza. Molto si è discusso sulle “Memorie” di Vittorio Emanuele III (furono davvero scritte? come e perché sarebbero andate perdute?) e del suo ruolo. Come noto, ma ancora poco “valutato” in sede storiografica, dal 25 maggio 1915 al 6 luglio 1919 il Re affidò la “gestione” di poteri “amministrativi”allo zio Tommaso di Savoia-Genova quale Luogotenente generale del regno e si trasferì in prossimità del fronte di guerra per seguirne da vicino l’andamento, con massima discrezione ma piena influenza. Ne ha scritto Andrea Ungari in “La guerra del Re. Monarchia, Sistema politico e Forze armate nella Grande Guerra” (ed. Luni) sulla scorta dei “ricordi” di alti ufficiali prossimi al sovrano, che però fanno rimpiangere la mancanza di quelli del re. Sarebbero altrettanto interessanti le “memorie” di Emanuele Filiberto, Duca d’Aosta, cugino primo del sovrano, comandante della III Armata, anche perché da alcuni (compresi “storici” riecheggianti insinuazioni di seconda mano) venne considerato un’alternativa al sovrano in caso di sua abdicazione: ipotesi tanto suggestiva quanto inconsistente, perché il principe ereditario, Umberto di Piemonte, era nella pienezza di diritti e doveri, nell’ambito dello Statuto e delle “leggi” regolanti la Casa”, di cui neppure suo padre poteva privarlo. Se disponiamo dei Documenti diplomatici italiani, selezione ragionata dell’immensa mole dei carteggi corsi tra il governo e la rete dei rappresentanti “del Re” con i governi stranieri, non abbiamo i verbali dei consigli dei ministri presieduti da Salandra, Boselli e Orlando (1914-1919). Il loro vero andamento non sempre veniva annotato proprio per non lasciare traccia dei contrasti, talora aspri, che li caratterizzavano. In effetti in molti casi essi non riproducono quanto vi avveniva. Tra i casi più clamorosi vale d’esempio il verbale del Consiglio tenutosi il 28 settembre 1917 (un mese prima di “Caporetto”). Il comandante supremo Luigi Cadorna per due ore illustrò le urgenze dell’esercito e la necessità che il governo rintuzzasse il disfattismo ed evitasse che l’Italia fosse contagiata dalla rivoluzione bolscevica in corso in Russia, ma cozzò con il ministro dell’Interno, Vittorio Emanuele Orlando, secondo il quale la crisi dell’esercito aveva solo cause militari. Quel Consiglio fu sintetizzato in poche insipide righe, nelle quali la partecipazione di Cadorna non viene neppure citata.
Una Vittoria ancor poco “sentita”
L’intervento e la partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra sono stati più volte narrati anche sulla scorta di copiosi inediti. Il “Centenario” è stato scandito da convegni, mostre, ristampe e da molte novità. Va constatato, nondimeno, che in Francia e Gran Bretagna esso è stato vissuto con orgoglio di gran lunga più partecipe rispetto a quanto è accaduto in Italia. Il distacco emotivo e, di riflesso, storiografico, nei confronti di “quella guerra” ha radici antiche e profonde. Perdurano le riserve nei confronti di tempi e modi dell’intervento a suo tempo avanzate da “neutralisti condizionati” (come Giolitti), socialisti (sino all’autunno 1917 arroccati sulla formula “né aderire, né sabotare”) e dei cattolici che in Italia, in linea con papa Benedetto XV, considerarono una terribile sciagura il “guerrone” presentito e temuto da Pio X, come ha scritto il suo miglior biografo, Gianpaolo Romanato.
Un’altra e più complessa ragione ha a lungo frenato la condivisione postuma dell’ingresso in guerra e della conduzione del conflitto. Anche dopo la bella “Storia politica della Grande Guerra” di Piero Melograni, il confronto sull’“evento”, da tutti comunque considerato centrale per le ripercussioni di lungo periodo sul Paese, la valutazione ultima si arrestò sulla soglia dell’accertamento e della valutazione critica della decisione suprema e delle responsabilità conseguenti. In un libello del 1946, pubblicato per propugnare il passaggio dalla monarchia alla repubblica, Luigi Salvatorelli imputò a Vittorio Emanuele III tre “colpi di Stato”: il 24 maggio 1915, ovvero l’intervento nella Grande Guerra, il 28 ottobre 1922 (cioè l’incarico a Mussolini di formare il governo) e il 25 luglio 1943 (quando proprio il Re revocò il capo del governo). A sua volta Antonino Repaci addebitò al Re il cedimento del maggio 1915 a chi minacciava “Guerra o rivoluzione”, alla “ piazza” popolata di interventisti in poca parte monarchici e prevalentemente repubblicani, social-rivoluzionari, come Mussolini, anarco-sindacalisti, venturieri.
Il primo a sostenere che l’intervento in guerra, strappato il 20-21 maggio 1915 da Salandra a un Parlamento riluttante, sia stato un “colpo di Stato” fu Antonio Cefaly, vicepresidente del Senato e già gran maestro aggiunto del Grande Oriente d’Italia. Lo scrisse nella traccia di un discorso mai pronunciato ma inviato a Giolitti che, monarchico attento anche alle sfumature lessicali, preferì parlare di “colpo di Governo”, addebitandolo dunque non al sovrano ma a Salandra, non alla Corona ma all’Esecutivo, benché questo fosse appunto il “governo del Re” e nulla potesse senza la sua controfirma (come tardivamente comprese Luigi Facta la mattina del 28 ottobre 1922 quando dovette revocare la proclamazione dello stato d’assedio incautamente diramata alle prefetture senza l’approvazione del sovrano).
La disputa rimase ed è dunque rovente, sia per silenzi,sia per grida altisonanti.
Governo, militari e Re
Un fondamentale passo avanti nella documentazione e nella spiegazione dello sforzo compiuto dall’Italia per conseguire la vittoria finale sull’Austria-Ungheria e i suoi alleati è ora offerto dall’opera, decisamente innovativa, del generale Basilio Di Martino, direttore della Direzione armamenti aeronautici e aeronavigabilità e capo del Corpo del genio aeronautica, e del colonnello Filippo Cappellano, Capo dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (US-SME), già autori di molti e rigorosi volumi e saggi. Sin dal titolo, “La catena di comando nella Grande Guerra, Procedure e strumenti per il comando e controllo nell’esperienza del Regio Esercito, 1915-1918”, il volume pubblicato nella collana storica di Itinera Progetti (www.itineraprogetti.com) va al cuore della “guerra alla fronte italiana”. Scandito in quattro parti (Il Comando Supremo, I livelli operativo e tattico, I mezzi di comunicazione, Gli ufficiali di collegamento del Comando Supremo) e arricchito da due Appendici sull’impiego dei colombi e sul servizio intercettazione telefonica, questo “trattato” pone al centro dell’attenzione l’“informazione” quale perno della guerra.
Implicitamente esso richiama la riflessione sul triangolo scaleno Corona, Governo (comprendente i ministri della Guerra e della Marina: l’Aeronautica, “proiezione” della Cavalleria, era compresa nell’Esercito) e comandante effettivo dell’esercito. La questione era antica quanto lo Statuto del 4 marzo 1848, come ricordato dal generale Oreste Bovio nella sua insostituibile “Storia dell’Esercito Italiano” pubblicata dall’US-SME, di cui fu a lungo valoroso capo. Nelle guerre del Regno di Sardegna (1848-1849 e 1859 contro l’impero d’Austria, 1860 contro lo Stato pontificio) e di quelle del regno d’Italia (1866 ancora contro Vienna e 1870 contro Pio IX) la gerarchia del comando non aveva affatto trovato soluzione se non nella prassi, con gravi ripercussioni sulla conduzione delle operazioni, in specie nel 1849 e nel 1866. Quelle guerre, però, erano sempre state di breve durata e si erano risolte in poche decisive battaglie: Custoza e Novara nel 1848-1849, San Martino nel 1859, Castelfidardo nel 1860, mentre l’“invasione” del Regno delle due Sicilie non fu neppure formalizzata con esplicita dichiarazione di guerra e sopraggiunse dopo i brillanti successi di Garibaldi a Calatafimi, Palermo, Milazzo (maggio-luglio 1860) e la sua vittoria sui borbonici nella battaglia del Volturno (1-2 ottobre).
L’opera del generale Di Martino e del colonnello Cappellano evidenzia che alla conflagrazione europea dell’estate 1914 il Regno d’Italia non era preparato per affrontare una guerra “grossa” e “lunga”, non solo perché aveva appena concluso il conflitto con l’impero turco per la sovranità sulla “Libia”, molto più impegnativo e oneroso del previsto e perché quindi i “magazzini fossero disorganizzati” (come poi lamentò Cadorna), ma anche perché l’equilibrio tra i poteri (Corona e Governo da un canto, “uffici” dipendenti, incluse le Forze Armate, dall’altro, e infine il Parlamento) era ancora in bilico e proprio nell’anno intercorso tra la Conflagrazione europea e l’intervento dell’Italia esso subì strappi destinati a riverberarsi sul lungo periodo. L’opera sulla “Catena di comando” ricorda che nel 1908, l’anno dell’annessione di Bosnia ed Erzegovina da parte di Vienna, dell’insorgere dei nazionalisti e della nomina del nuovo capo di stato maggiore dell’esercito, si registrò l’acme della tensione tra potere politico e “uffici” militari. Se ne ebbe un esempio nelle forzate dimissioni del valoroso generale Vittorio Asinari di Bernezzo, mutilato nella guerra del 1866, imposte dal presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, che gli rimproverava accenti irredentistici stridenti con la linea del governo, e accolte a malincuore da parte del Re, animato da antica e profonda avversione nei confronti di Vienna: sentimenti che risalivano all’insegnamento del nonno e del bisnonno, Carlo Alberto il Magnanimo. Se solo nel 1882, ovvero 21 anni dopo la proclamazione dell’Unità, era stata istituita la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito (conferita al garibaldino Enrico Cosenz, ex allievo della Nunziatella di Napoli), un altro ventennio dopo, con il Regio Decreto del 14 novembre 1901, il potere di nomina alle cariche apicali dello Stato, incluse quelle militari, fu conferito al governo, il cui presidente (se già non fosse stato chiaro nella prassi) ebbe formalmente la titolarità dell’unità dell’indirizzo politico dell’esecutivo. Tuttavia il profilo del capo di Stato maggiore rimase all’attenzione primaria del Re, comandante delle forze di terra e di mare, riluttante ad accettare chi avesse in animo di non subire interferenze nelle decisioni strategiche e di esercitare l’unicità del comando, come aveva lasciato intendere Luigi Cadorna, al quale pertanto nel 1908 venne preferito Alberto Pollio, di due anni più giovane e a sua volta ex allievo della Nunziatella.
L’asimmetria dei poteri prospettò la dualità tra governo e Comando supremo che, bene si evince dalla robusta opera del gen. Di Martino e del col. Cappellano, contrassegnò il corso degli eventi soprattutto dall’avvento del secondo governo Salandra, con Sidney Sonnino agli Esteri (ottobre 1914). L’Esecutivo si mosse a passi felpati verso il passaggio dalla Triplice Alleanza (in vigore dal 1882) alla Triplice Intesa, senza informare di tempi e modi dell’intervento chi ne avrebbe retto le sorti. Il 16 marzo 1915 Salandra stesso si rese conto di essersi spinto troppo oltre senza l’esplicito assenso del Re e della Camera, senza la certezza della preparazione dell’esercito (“i militari”, scrisse il presidente del Consiglio con una punta di acredine verso Cadorna) e, infine, “senza aver avuto alcun affidamento, o cenno di affidamento, da parte della triplice Intesa”, tanto da concludere che occorreva dunque “a qualunque costo rallentare, non precipitare, il corso degli eventi”. Eppure si era a un mese dalla firma dell’accordo (non “patto”) del 26 aprile 1915 (che a giudizio di Giolitti impegnava il governo, non già lo Stato) e a due mesi dall’intervento contro “tutti i nemici” dell’Intesa anziché contro il solo impero austro-ungarico, come invece fece Roma, con delusione dei nuovi e motivatamente sospettosi alleati. Il capo di stato maggiore fu tenuto all’oscuro dei contenuti dell’arrangement, quasi fossero irrilevanti sotto il profilo militare, anziché del tutto vincolanti come invece erano. Va aggiunto del resto che a sua volta il governo italiano non fu affatto informato dei patti stretti tra le potenze dell’Intesa, neppure con riferimento alle aree di diretto interesse dell’Italia, a cominciare dall’impero turco-ottomano.
La mobilitazione occulta (1914-1915) non fu adeguatamente sorretta con finanziamenti adeguati. Il capo di stato maggiore dovette pianificare una guerra i cui “confini” non conosceva e con un assetto strutturale e organico adatto a un conflitto “grosso” ma di breve durata, su un solo fronte, contro un unico nemico e con la benevola astensione del Parlamento da ingerenze nella sua conduzione. Dal canto suo, in pieno dissenso col comandante supremo il governo “inventò” una sfortunata “campagna” in Albania assumendosene direttamente la conduzione.
La concezione “napoleonica” del comando, propria di Luigi Cadorna e più volte evidenziata dall’opera sulla “Catena di comando”, a ben vedere rispondeva alla visione dell’intervento fatta propria da Sonnino e Salandra, miranti a una vittoria in tempi rapidi per spazzar via Giolitti (completo di “Patto Gentiloni”) e prima che gli interventisti (nazionalisti, socialisti rivoluzionari, futuristi, anarco-sindacalisti, gli stessi irredentisti, gli “interventisti democratici”…) da mere comparse (quali erano considerate anche da Salandra, che le sorvegliava con gli strumenti del ministero dell’Interno) acquisissero spazio e rilevanza politica. Di Martino e Cappellano molto opportunamente annotano che anche il deputato repubblicano (e massone) Eugenio Chiesa riconobbe la fondatezza della concezione “napoleonica” cadorniana, ma solo in caso di conflitto di breve durata. Anziché pochi mesi, come illusoriamente immaginato dal governo, esso ne durò 41, non però per imperizia del comandante supremo ma per la documentata e indiscutibile insufficienza delle risorse messegli a disposizione e per le poderose difese del nemico, che (a differenza di quanto viene ancor oggi ripetuto da libelli tardivamente anticadorniani, come quello di Breccia) non solo era pronto a rintuzzarlo da posizioni vantaggiose ma da tempo aveva messo a punto un piano di “guerra preventiva” contro l’Italia.
Come giustamente ammoniscono gli Autori, “la guerra è il regno dell’incertezza e dell’imprevisto”. Prevedibile fu il “différend” tra il governo e il Comando Supremo, che è l’asse portante del volume del gen. Di Martino e del col. Cappellano. Cadorna fece il possibile per adeguare l’assetto del Comando a una guerra fatalmente onerosa di vite e di risorse, ma non trovò comprensione e risposte da parte dell’esecutivo, preoccupato soprattutto degli umori serpeggianti in Parlamento, in specie nella Camera per la prima volta eletta a suffragio universale maschile quasi universale (1913), e meno ancora da parte dei ministri della Guerra susseguitisi tra il 1915 e la dodicesima battaglia dell’Isonzo (generali non sempre di eccelse qualità belliche, come invece fu Alfredo Dallolio, stratega della produzione di armi e munizioni e della promozione dell’Aeronautica). Drammatiche furono le tensioni tra Comando e Governo nell’estate 1917, quando Cadorna non ebbe alcuna risposta alle reiterate sollecitazioni di interventi contro disfattisti e sovversivi inviate al presidente del Consiglio Paolo Boselli, mentre i portavoce dei soviet bolscevichi furono accolti a Torino, teatro dei tumulti di quell’agosto.
La continuità Cadorna-Diaz
Dall’opera sulla “Catena di comando” si evince che il rapporto sostanziale tra Comando Supremo e governo non mutò affatto dopo l’avvento di Armando Diaz in successione a Cadorna (9 novembre 1917), la cui defenestrazione venne posta da Orlando al Re sin dal 28 ottobre quale condizione per succedere a Boselli, sfiduciato il 25 ottobre da una Camera ancora ignara di Caporetto. Orlando non solo volle la costituzione di un pletorico “comitato ministeriale di guerra” ma si spinse ad asserire che Diaz ne ascoltava i suggerimenti persino “in materia puramente strategica”, di cui invero egli era affatto digiuno, come prova il telegramma con il quale, secondo la testimonianza del generale Gaetano Giardino, si spinse a intimare a Diaz di muovere a battaglia perché (parole sue) “preferisco una sconfitta all’inazione”, quasi l’Italia potesse permettersi un secondo disastro, che (anche nelle previsioni degli “alleati”) ne avrebbe determinato il collasso e probabilmente l’unità stessa.
Alla luce di queste considerazioni emerge a luce meridiana il valore dell’opera gigantesca allestita e via via ammodernata dal Comando Supremo, come documentato dagli autori della meritoria opera sulla “Catena di comando nella Grande Guerra”: un “trattato” che fa riflettere su quanto avvenne vent’anni dopo, quando un “politico”, Benito Mussolini, pretese di ergersi a stratega con le conseguenze ben note, sino a quando lo stesso Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio 1943 chiese al Re di esercitare tutti i poteri che gli erano riconosciuti dallo Statuto e questi, di propria iniziativa, revocò Mussolini da capo del governo e voltò pagina nella storia d’Italia.
Aldo A. Mola

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