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Il piano carceri tra attese e proposte

di Domenico Alessandro de'Rossi | 26 Marzo 2012

L’urgenza di soluzioni per l’oggi non deve escludere programmi e scelte coraggiose per il domani.

Nel “piano carceri” varato a suo tempo dal precedente Governo e rimasto nel cassetto si legge: «L’amministrazione, considerate le limitate risorse finanziarie disponibili ha svolto un accurato studio teso ad individuare soluzioni alternative di finanziamento valutando la possibilità di ricorrere a taluni istituti normativi quali la locazione finanziaria, la finanza di progetto e la permuta». Il Governo quindi, già all’epoca ben consapevole della carenza di risorse finanziarie, intendeva includere i privati nel “disegno risolutivo del piano per l’edilizia penitenziaria”. In tal senso, prima della fase di realizzazione del disegno risolutivo del piano sarebbe stato corretto promuovere, a parere di chi scrive, una iniziativa di pianificazione strategica che stabilisse in modo organico, anche attraverso l’approntamento di nuovi strumenti legislativi, le possibili operazioni da compiere a fronte dell’intero patrimonio esistente sul territorio: riuso, riassetto, dismissione, cessione, ristrutturazione, locazione (ecc.), di taluni edifici penitenziari ed aree pertinenziali all’interno di un paradigma di azioni da pattuire successivamente attraverso una specifica normativa anche con i diversi enti locali. Tale processo sistematico di valutazione delle preesistenze architettoniche, se ben impostato in concerto con le altre funzioni ministeriali, potrebbe trasformarsi ancora oggi, per il domani, in una grande opportunità per innescare un ciclo virtuoso in rapporto diretto con le attività presenti sul territorio. Individuando all’interno delle diverse filiere nuovi ambiti di recupero sociale del detenuto come momenti alternativi, ma non disarticolati e sporadici, destinati all’applicazione della pena. Tutto il percorso, collegato alle catene produttive locali, ai servizi sociali, alle strutture cooperativistiche e di volontariato, ai valori architettonici ed ambientali espressi dal territorio, potrebbe ricucire sistemicamente le molte connessioni funzionali esistenti nella realtà territoriale. Non tutti sanno che l’attuale patrimonio carcerario italiano è costituito: da un 20% di edifici realizzati tra il 1200 e il 1500 (medio evo e rinascimento!); da un 60% costruito tra il 1600 e il 1800; solo il rimanente 20% è stato realizzato dopo. Questi dati aprono scenari inquietanti nel momento del difficile confronto con il “valore” di questi edifici: manufatti abbandonati a fronte di un inevitabile e progressivo degrado, costruzioni e siti di alto valore architettonico ed ambientale. Infatti, l’incapacità “strutturale” di rispondere alla necessità di adattamento a moderni criteri di funzionalità, unita all’alto valore storico-culturale ed economico di cui sono portatori quest edifici determinano altissimi costi di manutenzione per la quotidiana gestione dello statu quo, con bassi rendimenti funzionali in termini di qualità e di sicurezza. Come è noto, non solo in questo settore, è proprio la questione delle “competenze burocratiche” quella che rappresenta la più complessa tra le cause che rende inattiva la capacità di risolvere il problema di come amministrare questo enorme patrimonio. Motivo che scoraggia l’intervento privato nei confronti di una vasta varietà di operazioni volte alla cessione, alla vendita, alla dismissione, al recupero, alla ristrutturazione. Ragioni ufficiali che, dietro lo schermo delle diverse “competenze” spesso tendono a dissuadere in partenza qualsiasi proposta innovativa in ordine alle eventuali scelte da compiere in termini di riuso o dismissione di questi edifici. Circa questo enorme patrimonio edilizio il DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) comunicò che per reperire la somma necessaria al completamento del Piano destinato alla costruzione di nuovi istituti, sarebbe stato necessario “proporre l’alienazione e la dismissione di immobili, soprattutto se situati nei centri storici, e prendere in considerazione la possibilità di vendere parte del patrimonio edilizio penitenziario vincolando l’acquirente a corrispondere quanto necessario con modalità contrattuali da definire”. Vero è che prima di poter addivenire a tali corrette ipotesi sarebbe necessario definire, da subito e a costo zero, comunque per il futuro una sistematica concernente i criteri d’intervento nei confronti dell’intero patrimonio edilizio. Una sorta di “sistema a rete” avente come obiettivi il possibile coinvolgimento, oltre che dell’imprenditoria privata, anche delle cooperative di ex detenuti, sulla base di programmi di riabilitazione sociale e qualificazione professionale che prevedano misure alternative al carcere e il reinserimento nel ciclo produttivo destinato al riuso, sotto altre forme e funzioni, dello stesso patrimonio edilizio carcerario. In questo grande sforzo di sintesi e di pianificazione strategica, determinante dovrebbe essere l’impegno ed il coinvolgimento dell’imprenditoria privata come vero e proprio motore dello sviluppo. Interventi di Project financing, leasing e pianificazione concordata insieme ad una innovativa visione urbanistica, se non scoraggiati dalla burocrazia, se ben governate da un Centro Decisore e da efficienti e qualificati apparati dello Stato, possono rappresentare già oggi una grande opportunità per la futura soluzione del problema penitenziario. Le amministrazioni locali, soggetti primari che tradizionalmente svolgono attività di rilevazione e catalogazione sul territorio consentirebbero di avere fin da subito un vasto panorama sufficientemente chiaro sullo stato attuale delle preesistenze architettoniche destinate alla reclusione per poter riflettere, mediante uno specifico studio di fattibilità, su di una metodologia e sulle possibili iniziative da intraprendere in ordine alle diverse esigenze funzionali. Scopo della ricognizione mirata sarebbe quello di dare vita ad aree didattiche di informazione tecnica destinata alla formazione professionale dei detenuti, mediante un continuo confronto sugli obiettivi, sulle modalità, sugli strumenti da utilizzare per una revisione delle procedure lavorative nel settore penitenziario. Per aiutare una riflessione sul processo di catalogazione e valutazione sistematica del patrimonio edilizio sarebbe opportuno elaborare un quadro ragionato degli esiti delle attività di catalogazione, organizzato per tabelle ordinate per tipologia di beni, stato di conservazione, potenzialità di riutilizzazione secondo piani alternativi per aree territoriali e per annualità. In tal modo verrebbe a configurarsi una necessaria conoscenza delle azioni da intraprendere per il futuro circa le possibili scelte di conservazione, ristrutturazione, riuso, riconversione funzionale, dismissione, cessione in base alle esigenze di diversa natura provenienti dal contesto territoriale e dalle esigenze specifiche del piano carceri. La complessità delle problematica destinata alla costruzione di nuovi moderni istituti, unita allo stato attuale del patrimonio penitenziario esistente e alle scelte che riguardano in generale il “piano carceri”, evidenziano la necessità di organizzare un Centro di Coordinamento Interdisciplinare in grado di sovrintendere, pianificare, modulare e indirizzare secondo il contributo sistemico delle diverse specifiche competenze, tutti gli interventi all’interno di un quadro unitario di riferimento.

Pubblicato in : Primo piano

Info Domenico Alessandro de’Rossi

Architetto e urbanista, già docente di Pianificazione territoriale, costiera e portuale alla facoltà di Ingegneria dell’Università del Salento. Nel 2005 è stato chiamato dal governo della Libia per la pianificazione del nuovo Programma Penitenziario conforme alle disposizioni dei Diritti umani sotto il patrocinio delle Nazioni Unite coordinando docenti universitari e professionisti per il Piano nazionale delle carceri dello Stato per oltre 6000 detenuti. E’ responsabile nazionale dell’Osservatorio LIDU onlus (Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo) “Persone private della libertà” e cofondatore del “Tribunale Dreyfus”, organizzazione per la difesa della giustizia giusta. Ha curato e scritto il libro “NON SOLO CARCERE”, Mursia ed. 2016

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