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Governo: liberalizzazioni, trasparenza, IMU chiesa: la montagna partorisce topolini.

di Gim Cassano | 4 Marzo 2012

Su tre aspetti di grande rilevanza, alle aspettative ed agli annunci stanno facendo seguito provvedimenti e comportamenti di ben scarsa efficacia.

Non riesco ad unirmi al coro di generale soddisfazione che circonda alcune delle ultime azioni del governo Monti: si direbbe che la montagna stia generando topolini piccoli piccoli.

Mi riferisco alla vicenda delle schede di “trasparenza della posizione reddituale e patrimoniale” di ministri e sottosegretari, alla vicenda delle cosiddette liberalizzazioni, alla vicenda dell’IMU sugli edifici di proprietà ecclesiastica.

In questi provvedimenti, che in via di principio avrebbero una portata rivoluzionaria (certo non in assoluto, ma nel senso di riportare a decente normalità e moralità alcuni aspetti di un Paese anomalo), si osserva come la tenace resistenza del vecchiume corporativo abbia fatto sì che alle aspettative o alle dichiarazioni iniziali seguissero provvedimenti di portata ben più limitata.

Per quanto concerne la vicenda “trasparenza”, è da apprezzare il fatto che il governo si sia posto la questione. Meno esaltanti sono i risultati: ministri e sottosegretari ci informano molto dettagliatamente circa auto, moto, (manca solo il colore delle stesse e lo stato di usura dei pneumatici), e barche; ci viene detto, siamo certi in modo corretto, degli immobili posseduti, anche se spesso senza indicarne la consistenza; sono indicati, con qualche disomogeneità tra scheda e scheda, i redditi ed compensi percepiti o previsti; e ci vengono forniti elenchi dettagliati di azioni, obbligazioni, titoli e fondi comuni posseduti, anche qui con qualche disomogeneità tra scheda e scheda.

Ma nella maggior parte dei casi ci viene detto ben poco, o nulla, circa la sussistenza o meno di possibili ragioni dell’emergere di conflitti di interesse riguardanti alcuni ministri e sottosegretari, avuto riguardo del loro ruolo e delle deleghe loro attribuite. Per esser più chiari, sarebbe stato opportuno che venissero indicati precedenti rapporti societari ed incarichi di amministratore, sindaco, dirigente, e se tali rapporti od incarichi sussistano tuttora.

Se quindi è da valutare positivamente l’aver preteso le dichiarazioni riguardanti la trasparenza dal punto di vista reddituale e patrimoniale, occorre riconoscere che non tutto è chiaro e trasparente.

In quanto agli annunciati e radicali provvedimenti liberalizzatori, strada facendo, questi sono stati ridimensionati a ritocchi per nulla risolutivi di situazioni inaccettabili, che in gran parte sono uno degli ultimi retaggi del fascismo, e sulle quali si discute a vuoto sin da quando Ernesto Rossi scriveva de “La corporazione degli speziali”. E’ sparito l’obbligo del preventivo scritto per i professionisti, che sarebbe stato un efficace ostacolo alla pratica del “tot con fattura, e tot per contanti e senza fattura”; la questione dei notai e delle farmacie si è ridotta ad aumentarne di poco il numero, altrettanto chiuso che prima; per il numero delle licenze dei tassisti (sempre chiuso) è stata immaginata una complicata procedura che sarà fonte di contenziosi a mai finire.

Dobbiamo ricordare come il corporativismo di alcune categorie, ben lungi dal manifestarsi nelle forme del lobbying anglosassone, e più prossimo alla tradizione dei populismi latini, abbia dapprima manifestato una sorda avversione ad ogni cambiamento ed a ogni confronto, ed in seguito abbia seguito la strada del cercare, trovandole, facili e naturali sponde nei parlamentari della vecchia maggioranza.

Risultato: appunto, la montagna ha partorito il topolino, e l’ineffabile Gasparri ha potuto così parlare di “notevole miglioramento del provvedimento”.

In conclusione: gli interessi dei più, in quanto diffusi e non specifici, trovano pochi difensori in una politica che invece trova più facile e pagante il rappresentare categorie o gruppi compatti o rumorosi.

Ma allora, non dobbiamo stupirci del fatto che il particolare prevalga sempre sul generale, e che le diverse corporazioni riescano il più delle volte ad ostacolare, differire, svuotare, provvedimenti normativi riformatori, nell’intento di tutelare rapporti economici che sono il lontano retaggio delle autonomie medievali. Rapporti economici arcaici che vengono fatti passare, sotto le mentite spoglie della qualità e del decoro professionale, come utili alla comunità, e non come un’ingiustificata fonte di rendita ad essa imposta e come uno dei fattori che concorrono, come nelle gilde medievali, dove la bottega passava più facilmente di padre in figlio di quanto non avvenisse in base alle capacità, ad una bassissima mobilità sociale.

Ed infine vengo all’IMU sui beni ecclesiastici, esclusi ovviamente gli immobili, o loro porzioni, destinati al culto: la soluzione trovata si presta ad ogni possibile equivoco.

Dopo che la CEI si era ritirata su una posizione più difendibile di quella della generale e totale esenzione dal pagamento dell’IMU da parte degli immobili di proprietà ecclesiastica, accettando in via di principio il concetto che gli immobili destinati ad attività commerciali fossero soggetti all’imposta, la linea di resistenza si è spostata sulla difesa, ancora una volta, della scuola privata, in quanto “no profit”. E, a quanto è dato di capire, su questa linea di difesa, la battaglia per non pagare, è stata sostanzialmente vinta.

Le dichiarazioni di Monti al riguardo parlano chiaro: sta in sostanza alle stesse scuole stabilire se pagare o meno l’IMU. Infatti, il premier ha ieri dichiarato in Commissione al Senato:  “Per il caso specifico delle scuole è necessario precisare che non è propriamente corretto chiedersi se le scuole, in quanto tali, siano esenti o meno dall’imposta municipale propria, bensì è più corretto domandarsi quali scuole possano essere esenti e quali, viceversa, siano soggette alla disciplina comune.” E poi ha indicato come criterio per l’esenzione:

“L’organizzazione dell’ente – anche con specifico riferimento ai contributi chiesti alle famiglie, alla pubblicità del bilancio, alle caratteristiche delle strutture – sia tale da preservare senza alcun dubbio la finalità non lucrativa ed eventuali avanzi non rappresentino profitto, ma sostegno direttamente correlato ed esclusivamente destinato alla gestione dell’attività didattica.”

E quindi, ove il “servizio effettivamente prestato sia assimilabile a quello pubblico”, vanno considerate “esenti le scuole che svolgono la propria attività secondo modalità concretamente ed effettivamente non commerciali.”

In sostanza, basta che una scuola di proprietà ecclesiastica, dotata di programmi, strutture, organici, tali da poterla considerare parificata, stabilisca di non perseguire fini di lucro, chiamando “contributi delle famiglie” le rette, e magari presentando un bilancio in pareggio facendo passare per costi qualsiasi devoluzione alla proprietà sotto la forma di costi amministrativi, perché possa essere da un lato considerata “assimilabile al servizio pubblico” e dall’altro attività non commerciale e non lucrativa, risultando quindi indenne dall’IMU.

Dimenticando però che quella stessa scuola già usufruisce di non piccoli finanziamenti pubblici e di contributi regionali alle famiglie destinati a coprire parte del costo delle rette, per molte centinaia di milioni di euro l’anno. E dimenticando il fatto che, perché un servizio possa essere considerato assimilabile a quello pubblico, occorre anche che sia aperto a tutti, senza distinzioni di censo, razza, sesso, religione.

Si spiega così la soddisfazione della CEI al riguardo, in barba all’Art. 33 della nostra Costituzione.

In conclusione, fatta la legge, trovato l’inganno, nella più autentica tradizione del Bel Paese.

Pubblicato in : Primo piano

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