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Anita Garibaldi, la lezione universale del Risorgimento Italiano

di Aldo A. Mola | 25 Giugno 2018

Torna Anita Garibaldi e ci ricorda che l’Italia nacque patria della libertà, vessillo di Due Mondi in lento cammino verso il “Sol dell’Avvenire”: diritti civili, parità di genere, emancipazione dalla superstizione e dallo sfruttamento dei deboli, rispetto delle Istituzioni non per feticismo ma perché sono patrimonio comune dei cittadini. Il Risorgimento italiano fu non solo un esempio ma un modello planetario. Una Profezia che per interpreti ebbe voci universali, come l’Alessandro Manzoni di Le Pentecoste e Giuseppe Verdi, che nel Nabucco elevò gli Ebrei a simbolo della Redenzione di tutte le genti.

Ana Maria Ribeiro da Silva nacque probabilmente nel 1821 a Morinhos, nello “stato” brasiliano di Santa Catarina. Non esisteva anagrafe civile e i registri parrocchiali facevano i conti con la guerra per l’indipendenza dell’America meridionale da Lisbona e da Madrid. Due anni dopo, nel 1823, il presidente degli Stati Uniti d’America, James Monroe, lanciò il celebre proclama: “l’America agli Americani”, cioè agli USA stessi, contro ingerenze europee. Allora come ora. Per chi, come Ana (Anita), nasceva da un mandriano e da una cucitrice, in una famiglia numerosa, la vita era tutta in salita. A quattordici anni venne data in sposa a un calzolaio, Manuel Duarte de Agujar. Forse non fu il migliore dei mariti. Di sicuro sappiamo quanto ne scrisse Giuseppe Garibaldi, che del tutto casualmente la vide di lontano, con l’aiuto del cannocchiale. Colpo di fulmine. Quando l’ebbe dinnanzi le disse in italiano le “proterve parole”: “Tu devi essere mia”. E la prese con sé. Cambiò tutto. L’Eroe aveva trent’anni. Nato a Nizza il 4 luglio 1807, cittadino dell’Impero dei francesi, francofono, italofono e soprattutto padrone del “nizzardo”, da ragazzo imprese a navigare. Visitò Roma e il Mediterraneo orientale in una sequenza di avventure da lui stesso narrate nelle Memorie, scritte con la penna di Comandante e di autodidatta cresciuto nella lettura dei classici (anche di politica, come documenta il suo biografo Romano Ugolini) e dei romanzi storici dell’Ottocento, con qualche radice in quelli “gotici” di fine Settecento. Questi gli ispirarono i suoi libri più famosi, “Cantoni il Volontario”, “Clelia o il governo dei preti” (ripubblicato nel 1973 da chi scrive nella collana “I Feuilletons” diretta da Giovanni Arpino) e “Manlio” (rimasto inedito per oltre mezzo secolo), che prese nome dal terzogenito avuto dalla terza moglie “ufficiale”, Francesca Armosino.

Rapita dallo sguardo magnetico dell’Eroe, temporaneamente tra i “farrapos” nelle intricatissime lotte tra fazioni che si contendevano le miserie del Brasile, Anita mostrò subito il suo intrepido valore nella battaglia della Laguna, ove (narrasi) armò di sua mano il cannone e sparò il primo micidiale colpo. Il 16 settembre 1840 partorì il primogenito, battezzato Menotti in omaggio a Ciro, il patriota fatto impiccare da Francesco IV di Asburgo-Este, che prima lo volle complice del suo fatuo agonismo espansionistico, poi lo catturò, lo portò al seguito come un animale in gabbia e infine lo eliminò per cancellare le prove della sua vanesia pochezza. Era il duchino che appena restaurato fece decretare le pene più feroci a carico dei massoni che a Modena già nel Settecento avevano avuto una loggia importante, come documenta Giuseppe Orlandi nel bel saggio “Per la storia della Massoneria nel Ducato di Modena dalle origini al 1755”.

Morto Duarte, il 16 giugno 1842 Giuseppe e Anita celebrarono le nozze con rito cattolico nella chiesa di San Francesco di Assisi di Montevideo. Già Corsaro, affermato come Capitano di terra e di mare, memore degli anni mai documentati a Costantinopoli (ove visse impartendo lezioni ai figli di un’agiata vedova e subì un tentativo di linciaggio da parte di fanatici islamici, quasi incubo nella sua vita, come i preti di tutte le fedi), Garibaldi assunse poi la difesa della Repubblica dell’Uruguay contro l’Argentina. Per i due furono anni duri, durante i quali nacquero Rosita (morta piccina), Teresita e Ricciotti, altro nome di patriota risorgimentale.

Nel 1847, credendo che Pio IX  fosse alfiere della lotta contro i barbari (come aveva fatto papa Giulio II della Rovere tre secoli e mezzo prima per levarsi di torno i sempre molesti francesi), Garibaldi scrisse al nunzio pontificio a Rio de Janeiro per mettere la sua spada a servizio del papa, capofila della causa italiana. Non ebbe risposta. Però sentì che l’ora era suonata. Nel 1844 era stato regolarizzato massone nella loggia “Les Amis de la Patrie”, dipendente dal Grande Oriente di Francia, all’epoca in armonia con la Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Vi era una Internazionale della Libertà, come Garibaldi scrisse nel 1871 in una lettera conservata al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino e che sarà pubblicata nell’“Epistolario” garibaldino curato da Romano Ugolini. I marxisti, la lotta di classe, gli “archimandriti della Rivoluzione” vennero dopo e divisero ciò che era unito: il fronte comune dei liberali contro ogni tirannia, di casta, di ceto, di classe.

Per portarsi avanti, ormai generale della Legione italiana, Giuseppe mandò moglie e figli a casa della madre, a Nizza, che era regno di Sardegna, come era ed è italiana, anzitutto sotto il profilo geografico, e anche antropico e culturale come ricordano i saggi di Giulio Vignoli. Caio Ottaviano Augusto, imperatore, non ebbe dubbi a includere Nizza nella IX Regio dell’Italia, dal mare alla destra del Po.

Poi anch’egli partì verso l’Italia con una sessantina di compagni, non di ventura ma di patriottismo. Contava sull’intelligenza di Carlo Alberto di Sardegna, il cui governo lo aveva condannato a morte per la cospirazione in Genova nel remoto 1834. Arrivò quando ormai le sorti della prima guerra per l’indipendenza volgevano al peggio. Dopo l’armistizio sottoscritto dal generale Salasco di Cornero a Vigevano (la scrivania sulla quale firmò è conservata nel suggestivo Castello di Marchierù, a Villafranca Piemonte: una perla ora aperta alle visite), Garibaldi non rimase con le mani in mano. Accorse a Roma e con Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (tra le intelligenze supreme della sua Casa e artefice dell’unità con i Congressi degli scienziati italiani) proclamò la Repubblica. Fuggito dalla ormai pericolosa Città Eterna, Pio IX si era rifugiato tra le sudate braccia di Ferdinando II di Borbone, napoletano pacioso ma sovrano spergiuro e persecutore accanito di ogni libertà, di culto e di pensiero (per anni tenne chiusi insigni patrioti in fetide celle).  Cominciarono cinque mesi di lotte diplomatiche e di guerra guerreggiata. La Costituzione della Repubblica romana rimane documento di lungimiranza, a cominciare dalla parità dei diritti civili e politici a prescindere da culti e genere.

Finì male. Napoleone III, antico carbonaro, per compiere il balzo da principe-presidente a dominatore della Francia aveva bisogno dei voti dei cattolici. Il 23 marzo Carlo Alberto venne sconfitto dagli austriaci nella brumal Novara. L’Italia era in ginocchio. Anita raggiunse il marito a Roma. Poco dopo, la Repubblica crollò, malgrado l’eroica resistenza garibaldina al Vascello. Nel tafferuglio dei combattimenti, Goffredo Mameli rimase ferito da ferro (o fuoco?) amico, agonizzò, morì dopo che Mazzini aveva ormai lasciato Roma. Il 2 luglio Garibaldi radunò i suoi e promise lacrime e sangue per chi lo avesse seguito alla difesa di Venezia, unico farò di italianità ancora acceso.

Iniziò una marcia defatigante. Via via i reparti si assottigliarono. Dopo una sosta nel libero Stato di San Marino, caro a Giosuè Carducci, Garibaldi tentò il mare su bargozzi intercettati dagli austriaci. Il grosso venne catturato. I “più colpevoli” furono sommariamente processati, condannati a morte e fucilati. Fu il caso del padre barnabita Ugo Bassi, del popolano trasteverino Ciceruacchio e di suo figlio, ancora adolescente. Nessuna pietà per i vinti. Con il fido aiutante Leggiero, Garibaldi riuscì a prendere terra. In stato avanzato di gravidanza, Anita era sofferente. A stento i tre arrivarono alla Mandriola nella tenuta dei marchesi Guiccioli. Lì, il 4 agosto, Garibaldi si congedò dalla moglie, affidata alla pietas di chi aveva motivo di temere per la propria vita e dal Capanno prese la corsa verso il Tirreno. La “trafila” lo condusse in salvo. “Eroe per scelta e per destino”, come ha scritto Aldo G. Ricci in un succoso profilo biografico nel bicentenario della morte.

Anita fu coperta con un palmo di terra alla Mota della Pastoreta, ove il cadavere venne rinvenuto una settimana dopo, sepolto alla bell’e meglio e già deturpato da animali selvatici. Il primo raccapricciante verbale lo descrive: “dall’apparente età di 30 o 35 anni alquanto complessa, i capelli già staccati dalla cute, e sparsi tra la sabbia, erano di colore scuro, piuttosto lunghi, cosi detti alla puritana. Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento”. Mancava di due denti molari. “Il cadavere fu trovato gravido di un feto di circa sei mesi”.

Come ricorda Silvia Cavicchioli in “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi” (Einaudi, 2017, ottima candidata al Premio Acqui Storia), a confutare la truce leggenda che tentò addirittura di addebitare a Giuseppe lo strangolamento della moglie, ormai “zavorra” per la sua rocambolesca corsa verso la salvezza, fu il gesuita Antonio Bresciani, scrittore della “Civiltà Cattolica”. Autore di libelli antimassonici (e poi bersaglio di Antonio Gramsci, che lo elevò a canone dell’anti-Risorgimento) il gesuita liquidò la diceria antigaribaldina con formula lapidaria: “Se ne son dette tante! Ma chi vuol dire dica”. Le false notizie non sono invenzione dei nostri giorni. Sono merce antica.

Studiosa accurata dei Cadorna e dei La Marmora, Cavicchioli rende omaggio alla generosità di Anita, simbolo della partecipazione femminile alla vita italiana sin dalla sua origine risorgimentale, e a Garibaldi, sfortunato nella vita quotidiana quanto meritoriamente celebre in quella pubblica, sintetizzata nella formula “Italia e Vittorio Emanuele” (mai abbastanza apprezzata). Forse insiste troppo sulla “confisca” della memoria di Anita da parte del “fascismo”. Il primo a riscattarla dall’oblio fu proprio Giuseppe Garibaldi che, appena possibile, ne recuperò la salma e la traslò a Nizza. La sua celebrazione, culminata nel monumento erettole nel 1932 sul Gianicolo (opera del famoso scultore Mario Rutelli) fece parte del recupero della memoria nazionale. Ve ne era e ve ne è bisogno, per non perdere la bussola.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: 4 luglio, anni, battaglia, brasile, casta, chiesa, comandante, conti, costituzione, figlio, francia, garibaldi, genova, Giuseppe Garibaldi, giuseppe verdi, governo, grande oriente, incubo, italia, la repubblica, Liberali, madrid, mare, massoneria, nato

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Tullio Pascoli

    29 Giugno 2018 alle 22:09

    Anita, alias Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, originaria di Laguna stato di Santa Catarina (Brasile), promossa a mito; si dimentica la sua storia giovanile, fra l’altro, l’abbandono di suo marito in Brasile per seguire il grande avventuriero…

    Come spiega bene Frédéric Bastiat, per esaltare certe situazioni bisogna parlare di ciò che si vede e tacere su ciò che non si vede, così come astutamente facevano gli stalinisti…

    Meglio non parlarne e far finta di niente…

    Rispondi
  2. Dott. Domenico Riccaerdi

    28 Giugno 2018 alle 15:37

    Pensavo di sapere tutto su Garibaldi ed Anita, ma mi è completamente nuovo la descrizione del macabro ritrovamento del suo cadavere.

    Rispondi
  3. Luca Bagatin

    26 Giugno 2018 alle 09:41

    Bellissimo ricordo d Anita, Eroina dei due Mondi mai abbastanza ricordata.

    Rispondi
    • Pietro Mingrone

      27 Giugno 2018 alle 23:13

      forse una lettura più attenta delle Memorie del nizzardo avrebbe evitato qualche enfatizzazione: Garibaldi riferisce di aver detto poche parole ad Anita, in una lingua che lei non poteva capire, quindi o lei era disposta con chiunque avesse uno sguardo magnetico e di conseguenza non fosse troppo seria oppure che sia stata rapita. Certo la vita accanto ad un avventuriero esaltato dal sangue (lo recita Garibaldi nelle sue memorie) e dalla battaglia sarebbe stata migliore di quella vissuta accanto ad un anziano ciabattino. Di lui poi si potrebbe discutere. Garibaldi ed Anita sono dei simboli ma è meglio lasciarli al loro ruolo, volerne vedere la storia può essere scabroso

      Rispondi

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