Mentre viviamo delle trasformazioni storiche, in
genere, non abbiamo la lucidità mentale per comprenderle appieno. Il
cambiamento avviene mentre siamo occupati a fare altro.
In questi ultimi mesi, mi sto formando sempre di
più la convinzione che stiamo vivendo una radicale trasformazione del concetto
di moneta e quindi anche del mondo della finanza.
Il lato
positivo
La reazione delle banche centrali alla crisi del
2008, inizialmente vissuta come eccezionale, progressivamente diventata
strutturale, sta rendendo evidenti a tutti alcuni concetti che prima erano
appannaggio solo di ristretti circoli culturali.
I tassi d’interesse negativi e l’immissione nei
mercati finanziari di decine e decine di miliardi di euro “creati dal
nulla” stanno generando le condizioni per un cambiamento veramente
radicale del sistema che forse vivremo fra qualche decennio, ma che a me pare
inevitabile.
La prima condizione necessaria affinché avvenga
un cambiamento radicale del sistema finanziario è la consapevolezza che un
diverso sistema sia concretamente possibile.
Prima del 2008, il solo fatto che la banca
centrale valutasse concretamente delle soluzioni tecniche per dare denaro
direttamente nelle tasche dei cittadini era impensabile. Oggi è realtà.
Le politiche monetarie non convenzionali, che
ormai sono presenti da oltre un decennio, hanno avuto il primo effetto di
cambiare la visione delle élite, prima ancora del popolo. Prima del 2008 la
visione di gran lunga dominante era sostanzialmente quella che il libero
mercato avrebbe sempre e comunque fatto meglio di qualunque regolamentazione:
il pubblico si dovrebbe occupare di regolamentare il minor numero di cose
possibili. A questa visione si accompagnava il dogma della necessità per lo
Stato di spendere il meno possibile: la spesa pubblica, in questa visione, sarebbe
per sua natura inefficiente.
Gradualmente, questa visione sta perdendo sempre
di più forza. A partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, ai tempi di Ronald
Reagan e Margaret Thatcher, un certo modo estremo di vedere il liberismo
economico si è fatto sempre più largo fino al disastro del 2008. In
quell’occasione si è seriamente rischiato di far scomparire l’intero sistema
finanziario mondiale, se non fosse intervenuto il pubblico.
E’ stato necessario circa un decennio affinché
questo evento traumatico iniziasse ad essere assorbito nel contesto culturale
dominante. Oggi non è più vero che il dogma iper-liberista è culturalmente
indiscusso, come lo era all’inizio del secolo.
Sono sempre di più – e sempre più autorevoli
– le voci che si levano all’interno del mondo delle istituzioni
finanziarie, le quali mettono in discussione, più o meno radicalmente, il
pensiero in base al quale tutto deve essere delegato al libero mercato
senza “lacci a lacciuoli”.
A sostegno di questa tesi vorrei citare forse
l’economista in attività più citato al mondo: Olivier Blanchard. E’ stato
capo economista del Fondo Monetario Internazionale, considerato il “tempio” del
capitalismo mondiale.
Per molti anni, Blanchard è stato senza dubbio
un riferimento per quel tipo di pensiero che dagli anni ‘80 è culturalmente
egemone. Da qualche anno Blanchard ha, da prima, attenuato le sue tesi e
recentemente sta caldeggiando tesi chiaramente più favorevoli ad un
bilanciamento pubblico dell’azione dei mercati. “Le élites hanno confidato
troppo nel capitalismo”, ha dichiarato recentemente in un’intervista. Ancora
più recentemente: “Non vorrei un taglio del budget a spese della crescita.
Che senso ha frenare il Pil dell’1% per ridurre il debito di mezzo punto?”
Sono parole che non sarebbero mai state
pronunciate prima del 2008 da un economista così autorevole come lui.
Blanchard è ovviamente solo l’esempio più
clamoroso di economista un tempo totalmente allineato al pensiero
iper-liberista ed oggi più su posizioni favorevoli ad interventi pubblici.
Pensare che questo cambiamento possa far
ritornare al mondo precedente a quello degli anni ‘80 sarebbe una visione
ingenua della storia. Dagli anni ‘80 ad oggi c’è stata di mezzo una rivoluzione
tecnologica che ha reso – di fatto – obsoleti una serie di meccanismi
finanziari.
Se vogliamo guardare alle cose così come sono –
e non come vorremmo che fossero – non possiamo non renderci conto che, oggi
come oggi, la quasi totalità di ciò che fa il sistema finanziario potrebbe
essere fatto in modo molto più efficiente da infrastrutture informatiche
appositamente progettate.
Per trasferire denaro, dal punto di vista
tecnologico, non abbiamo più bisogno di banche e per avere denaro in prestito o
sotto forma di partecipazione agli utili, potremmo non avere più bisogno dei
mercati finanziari sviluppando apposite infrastrutture informatiche. Le banche
centrali potrebbero benissimo sostituire l’intero sistema finanziario con
apposite piattaforme informatiche le cui regole potrebbero essere progettate ed
adeguate per facilitare gli scopi della collettività (in primo luogo la piena
occupazione).
Tecnicamente – già adesso – questo sarebbe
possibile.
Al momento sembra una follia anche solo
pensarlo, ma fra qualche decennio – personalmente mi appare scontato – ci
domanderemo se tutto questo “Circo Barnum” che continuiamo a tenere
in piedi non ci stia costando un po’ troppo, rispetto a piattaforme
informatiche che possano disintermediare completamente l’azione delle
istituzioni finanziarie private.
Se, come è possibile, le banche centrali
inizieranno a mettere i soldi direttamente in tasca ai cittadini ed imprese e
se realizzeranno delle loro monete elettroniche (come stanno progettando) il
passo verso la disintermediazione totale del sistema bancario sarà fatto e sarà
solo questione di tempo.
Questo, a mio avviso, è uno dei lati positivi
dei tassi d’interesse negativi.
Il lato negativo
Le trasformazioni del sistema finanziario che
potrebbero essere innescate da questi tassi d’interesse negativi, protratti per
molti anni, stanno generando una serie di comportamenti problematici come
l’assunzione di rischi nella maggior parte dei casi in modo del tutto
inconsapevoli.
Il problema strutturale più grande è quello
della sostenibilità dei sistemi previdenziali ed assicurativi. La sostenibilità
di questi strumenti, ad oggi, si fonda sulla circostanza che le riserve
matematiche generano dei rendimenti positivi. Nel momento in cui questo è messo
seriamente in discussione, nel lungo termine questi comparti dovranno essere ristrutturati.
Ovviamente le banche centrali potranno
inventarsi delle tecnicalità per trasferire soldi a questi comparti, ma al
momento è una questione da affrontare completamente da zero ed è ben probabile
che la prossima grande crisi nasca dall’incertezza su come affronteremo questo
problema.
Il problema più immediato, che ci sentiamo di
evidenziare anche a tutela di chi ci legge, è uello del proliferare di forme
d’investimento sempre più rischiose. Tale proliferare è favorito dal fatto che
l’alternativa che un tempo era considerata sicura è diventata una “sicura
perdita”.
Questo ha generato una fame quasi atavica di
rendimento sui mercati.
Nel mondo parliamo di oltre 13 mila miliardi di
dollari di obbligazioni a rendimento negativo! Circa il 70% di tutte le
obbligazioni disponibili dell’area Euro sono a rendimento negativo!
Vorrei che vi fermaste un attimo a pensare a
questo dato.
Investendo in obbligazioni nell’area euro e
tenendole a scadenza, oggi abbiamo la certezza di perdere dei soldi, almeno nel
70% delle obbligazioni disponibili. Nell’altro 30% dei casi si sostengono
rischi che non vengono ripagati dal rendimento.
Questo significa che una parte importante dei
portafogli finanziari oggi è sostanzialmente non investibile.
Ovviamente questo ha resto e sta rendendo sempre
di più gli strumenti finanziari rischiosi sempre meno redditizi. Questo vale
per le azioni, anche se questo è difficile da percepire per il risparmiatore
non esperto che in genere non è in grado di valutare il reale valore di un’azione,
ma vale anche -e forse in maggior misura- per le obbligazioni così
dette “ad alto rendimento” o “obbligazioni spazzatura”. Il
differenziale di rendimento fra queste obbligazioni e quelle governative si è
abbassato notevolmente. Pur di non prendere rendimenti negativi, gli
investitori, comprensibilmente, si accontentano di rendimenti positivi minimi
per tipologie di rischio che non sanno stimare. Ma il differenziale di
rendimento storico fra le obbligazioni più rischiose ed i titoli governativi ha
una giustificazione legata al fatto che quando l’economia va male, una parte
non trascurabile di quelle obbligazioni non viene ripagata.
Vorrei che fosse molto chiaro a chi compra
queste obbligazioni oggi, che sta scommettendo o sulla sua capacità di uscire
dall’investimento prima degli altri (e – credetemi – sui mercati finanziari non
è mai una buona strategia pensare di essere più furbi degli altri) oppure si
sta scommettendo sull’ipotesi che ormai le banche centrali si inventeranno
sempre qualcosa di nuovo per non far crollare i mercati, controllare i cicli
economici, insomma evitare le notizie veramente brutte.
Dal momento che sui mercati tradizionali non ci
sono alternative un minimo soddisfacenti, anche le società di gestione si
stanno inventando sempre di più strumenti d’investimento alternativi. E’ di
pochi giorni fa, ad esempio, la notizia che Azimut sta lanciando i fondi di
Private Equity per investitori retail. Questo genere di fondi hanno un profilo
di rischio totalmente diverso rispetto all’investimento azionario
tradizionale. E’ molto elevato il rischio che la società di gestione non
riesca ad allocare in modo efficiente le grandi masse che si pone l’obiettivo
di raccogliere.
Questo è solo l’ultimo esempio dei prodotti
finanziari sempre più rischiosi che vengono proposti ad un pubblico di
risparmiatori. Questi ultimi, in maggioranza, hanno perso la memoria delle
grandi crisi finanziarie e si stanno formando l’idea che le banche centrali in
qualche modo metteranno una pezza a qualunque situazione.
Il vero problema è che effettivamente non ci
sono sui mercati finanziari opzioni concretamente percorribili, almeno per
quella grande parte del portafoglio che dovrebbe servire a garantire la
sicurezza.
Troppo spesso, le scelte degli investitori sono
dettate dal disagio che si prova nel “tenere i soldi fermi” da tanto
tempo, magari dopo aver verificato che altri investimenti più rischiosi in
passato sono andati bene.
Questo è il contesto perfetto per vedere
un “bagno di sangue” collettivo nei mercati finanziari, nell’ipotesi
in cui il ciclo economico dovesse entrare in recessione e le banche centrali
decidessero che dal “cilindro” non uscirà più nessun “coniglio”…
Alessandro
Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del Risparmio

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