Al di là del merito delle questioni e dell’interpretazione proposte che meritano certamente attenzione, lo “sfogo” (perché di sfogo si tratta) cultural-teologico di S.E. l’ex Papa Benedetto XVI ripropone in tutta la sua valenza e portata la questione della opportunità di una figura come quella del “Papa emerito”. Ciò a tutela non solo della Chiesa nell’accezione di “popolo di Dio”, ma, ancor prima, dell’interessato.
Un Papa per definizione non può essere quiescente.
Il Papa insegna, parla ex-cattedra ovvero indica la rotta alla Chiesa di Dio. Il Papa non è un teologo tra i teologi, uno storico della Chiesa o, più in generale, un intellettuale: il Papa, per ogni uomo di fede, è il pastore.
Non “un” ma “il” pastore.
E quale popolo può permettersi due pastori: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro. Esattamente l’imbarazzante situazione in cui oggi si sta trovando la Chiesa cattolica: due pastori-due “parrocchie” culturali.
E tutto ciò per aver sottovalutato una questione importantissima il “primato petrino”.
Intesi bene, non si tratta di impedire alcuna esternazione, né alcuna riflessione pubblica, né, tantomeno, alcun confronto che come sale della democrazia è pure sale della fede. Si tratta piuttosto di rispettare un dettato di fede. E, soprattutto, di non venir meno ad una libera scelta quella -trasmessa in mondovisione- della “rinuncia”.
Il Papa che, in coscienza, saggezza, Grazia, decide di abdicare al proprio ruolo di “pastore” della Chiesa universale dovrebbe avere l’umiltà di tornare a vestire i panni del “fedele semplice” e, come nel caso di specie, del “teologo semplice” abbandonando definitivamente lo “zucchetto bianco” per non rischiare mai di divenire -anche involontariamente- fonte di inevitabili disorientamenti.
Dovunque, benvengano le riflessioni sulla Chiesa; sul suo essere, qui ed ora, nel mondo. Sulla sua capacità di confrontarsi con le problematiche del tempo. Benvenga anche ogni confronto teologico ma secondo quella smarrita “Prudenza” che proprio la fede assurge a virtù cardinale.
Daniele Marchetti

Lascia un commento