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Pro e contro le case chiuse: una prima provocazione da parte di un non esperto

di Fabrizio Amadori | 10 Dicembre 2018
Pro o contro le case chiuse? E’ una questione complessa.
Certo, si tratta di pagare l’uso di un corpo, il corpo di un’altra persona, e questo per avere un piacere. Avere e anche dare o solo avere? Primo punto. Perché la questione è, a mio avviso, lo spirito con cui uno cerca un simile incontro.
Va da sé che lo spirito cambia, almeno nell’immaginario collettivo, a seconda di chi tale incontro vuole avere.
Va da sé che un ragazzo alle prime armi, simbolo di qualcosa di romantico, andava a simili incontri incoraggiato non solo dagli amici, ma anche dalla società, e addirittura dalla famiglia, nei tempi andati. Quante volte si sono lette pagine su ragazzi un po’ titubanti ma alla fine pronti al grande salto? Si sono lette pagine del genere in cui non compariva solo il giovane maschio chiamato ad un rito di iniziazione, diciamo così, ma anche la sua maestra, spesso descritta come una donna più grande a cui l’idea di svezzare ragazzi (in piena tempesta ormonale per di più) potesse piacere. Certo meglio lui che i vecchi sporcaccioni.
Ricordo gli intellettuali nati nei primi del Novecento che hanno bei ricordi di simili, prime esperienze. Ricordo anche, naturalmente, che grandi personaggi della cultura noti a tutti, come tra gli altri Beethoven, Nietzsche ed Einstein, probabilmente morirono per le conseguenze sanitarie di rapporti in bordelli.
Ma torniamo a noi. Torniamo alla questione delle case chiuse. L’idea delle case chiuse come scuola di vita a me non dispiace: ma come le scuole difficilmente hanno tra i banchi persone di oltre 20 anni, in nome di una tempistica sociale che ci si aspetta di veder rispettata, allo stesso modo le case chiuse intese come scuole non dovrebbero poi vedere file di cinquantenni davanti all’entrata.
Nessuno può impedire ad un cinquantenne di iscriversi e frequentare un liceo, io credo. Ma il fatto che in giro non se ne vedano dimostra che ogni età ha la sue aspettative. Comprese quella dei cinquantenni, che, in fila tra ventenni davanti a dei bordelli in Europa, forse dovrebbero chiedersi cosa abbiano sbagliato nel loro rapporto con le donne (o con gli uomini se sono gay), e, quindi, anche con il sesso. E questo è il primo punto.
Il secondo è che le case chiuse, anche nella versione romantica di cui ho parlato prima, erano sempre monodirezionali, sempre associate ad una clientela maschile con un’offerta femminile. Ecco: come credo che le case chiuse debbano essere pensate per i ragazzi sino, diciamo, ai 25, massimo 30 anni – senza per questo impedire ad un 50enne, o ad un 80enne di farsi avanti, per carità, ma con le perplessità di cui ho parlato -, allo stesso modo credo che le case chiuse debbano riguardare anche una domanda femminile con un’offerta maschile – ma anche femminile nel caso di una clientela omosessuale -: e una ulteriore offerta maschile a propria volta non eterosessuale.
In tal modo, non è neppure escluso che, sommando la “domanda di ragazzi” da parte di ragazze giovanissime alle prime esperienze, nonché da parte di quella dei gay (possibilmente giovani), essi ragazzi non possano formare un nutrito numero di professionisti, nutrito al punto da eliminare dall’immaginario collettivo che l’escort sia donna.
Il che ovviamente è la rappresentazione di una somma di idee presenti nella nostra società difficili da districare (e, nel caso, sradicare). Perché è questo che molte donne non accettano della prostituzione: il fatto che sia associata ad un corpo femminile.
Dopodiché si arriva all’altro punto della questione, l’escort. Chi fa l’escort? Perché lo fa?  Da buon liberale, credo che come si organizzano dei colloqui psicologici per selezionare gli aspiranti lavoratori, e addirittura gli aspiranti genitori adottivi, non vedo perché non si possano fare dei colloqui per selezionare gli escort, femmine e maschi. Sono abbastanza sicuro che si troverebbero molti casi diversi tra loro, sino al punto che alcuni degli aspiranti prostituti potrebbero considerare un lavoro del genere più interessante di altri.
Tali colloqui presenterebbero il vantaggio di individuare persone giunte lì per disperazione, la cui misura proprio una scelta del genere sarebbe in grado di valutare, soprattutto agli occhi di una società nevrotica come la nostra: e sarebbe proprio tale misura a doverla spingere, la società, ad aiutare queste persone, se non si vuole fermare ad una mera critica moralistica. Ma avrebbero anche il compito, tali colloqui, di individuare coloro che vorrebbero fare l’escort per motivi personali, quelli che gli farebbero preferire – in teoria, se non l’hanno mai fatto prima – un mestiere del genere a quello – che so – dell’operaio in fonderia o del lavapiatti. Se  l’hanno già fatto (il lavoro dell’escort), potrebbe essere questa l’occasione per capire se un mestiere del genere sia spesso criticato da chi lo fa soprattutto per le dinamiche che lo riguardano (accoppiarsi con sconosciuti ad esempio) e non per la sua evidente precarietà economica, e per i suoi rischi molteplici (sicurezza personale, salute, e così via).
Ho conosciuto alcuni ragazzi che pur di non andare a fare il cameriere o il lavapiatti facevano gli escort: questa quindi non era una scelta tra la fame e la prostituzione, ma tra quest’ultima e la (semplice) fatica, e magari la minore libertà. Perché – ebbene sì – taluni possono ritenere alcuni lavori delle prigioni fisiche e mentali capaci di ingoiare il tempo della loro giovinezza. La prostituzione non sembrava quindi una cosa così terribile ai loro occhi, onestamente.
Mi chiedo se chi la concepisce in tale maniera non abbia innanzitutto una visione troppo moralistica, o nevrotica, del sesso. Soprattutto tenuto conto che nessuno è costretto ad avere rapporti sessuali se non li vuole, se il cliente non è quello giusto: viceversa, il quadro sarebbe quello proprio di una situazione da codice penale, naturalmente, ma non è questa la situazione che sto prendendo in considerazione ora.
E, dopotutto, le case chiuse a cui penso io renderebbero la prostituzione un servizio (soprattutto) per i giovani: esattamente la situazione opposta di quella a cui si pensa generalmente, che è poi il motivo principale per cui la si concepisce con raccapriccio.
Fine della provocazione (almeno per il momento).

 

Fabrizio Amadori

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, cameriere, europa, genitori, giovani, lavoro, personaggi, persone, provocazione, scuola

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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