A meno che non si faccia l’apologia di Hitler, dell’incesto e della salita dello spread, qualsiasi editore pubblica chiunque, quello che cambia è il peso dell’assegno, meglio se in bianco.

Va detto prima di tutto che la scrittura liberata dalla manualità e dalla fatica fisica come accade nella scrittura al computer, sia di narrativa o saggistica, finisce per raccontare se stessa senza illuminare la nostra condizione storica e tentarne vie d’uscita, non ha cioè un portato politico anche se di apparente e rigorosa ambientazione storico politica, e non riesce quindi a nascondere che la sua unica spinta sta nella soddisfazione del narcisismo di massa insito nel sentirsi scrittori. Questo andazzo fu inaugurato nei cinquanta da filmacci dell’umanesimo hollywoodiano, dove però l’immagine retorica dello scrittore faticava ancora alla macchina da scrivere. Ma allo stato delle cose il meccanismo combinato di scrittura al computer, l’interesse d’una cultura parassitaria e asservita alla corruzione del sacrosanto diritto di ognuno al sapere e all’espressione, l’osceno dettato cattolico per cui tutto è degno di racconto purché sia raccontato bene, e infine la furba editoria che stampa tutto pur d’essere pagata, così dall’editore di nicchia alla casa più titolata, hanno dato la stura alle migliaia di insoddisfatti, a tutte le vittime assimilabili allo sfortunato bullo di Sordi perché non nato a Kansas city, per illuderli d’essere romanzieri, poeti, saggisti, storici e filosofi, che più ne ha più ne metta. A meno che non si faccia l’apologia di Hitler, dell’incesto e della salita dello spread, qualsiasi editore pubblica chiunque, quello che cambia è il peso dell’assegno, meglio se in bianco. Anche l’editore più nobile e famoso, prima o dopo cederà a mettergli sulla scrivania l’assegno per pagare la pubblicazione di qualsiasi fregnaccia, e se non cede subito basta giocare a far salire la posta, ma che salga davvero di molti, molti zeri, alla fine si entra nel suo catalogo, naturalmente dopo che la fregnaccia sarà stata truccata in modo decoroso di input intellettuali, un po’ erotici un po’ tormentati secondo il gusto d’un tempo che finisce per assolvere tutto. Ciò significa in poche parole che l’editore grazie alle smanie dell’autore ha già fatto il suo bel guadagno e della distribuzione in libreria può allegramente disinteressarsi, ma invece sarebbe proprio la distribuzione a segnare l’impatto sociale e politico, non del best seller pompato tipo dentifricio, ma dell’onesta scrittura che un tempo rivelava il vero nuovo e non il nuovo prefabbricato. Naturalmente dal fenomeno esulano nomi collaudati, che però hanno la funzione di far credere all’esistenza d’un processo di verità e quindi a fomentare schiere e schiere di aspiranti. Questa denuncia non è certo originale, la metastasi data da decenni, ma oggi il patto osceno tra scritturificio e librificio ha raggiunto livelli tali da essere sintomo del disfacimento, un presente storico allo sbando e non solo in Italia verso cui l’unico antidoto è naturalmente la petulanza del bicchiere mezzo pieno di adrenalina pura.
Ci si può sbizzarrire a ricercare le cause del fenomeno, oltre all’individualismo e al narcisismo della creatività da emulazione. Sembra in realtà che il fenomeno dello scritturificio al computer e della romanzeria e saggistica di massa, banali e ripetitive, poggino in gran parte nel realismo memoriale individuale e collettivo, così nella fantasy, nei bolliti misti di psicanalisi, storia e familismi vari, tutti segnali di questi anni di disperazione inzuccherata. Il fenomeno rivela altresì un’insoddisfazione collettiva davvero preoccupante a enumerare la quantità di persone che credono di avere qualcosa degno di racconto, che non sia il tumore della nonna, l’incidente del figlio, lo spostamento esistenziale alla ricerca del viaggio che non c’è, o la scoperta dell’amore a ottant’anni, ovvero tutte pulsioni impolitiche rese possibili dalla quantità di tempo libero disponibile che non si sa come impiegare dai venti anni alla pensione, allorché dosi sempre più ridotte di fatica permettono dosi sempre più fitte di fantasie e emulazioni fini a se stesse e destinate a alimentare la scrittura al computer. Direi invece che il primo presupposto perché il raccontare sia cura e salutare beneficio conoscitivo è che avvenga patendo la fatica fisica della scrittura, se questa fatica viene meno come accade al minimo col computer il raccontare è morto perchè non ha bussola. Prima del cervello è la resistenza del corpo a orientare la scrittura. Al fenomeno dello scritturificio al computer si deve poi affiancare quello dei librifici on line, una vera patologia che la dice lunga sulla metastasi in atto, ossia che la scrittura, qualsiasi scrittura, non ha più alcuna valenza critica e che nelle centinaia di migliaia di libri inutili affogano anche i pochi degni di menzione e tutto finisce nel macero della poltiglia di carta materiale per i mascheroni di Berlusconi, Monti e Bersani sui carri del carnevale di Viareggio. Non è una metafora. Molte case editrici, felici d’essere librifici instancabili, hanno però il problema di smaltire montagne di carta reflua e allora spediscono puntualmente casse e casse di libri a Viareggio avendo i magazzini stracolmi di paccottiglia libresca pagata da studenti geniali, operai laureati, massaie erotiche, funzionari abbonati a Voyager, preti di frontiera, volontari della sofferenza planetaria, pensionati vanitosi e diplomatici che si credono Metternich, in pratica dai milioni e milioni di attori aizzati dal mercato ma che al mercato non renderanno conto. E non si dimentichino tra i protagonisti dello scritturificio al computer destinato al librificio anche le miriadi di enti, assessorati, fondazioni e centri di ricerca che devono mantenere le rispettive filiere clientelari e parassitarie. Per non parlare di tutta l’editoria periodica tenuta in piedi da una malintesa interpretazione del rapporto tra democrazia e informazione. Il fenomeno della scrittura di massa è sintomo di disagio sociale e quindi politico. Ma la politica si cura e si salva anche metabolizzando l’ondata ingorda che alimenta il qualunquismo narcisistico di scritturifici e librifici, e restituendo la scrittura alla democrazia dell’intelligenza e quindi alla sua funzione critica vera, e non alle ostentazioni di atteggiamenti culturali creativi un po’ musicali, un po’ turistici, un po’ collinari.
In conclusione, se la religione fu l’oppio dei popoli ignoranti, il divertissement culturale degli scritturifici e dei librifici è l’oppio dei popoli scolarizzati. Qualsiasi pensiero critico che non tenga conto di questo nuovo qualunquismo è destinato al fallimento.

Lascia un commento