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Promessa di riarmo

Già oggi gli Stati Uniti (evidentemente la potenza numero uno), spendono per il bilancio militare più dei successivi sette altri Paesi.

di Alberto Pasolini Zanelli | 6 Marzo 2017

Trentatré milioni di americani hanno passato una notte, raccontano le statistiche, ad aspettare il verdetto delle Olimpiadi cinematografiche, con un po’ meno di festa e un bel po’ di più di incertezza, attesa e tensione. Adesso dovrebbero riposarsi e invece è una nuova tensione che gli salta addosso, molto più importante e concreta e anche più grossa come numeri. Dalla festosa serata di Hollywood si è passati a una nuova raffica di cifre, meno liete e più contrastate: Donald Trump ha ripreso la parola ma un po’ diversamente di quanto era parso prediligere quella più vaga, a breve termine e contraddittoria dei primi due mesi di sua permanenza alla Casa Bianca. Non ha smesso di fare cifre, ma ne ha portata in primo piano una precisa, per taluni incoraggiante, per i più forse inquietante o almeno sorprendente. Per gli americani e per gli altri, alleati o concorrenti della Superpotenza.

Ha tirato fuori un foglietto con un programma e una dimensione. Con una cifra in realtà sola, ma la più importante: il conto della sua promessa di riarmo. Chiederà al Congresso, nel prossimo anno fiscale, un aumento di 54 miliardi di dollari di spese militari. Un incremento del 10 per cento, superiore a quello che i più si erano abituati a calcolare pur di fronte al ripetuto impegno del nuovo presidente a concentrare il riarmo auspicato, promesso e minacciato proprio sulle armi e non sugli investimenti politici, diplomatici ed economici. Un aumento di spesa imponente e in buona misura compensato da risparmi negli altri campi. In tutti, non solo nella riduzione delle spese per la salute pubblica, ma anche e soprattutto nel bilancio dei do ut des. Il Pentagono ingrassa, altri capitoli di spesa dimagriscono, soprattutto quelli di solito considerati nei programmi di difesa.

Proprio Trump aveva detto e ripetuto nella sua campagna elettorale più gonfia di minacce che di promesse, che sarebbe toccato, adesso, agli alleati della Nato, finora “mantenuti” dall’America, investire di più per la difesa comune.

Con l’appello odierno, invece, è l’America che il suo leader invita ad aprire più generosamente il portafoglio, a fare la spesa soprattutto nei progetti militari di ogni genere, inclusa la ripresa della corsa al nucleare. Il Pentagono ingrassa, il Dipartimento di Stato dimagra, gli alleati e i clienti dovrebbero stringere la cinghia. Non si tratta di un incremento normale. Per afferrarne le dimensioni occorre, e basta, pensare ai dati d partenza. Già oggi gli Stati Uniti (evidentemente la potenza numero uno), spendono per il bilancio militare più dei successivi sette altri Paesi più robusto. Non solo più degli alleati ma i concorrenti principali, a cominciare dalla Russia e dalla Cina sommate. Gli aiuti all’estero, in un Paese tradizionalmente “generoso” come l’America scendono all’1 per cento del bilancio federale, a 42 miliardi di dollari mentre il budget del Pentagono sale a 600 miliardi, in gran parte per nuove macchine militari made in Usa. Cifra ancora più significativa se si tiene presente che la prevedibile diminuzione in conseguenza della fine della Guerra Fredda era stata subito rimangiata dal grande allarme dovuto all’assalto del terrorismo. Un incremento di almeno il 10 per cento all’anno, anche durante la presidenza Obama, considerato un “pacifista”.

Trump non fa niente per nasconderlo: lo definisce “uno dei più grandi programmi di rafforzamento militari nella storia d’America. Ha già fatto una cifra, precisandola nelle ultime ore al momento di svelare il progetto al Congresso: una richiesta che include molto più dollari per il varo di due navi e aerei al fine di “ristabilire una robusta presenza nelle acque internazionali”, come ad esempio gli Stretti di Hormuz e il Mare della Cina del Sud.

Non è detto che la Casa Bianca otterrà proprio tutti i dollari che oggi richiede. Il Congresso potrà lottare per contenere alcuni capitoli di spesa. È già nel programma dei democratici, da tempo convinti che la spesa in armi non è l’unico né il principale strumento per cementare la sicurezza del’America. Lo pensano anche molti repubblicani, anche e soprattutto conservatori sedici che si stanno risvegliando dal sonno forzato postelettorale. Fra coloro che hanno alzato la voce in questi giorni ed ore c’è anche un ex presidente, George W. Bush, considerato tutto fuori che una colomba.

Alberto Pasolini Zanelli   (letter from Washington)

Pubblicato in : Primo pianoTag: bush, campagna elettorale, casa bianca, cina, macchine, mare, nato, obama, stati uniti, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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