Tra i disturbi dell’età ci sono i ricordi. E i confronti. Dopo i 40 cominciano le manifestazioni mnestico-senilitipo “Allora facevamo così”, oppure “Ricordo che in quell’anno” e via aneddotando. Immaginarsi dopo i 50. Si fanno più intensi e persistenti e i ventenni ti guardano come un oggetto di un’altra epoca. Ti senti appena asportato dal Museo Egizio.
Per il vicequestore Rocco Schiavone, protagonista cult dell’ultimo romanzo di Antonio Manzini (7-7-2007 Sellerio), il ricordo è addirittura una tortura. O meglio un grado della scala delle torture. A ben pensarci non è proprio un azzardo.
Dopo aver ammesso il probabile disturbo vado con il ricordo e relativo confronto: in vacanza non ci si abbraccia più come una volta. In vacanza senza abbracci. O meglio ancora quasi da titolo: la vacanza degli abbracci.
Ci bado solo io o lo vedete anche voi? Anche i giovani fidanzati a passeggio sui lungomare non si abbracciano più come una volta. Al massimo si danno la mano, o si strusciano la spalla. In alcuni casi vedi che si incrociano il mignolo. Abbiamo perso una parte dell’aptica affettiva.
Un mese di terrazza su un incrocio di Rimini mi ha consentito l’empirica valutazione di un bel campione. Non sarà statistico ma molto umano. Sulle migliaia di coppie passeggianti e permanenti solo tre erano in abbraccio.
Trent’anni fa passeggiavi per il lungo viale di Jesolo e tutti o quasi tutti i fidanzatini avevano le braccia sulle spalle dell’altro o dell’altra. Ci abbracciamo meno o per pro forma. Usiamo le mani e le braccia più per altri sentimenti che per quelli segnalanti affetto o amore.
Sarà la moda, sarà la rete, sarà la tecnologia preferiamo ailaicare sui social invece di darci un gesto fisico anche tra intimi più o meno ufficiali. Mettiamo le mani dietro la schiena in posizione coccigea come fossimo rassegnati e pronti all’impatto, oppure mettiamo le mani sui fianchi come a sfidare il futuro imminente o a reggere una “inevitabile conseguenza”. Oppure ancora ci mettiamo le mani sulla testa un po’ in cerca di relax muscolare o per accertarci che ne abbiamo ancora una.
Riguardo in giro e confermo la bozza. Nessun abbraccio di giorno o di sera, nessun braccio attorno al collo o attorno alla vita, che ti fanno sentire così coinvolto e così sicuro. Solo una coppia di nonni davanti alla gelateria cammina lenta sottobraccio e con un passo sincrono che fa invidia. Quasi un abbraccio virtuale.
A ben pensare una causa si può individuare: nel solito inseparabile cellulare. Abbiamo in mano sempre un telefonino e cerchiamo la nostra vita su uno schermo. Difficile avere tante braccia e tante mani in più per cercare la vita e l’appoggio sulle spalle della persona che amiamo.

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