Un numero considerevole di persone si trova in una inedita condizione di emarginazione, di inferiorità rispetto alla comunità organizzata. Nella crisi dobbiamo avere strategie di recupero e di reintegrazione.

Le cose non stanno così, né sul piano internazionale, né tanto meno in Italia. Non è vero che la crisi fosse inevitabile, perché tutti sanno che essa è figlia di colossali manovre speculative e di azzardate quanto irresponsabili operazioni finanziarie; e non è vero che la crisi sta colpendo tutti “allo stesso modo” perché se registriamo da un lato le drammatiche ripercussioni che essa sta generando tra le fasce più indifese della popolazione, verifichiamo, dall’altro che vi sono settori, segmenti della società, che sulla crisi stanno lucrando e traggono da essa nuove occasioni di speculazione e di arricchimento. E la distanza tra chi i prezzi “li paga” e chi i prezzi “li fa” si fa ogni giorno più insostenibile. Il nostro Presidente della Repubblica lancia a più riprese appelli, al fine di scongiurare nella nostra comunità la rottura della coesione sociale, vale a dire del tessuto connettivo che rende possibile la nostra convivenza civile, politica, democratica.
Una comunità che oggi è obbligata ad un repentino arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ed a fare i conti con una pesante recessione, gravita di incognite per il futuro.
Un numero considerevole di persone si trova in una inedita condizione di emarginazione, di inferiorità rispetto alla comunità organizzata. In modo lento ma progressivo, fasce sempre più numerose di cittadini vengono spinte sulla soglia, e spesso anche oltre, delle nuove povertà.
I mutamenti intervenuti con il moderno assetto della struttura sociale sono d’altronde un ulteriore detonatore di complessità dell’emergenza che si vengono ad evidenziare. C’è effettivamente la necessità di costruire un nuovo modello di Stato Sociale. Un modello che senza rinnegare o peggio azzerare forme di protezione che mantengono tutta la loro validità, sia in grado di reggere alla prova cui ci sottopongono al fase attuale ed il fenomeno delle nuove povertà.
In questo ambito, ritengo che vi siano quattro categorie di cittadini che debbono essere incluse in un progetto più complessivo di nuove povertà; gli anziani soli, le giovani coppie, i genitori single, i disoccupati.
L’unica chiave di accesso per l’attivazione di strategie di recupero e di reintegrazione di queste persone è nel passaggio dal concetto di “Welfare State” a quello di “Welfare Community”.
L’esigenza di costruire un nuovo legame comunitario, una nuova “coesione sociale” si rivela indispensabile per combattere le nuove povertà. Spetta perciò alle Istituzioni che guidano lo Stato Sociale assolvere oggi ad una nuova funzione di “maternage” aiutando la società civile a ritrovare e realizzare la propria natura più profonda, quella essenza consapevole di “comunità” che permette ai suoi componenti – a partire dalle fasce più deboli – una partecipazione attiva e responsabile alla civile convivenza.

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