Molti di coloro che prendono parte alla protesta appartengono a categorie imprenditoriali o professionali che cesseranno le agitazioni non appena avranno ottenuto uno ‘sconto’ sulle novità prospettate.

Striscia nel Paese un malcontento generale, che certo non nasce dall’oggi ma dal decorso di un tempo – anche lungo, di lustri e forse di decenni – che non si è utilizzato a dovere per introdurre riforme lungimiranti e decisive. Riforme che comunque non sarebbero piaciute e non piacerebbero a molti tra coloro che sono scesi in piazza in queste ultime settimane. Riforme capaci di dividere ulteriormente questo arcipelago di protesta. Allora il punto è questo: c’è qualcosa che unisce tutti questi fenomeni, al di là di un evidente e pur variegato disagio? C’è una proposta, un disegno, una progettualità che spunta o potrebbe coagularsi oltre l’ebollizione?
La risposta è no. Molti di coloro che prendono parte alla protesta appartengono a categorie imprenditoriali o professionali che cesseranno le agitazioni non appena avranno ottenuto uno ‘sconto’ sulle novità prospettate; i sindacati dei lavoratori attesteranno la linea del Piave sull’intangibilità dell’art. 18 e/o su qualche altro vessillo di largo impatto emotivo; la Lega continuerà a invocare la secessione ogni qualvolta si sentirà impotente, continuando inutilmente (ma pericolosamente) a vellicare la pancia del proprio elettorato e così continuando a rinunciare alla propria responsabilità politica; quanto al movimento dei Forconi, non mi pare che sia unito e coeso da un progetto politico, anche solo con riferimento alla Regione Sicilia: istituzione che nel lungo corso della propria vita, evidentemente, non ha saputo sfruttare l’autonomia (e le ingenti risorse che con l’autonomia sono affluite) per dare all’isola sviluppo sociale ed economico.
Il tratto davvero nuovo di una protesta capace di orientare in modo determinante le scelte per il Paese non è fin qui emerso.
Mancano all’appello, a mio modesto avviso, tre elementi fondamentali, che cito senza ordine poiché tutti necessari nella loro contestualità: primo, la capacità di essere e sentirsi, una volta tanto, semplicemente cittadini (e non “taxisti”, “avvocati”, “autotrasportatori”, “lavoratori”, “padani”, ecc.); secondo, come già visto, un progetto per il futuro del Paese, concreto non fumoso, orientato a liberarne le immense energie; terzo, una leadership (che non vuol dire “uno” che guida “tutti”), capace di suscitare un ampio consenso sul progetto e di disegnare l’itinerario del cambiamento.
Senza averlo premeditato, appaiono tracciati i contorni di un partito politico.
Dunque, senza i detti elementi, che cosa resterà di queste settimane di proteste?
Il Governo, senza inutili forzature e magari concedendo qualche contentino, tirerà comunque a dritto per la rotta tracciata. Non può far altro.
Chi vuole di più e di meglio ha l’onere dell’impegno civico, con realismo e determinazione, senza scorciatoie. Da qui comincia un cambiamento.

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