Sabato sera 24 agosto è partito il Todi Festival 2019 con lo spettacolo “Via!” di Simone Savogin, poeta “slammer” alla sua prima esperienza di attore teatrale. Un inizio insolito e anche un po’ rischioso per un festival di consolidata tradizione. Ma Eugenio Guarducci, manager e direttore artistico della manifestazione, alla conferenza stampa di presentazione di due giorni addietro, aveva usato argomenti convincenti: “Chi non ha il coraggio di scommettere su qualcosa di diverso e nuovo è meglio che non faccia questo mestiere”.
L’idea di mettere in pista un poeta “slammer” risponde certamente a una tendenza del momento in campo culturale e poetico, anche se non coincide del tutto con la “filosofia” del “slam poetry”, un fenomeno nato nei bassifondi di Chicago, tutto imperniato sulla sfida tra verseggiatori, giudice il pubblico, e non sulla performance singola. Ho usato di proposito il termine “verseggiatore” perché se si vuole comprendere il fenomeno “slam” si deve uscire dal tradizionale ambito colto di fruizione della poesia, per trasferirsi sulla strada e nell’oralità. E tuttavia chi ha una cultura classica non dovrebbe far fatica ad accettare questa forma di comunicazione, memore del fatto che proprio i primi esempi di grande poesia, l’Iliade e l’Odissea, furono per secoli recitati (e non letti) in occasione di feste, di celebrazioni pubbliche e religiose, o più semplicemente nelle strade e nelle piazze. Lo stesso Socrate teorizzò la superiorità della parola sulla scrittura, dinamica la prima, immobile la seconda.
Poesia e antipoesia, si direbbe e lo si è detto. Lello Voce, che ha promosso in Italia questo genere di comunicazione, invece non ha dubbi: “C’è un fantasma che si aggira per l’Italia (poetico-letteraria). E questo fantasma ha le sembianze (magari ancora un po’ volatili, ma ormai evidenti) di una nuova generazione di poeti nati, più o meno, tra gli anni Ottanta e quelli Zero, che è cresciuta nell’ambito del Poetry slam, la malnata gara di poesia in cui a decidere il vincitore è l’altrettanto malnato pubblico, e che oggi pone con serietà e forza la propria opzione stilistica e mediale all’attenzione di tutti”. E non accetta facili incasellamenti: “Sbaglierebbe di grosso chi li considerasse, sia detto col massimo rispetto, dei rapper appena più letterati. Sono poeti a tutto tondo e fanno ottima poesia”.
Eugenio Guarducci, sostenuto in questa scelta dal sindaco Antonino Ruggiano e dall’assessore alla cultura Claudio Ranchicchio, è sicuramente d’accordo con quest’ultima considerazione. Del resto si legge sempre meno —il tempo della formazione giovanile attinta, per fare un solo esempio, dai grandi romanzieri russi, autori spesso di romanzi lunghissimi in diversi volumi, è tramontata definitivamente con la mia generazione— e sempre più si usa la parola o la rapidità del testo social, con in più la difficoltà, come ricorda lo stesso Savogin, legata al fatto che: “Parliamo tutti, scriviamo tutti, ma è sempre meno la gente che legge, sempre meno la gente che ascolta”.
Savogin ha optato per un modo di fare teatro minimalista. Entra in scena da solo —lo sarà per tutta la durata della performance— e comincia il suo monologo, senza il supporto di nient’altro che due sedie, sedili anteriori di un’auto, con un’interlocutrice che gli siede accanto, ma che non compare mai, e che, provvidenzialmente, si addormenta subito, non appena lui inizia a parlare, lasciando così che la fantasia si scateni liberamente, senza contraddittorio e senza gli inevitabili battibecchi.
La recitazione di Savogin deve molto alla musica, nei suoi versi non solo c’è ritmo, si avverte continua una simbiosi a volte sottesa, altre volte esplicita, con lo sviluppo tipico della narrazione musicale. E poi ci sono i contenuti, dove trovi di tutto: vita in comune, figli, filosofia di vita, religione, guerra, politica, anche se solo accennata. Quanto alla forma è la più varia, ma ciò che colpisce è il fiume di parole che avvolge lo spettatore.
Simone è alla guida dell’auto, ci sono i rumori della strada, una radio, i suoi pensieri corrono liberi da un argomento all’altro, poi all’improvviso si alza, si sposta sulla destra del palcoscenico, il cono di luce lo segue e il flusso delle parole si impreziosisce, diventa più ricco, la dizione acquista sfumature nuove, ed esplodono i fuochi d’artificio dei giochi di parole, delle onomatopee, delle assonanze, il ritmo si increspa, diventa più rapido, per poi sciogliersi in una frase, un condensato teso a catturare la benevolenza e l’applauso del pubblico. Guarducci, è sicuro di aver “inciampato” in un talento: “In Italia per fortuna non mancano. Simone Savogin è il nostro talento e io sono stato letteralmente conquistato dalla sua bravura”. Bravura che a volte si coniuga con accenni di malizia, come in questo caso: “Tu mi fai venire voglia di essere migliore, tu mi fai venire voglia di essere, tu mi fai venire voglia, tu mi fai venire, tu”. L’amore con la compagna è tutt’altro che solido, “Dorme …con lei niente … non è andata benissimo, infatti non mi guarda più … dimenticami se vuoi, io non farò mai altrettanto”. E tuttavia “la compatibilità di due esseri umani non è mai commutativa, i momenti belli ci sono stati, ma ce ne siamo abituati, l’abitudine è l’arma a lama doppia per eccellenza, perché ti fa accettare e odiare quel che non puoi cambiare, e sappiamo tutti che le persone non cambiano”. Il che lo fa arrivare alla conclusione che “innamorarsi è stupendo, ma è meglio imparare ad amare”.
Il “viaggio” di Savogin si conclude in modo forse un po’ criptico. Per dirla con le parole dello stesso autore, bisogna attendere il “colpo di scena finale che metterà in discussione ogni singolo elemento della storia”.
Savogin è bravo, anche se deve affinare la sua presenza sul palcoscenico e migliorare la gestione dei tempi. Pubblico non numerosissimo, probabilmente a causa del tempo incerto.
Un lungo applauso ha sottolineato il finale del monologo, il che, in un genere che di norma demanda al pollice del pubblico il successo o l’insuccesso della performance, è risolutivo rispetto alla scommessa del direttore artistico (e dell’amministrazione comunale) di cui si è detto all’inizio.
Luciano Priori Friggi
luciano.priorifriggi(chiocciola)tin.it

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