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Vox populi non è vox dei, checché ne dicano i Grandi Politici Italiani del momento

Chi glielo dice ai populisti nostrani, ai modestissimi Salvini, Meloni e Di Maio vari, che il popolo è fatto di persone che sostengono politicanti come loro per ragioni lontanissime dal buon senso?

di Fabrizio Amadori | 16 Aprile 2018

Erdogan è un politico notoriamente chiacchierato per vari motivi. Uno tra questi è l’accusa di appropriazione indebita di risorse pubbliche. Non so se questo sia vero, ma la mia opinione nei confronti del sciur Erdogan è tale per cui non escluderei nulla sul piano dell’immoralità quando si parla di lui. Detto ciò, pare che il ceto medio conservatore turco preferisca avere un ladro che difenda i valori della loro cultura – e della loro religione – piuttosto che un liberale onesto che punti ad una società più dinamica. Un discorso non molto diverso si può fare per il ceto medio russo, il quale preferisce appoggiare Putin che sembra garantire la tenuta dello Stato piuttosto che verificare la reale statura del personaggio (quella fisica è verificabile tutti i giorni e, secondo chi scrive, è ben superiore a quella morale).

Casi come questi sembrano confermare il vecchio adagio per cui “vox populi non è vox dei”, considerazione che trovai per la prima volta ben espressa in un manuale di storia greca all’università. Il popolo, insomma, spesso sostiene politici che tali non sono, essendo dei demagoghi e dei populisti, i quali – se permettete – fanno parte di un’altra categoria, che con quella politica non c’entra nulla.

E allora: chi glielo dice ai populisti nostrani, ai modestissimi Salvini, Meloni e Di Maio vari, che il popolo è fatto di persone che sostengono politicanti come loro per ragioni lontanissime dal buon senso? Io una prima risposta ce l’ho, ed è questa: di solito vota i demagoghi, e i nazionalisti, colui che odia i poveri come lui e ama i ricchi che gli permettono di sognare. Il povero non fa sognare nessuno. Il povero è un concorrente diretto, una minaccia. Quindi il nazionalismo, che non può attaccare i poveri di casa, sui quali si fonda, attacca i poveri stranieri, quelli magari che arrivano sui gommoni e che pensano – sbagliando – di poter suscitare solo sentimenti positivi di pietà e di solidarietà. Il nazionalismo, guidato dal demagogo di turno, sfrutta insomma una simile paura, che è una banale variante del “nemico alle porte” che tutto compatta. Un meccanismo, ripeto, banale. Sostenere proprio in Italia che il problema siano gli stranieri quando sappiamo benissimo a) che non è vero, b) che i problemi reali sono altri, e c) che quello degli  stranieri può diventarlo, buon ultimo a sua volta, solo se gestito male da chi ha interesse a farlo, ebbene, sostenere questo fa parte di una strategia politica chiara la quale sa che dire agli italiani la verità non porta voti. Agli italiani: ai tedeschi non so. Nessun popolo ama sentirsi dire la verità nuda e cruda, immagino. Ma credo che ve ne siano alcuni che, più di altri, accettano una dose minima di schiettezza circa le cose veramente importanti con cui bisogna fare i conti.

E allora fatemi dire un paio di cose “schiette”, alla faccia dei demagoghi di turno, dei Salvini, delle Meloni e dei Di Maio.

La prima è che un italiano che avverte lo straniero come una minaccia da un punto di vista lavorativo è un italiano che si deve guardare allo specchio e domandarsi: ma perché io che sono nato in un paese privilegiato come l’Italia che mi dava la possibilità di laurearmi non l’ho fatto? Perché mi sono accontentato della scuola professionale quando non addirittura della terza media? E’ ovvio che so fare ben poco ora, per cui il primo straniero semianalfabeta può venire a svolgere lo stesso lavoro che svolgo io. Per questo l’odio, perché in realtà odio innanzitutto me stesso, e lui mi mette di fronte alla verità del poco che ho fatto – o sono – io. Guai a lui!

La seconda è che lo straniero è di solito giovane e maschio, per cui messo in difficoltà è spinto a delinquere come faceva l’italiano in paesi anche molto più accoglienti del nostro da un punto di vista lavorativo come gli Usa. Con questo non lo voglio giustificare. Chi sbaglia sbaglia, sebbene, da buon liberale, creda che ogni caso vada giudicato a sè.

Ma prima di tutto vorrei tornare al punto principale, ossia alla mancata volontà politica di disinnescare la bomba ad orologeria di tanti giovani maschi a spasso in Italia a fare niente. Storicamente, non pochi italiani messi in condizioni simili all’estero si sono organizzati in bande criminali famigerate, non ce lo dimentichiamo.

Che fare allora? Tempo addietro mi sono permesso di parlare di un piano Marshall per tali giovani immigrati.

Avevo parlato di coordinare le varie energie del Paese, dalla Protezione civile alle numerosissime associazioni di volontariato, per insegnare ai ragazzi stranieri, dopo un buon italiano, dei mestieri pratici come quello dell’agricoltore, del pastore, dell’idraulico, del fabbro, dell’allevatore o dell’elettricista – e far studiare all’università (meglio scientifiche) i più brillanti o volenterosi, naturalmente -, a patto di accettare loro di essere inseriti in quelle zone del Paese che avrebbero bisogno di essere ripopolate, a partire dalla famosa dorsale appenninica, dove moltissimi villaggi sono ormai quasi del tutto abbandonati. Ce lo vogliamo ricordare o no dell’esistenza di molte zone dell’Italia senza abitanti, a partire da quelle sismiche? O non si può fare questo, sognare in grande, perché la politica è fatta di grigi burocrati incapaci di volare alto, di organizzare qualcosa degna di tale nome, che lasci il segno?

Ovviamente si tratta di un discorso complesso che richiederebbe una predisposizione alla riflessione che non sembra possedere nessuno dei Grandi Politici Italiani attuali, i quali invece di dire la verità alla gente dicono, ahimè, quello che essa vuol sentirsi dire per non costringerla a guardarsi allo specchio.

Guardarsi allo specchio da un punto di vista scolastico e lavorativo, come dicevo: e non voglio soffermarmi su altri punti di vista con cui potersi osservare, come quello religioso.

Infatti, sarebbe troppo facile sostenere che chi si dice cattolico in Italia – seguace del Vangelo insomma – lo dice tanto per dire a giudicare dai risultati, risultati come l’astio, o la mal sopportazione nei confronti del povero e dello straniero, a maggior ragione se povero e straniero assieme.

Su questo punto ha proprio ragione l’attuale pontefice, spiace dirlo.

E mi spiace osservare che il gruppo dei cattolici conservatori ce l’ha con lui proprio per tale motivo, perché li costringe a fare i conti con la propria religiosità, che non è di facciata come sostengono taluni: niente affatto, è una religiosità invece ben radicata, la quale li spinge a combattere delle convintissime battaglie contro l’uso del preservativo, la pratica dell’aborto o l’educazione sessuale a scuola, ma quanto al messaggio d’amore, ebbene, quello proprio no, non c’è alcun bisogno di seguirlo se la religiosità giusta è quella del crociato, non quella del missionario.

La religiosità, cioè, che piace – guarda un po’ – a quei grandi pensatori finissimi della destra italiana attuale che non mancano mai di farsi trovare davanti alle moschee che si vuole impedire di far costruire, o di fronte ai centri di accoglienza che si vogliono far chiudere. Rivelando così la pochezza non solo della propria visione politica, ma della propria religiosità, col risultato di spingere me a ringraziarli, a ringraziarli cioè per il fatto che mi confermano ogni volta nella mia cultura liberale contraria ai bigottismi – e alle ipocrisie – ideologici e religiosi.

E non solo: a ringraziarli perché, ebbene sì, mi permettono di farmi sentire un’aquila di guerra al cospetto soprattutto dei Salvini e delle Meloni varie quando aprono bocca.

E vi assicuro che ce ne vuole per riuscire in questo, considerata l’idea di persona, ahimè, normalissima che il sottoscritto nutre di solito, e giustamente, per se stesso.

Ho aggiunto quest’ultima precisazione per non essere frainteso e, soprattutto, per non assomigliare ai Grandi Politici Italiani che tra un errore di geografia, e uno di sintassi, vogliono sembrare – a  vanvera – acuti, profondi ed informati: sciocchezze da bambini di terza elementare, le loro, altroché! E del resto, ormai lo sappiamo, Trump ha vinto le elezioni americane usando un linguaggio da ragazzino di nove anni: e allora di cosa mi stupisco? Sono proprio un ingenuo, in effetti…

Fabrizio Amadori

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, buon senso, conti, cultura liberale, discorso, elezioni, estero, giovani, italia, lavoro, meloni, nato, persone, punti di vista, punto di vista, putin, religione, scuola, stranieri, usa

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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