Di tutta la stagione della Camerata, questa serata era di sicuro, la più attesa. Quella con maggiore interesse emotivo. L’estensione estrema di ciò che resta a noi uomini, ignoto, quasi una finestra dove lo sguardo s’affaccia e non trova l’orizzonte. La messa di Requiem k 626 nella tonalità del re minore di Mozart, richiama riflessioni, non solo sulla musica, o sull’imminente, e in fin dei conti, inattesa morte per Mozart. Sorprendente non tanto perché fosse prematura, ma perché avvenuta su una messa di Requiem rimasta incompiuta. La partecipazione del coro del Maggio Fiorentino oggi ospite, ha reso merito al capolavoro. Assieme al maestro Pinzauti e all’orchestra della Camerata Strumentale di Prato, le voci del contralto, del tenore, come quelle del soprano e del basso, senza che nulla da loro fosse distante, o per emozione, o per pathos, hanno dischiuso eccellenti interpretazioni, fino alla conclusione del Lux aeterna, sul quale dopo un attimo d’attesa si è sciolto un lungo e ripetuto applauso. Certo, c’è un aspetto estremo in questa messa e la leggenda di Mozart morente sulle ultime note del “Lacrimosa”, lo prova. In quale stato d’animo l’autore scrisse quelle ultime battute? Perché scelse il re minore, tonalità scelta già per il “Don Giovani”? Noi, qui, non possiamo esprimere certezze in proposito. Nessuna biografia, né le parole riportate da Costanze ai Novello, primi biografi di Mozart, possono essere attendibili fino in fondo. Il mistero avvolge la musica ed in lei scioglie, nella sua interezza postuma, qualsiasi possibilità di arrivare, al più grande genio mai vissuto. Già l’Introitus, sicuramente scritto di suo pugno, apre all’ascoltatore, inquietanti sensazioni. Mozart non muore sul Requiem del committente, il conte Walsegg-Stupach, come opus ultimum. La sua scrittura non mostra nulla d’incerto e pare da scartare la possibilità che dal letto di morte gli cadde la penna. Mozart chiude la sua esistenza in modo improvviso e in poche ore per una febbre oggi facilmente curabile. Nessuna enfasi di trasfigurazione religiosa nella sua musica, ma la capacità teatrale d’interpretazione e di creazione: L’amica morte resta un aspetto consolatorio non cercato, o è il destino, inteso nella tonalità del re minore. I fatti compiuti e conosciuti a posteriori come ce li hanno riportati, esaltano la nostra fantasia al momento del Tuba mirum, del Rex o delle prime battute del “Lacrimosa”, quasi sono il materializzarsi del pianto, nella nostra immagine ineluttabile e inconsolabile della fine, oltre la quale nessuno può andare, dove la musica ci pare, invece, appena oltrepassare. Al contrario di altre grandi incompiute, il Requiem ebbe una conclusione. Certo sotto le indicazioni del maestro e degli appunti sparsi in disordine per la casa, da Sussmayr. Non immediatamente, però, perché l’incarico fu dato da Costanze ad un altro allievo, Joseph Eybler e a Freystadtler. In seguito passò a Sussmayr che lo compì: bene? Male? Le parti mancanti, integrate dall’allievo con alterna fortuna, sono però accettate. La musica dell’Introito, fu riportata per la conclusione nel Lux aeterna, probabilmente perché Sussmayr era cosciente della difficoltà, oppure per riconoscenza al maestro e ridare la conclusione al vero ispiratore e creatore. Andremmo facilmente oltre a queste frammentate parole, ma questo era ed è stato l’evento musicale dell’anno per Prato e non era possibile scrivere meno.
Enrico Martelloni

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