E’ particolare il libro di Philip Roth, Ho sposato un comunista: raramente da un contesto letterario sono estrapolabili tali e tanti spunti di riflessione. A vari livelli. Ciò rivelando, anzitutto, la vastità, la profondità e la finezza del pensiero dell’Autore.
Il livello che qui intendo trattare – anche se probabilmente non è il più importante nel romanzo – è per l’appunto quello politico. Che ha il suo apice narrativo nel confronto-scontro tra il protagonista, Ira Ringold, e un suo ex-commilitone, Erwin Goldstine. Che, al tempo della guerra, Ira aveva incluso tra coloro che si professavano comunisti e che guardavano con simpatia, come egli stesso, all’Unione Sovietica – e che adesso, a distanza di anni, ha scoperto di essere “diventato un aderente a tutto ciò che un tempo aveva contrastato”. La spiegazione del voltafaccia? Così si esprime Goldstine, rivolto al ragazzo che sta accompagnando il protagonista, che è poi l’io narrante-Nathan Zuckerman: “Tu vivi in America. E’ il più grande paese del mondo ed è il più grande sistema del mondo. Certo, c’è chi fa una vita di merda. Perché, credi che nell’Unione Sovietica non facciano una vita di merda? Lui [Ira Ringold, ndr] ti dice che il capitalismo è un sistema dove cane mangia cane. Cos’è la vita se non un sistema dove cane mangia cane? E’ un sistema in sintonia con la vita. Ed è proprio per questo che funziona. Guarda, tutto quello che i comunisti dicono del capitalismo, è vero. La differenza è che il nostro sistema funziona perché si basa su quella verità che è l’egoismo della gente, e il loro non funziona perché si basa su quella favola che è la fratellanza. E’ una favola così fantastica che, per costringere la gente a crederci, hanno dovuto prenderla e spedirla in Siberia. Per costringere la gente a credere alla loro fratellanza, hanno dovuto controllarne ogni pensiero o fucilarli”. La risposta di Ira? Sentite che bel duello che è nato: “Sai [anch’egli rivolto a Nathan, allora ragazzino] qual’è una delle sensazioni più belle della vita? Forse la migliore? Non avere paura. L’idiota mercenario nella casa del quale ci troviamo… Sai qual’è la sua storia? Ha paura. Ecco la semplice realtà. Durante la seconda guerra mondiale Erwin Goldstine non aveva paura. Ma ora la guerra è finita, e Erwin Goldstine ha paura di sua moglie, paura di suo suocero, paura che gli scadano le cambiali… Ha paura di tutto. Tu guardi con occhioni spalancati nella vetrina del capitalismo, e vuoi sempre più cose, arraffi sempre più cose, prendi sempre più cose, raccogli e possiedi e accumuli, ed ecco la fine delle tue convinzioni e l’inizio delle tue paure. Non c’è nulla di ciò che possiedo alla quale io non possa rinunciare. Capisci?” Dunque Ira Ringold, che dopo una giovinezza spesa a fare mestieri umili è diventato (anche grazie al matrimonio con Eve Frame) un americano benestante e un personaggio noto, conclude l’arringa con il proprio manifesto personale: la sua vita si è evoluta in modo così incredibile che perdere ogni cosa da un momento all’altro non gli sembrerebbe strano: “Posso sempre tornare nel Midwest. Posso lavorare in fabbrica. E, se devo farlo, lo farò. Tutto tranne diventare un coniglio come questo signore. (…), Un coniglio che non conta nulla”.
Si noterà che il discorso di Ira è tutto giocato su uno spostamento radicale del livello del ragionamento: il suo interlocutore parte da constatazioni di tipo esistenziale ma poi le chiude con l’argomento politico-sistemico: il capitalismo è l’unico regime che si attaglia all’uomo e – in qualche modo – le sue performances lo confermerebbero. Che cos’ha Ira da contrapporre a tutto questo? Tutto sommato, una opzione radicale, si, ma di tipo esclusivamente esistenziale, quella che postula la capacità di distaccarsi da tutto e che misura in ciò la distanza dal capitalismo. Tuttavia, per poter costituire una valida alternativa politica, ciò implicherebbe che tutti volessero praticare la stessa scelta, abbracciare la medesima opzione esistenziale. Il rifiuto del consumo e dell’accumulazione dovrebbero, altrimenti, essere imposti dall’alto. Attraverso l’instaurazione di un regime liberticida, annientatore. Ma l’argomento, in questo senso, non viene sviluppato. L’impressione è che la fede di Ira negli ideali comunisti sia nient’altro che una forma di ribellione, ovvero di espressione della sua profonda inquietudine. Ne parlerà ancora il fratello Murray (dal momento che il romanzo si sviluppa nel racconto che Murray Ringold fa della vita del fratello – e solo in parte della propria – all’io narrante-Nathan).
Quanto al ragionamento strettamente politico, sono le parole di Murray – che un innato realismo ed il buon senso dividono dal fratello – che portano il tema a questa conclusione: “In una società democratica, per male che possa andare, c’è sempre una via di scampo. Perdere il posto e vedere che i giornali ti danno del traditore? Si, sono cose molto spiacevoli. Ma non è ancora una situazione senza uscita, non è il totalitarismo”. Per la lucidità e la nettezza con cui è formulata, è da ritenere che sia l’opzione prescelta dallo stesso Autore.
Naturalmente Roth non vive sulle nuvole e non racconta balle. La società capitalistica non è, propriamente, un paradiso in terra. Il romanzo è ambientato per l’appunto negli anni del Maccartismo, quando il clima di sospetto, di paura e la caccia alle streghe la facevano da padroni. No, il fatto che probabilmente una società siffatta sia la migliore (o la meno peggio, va!), almeno per l’esperienza storica che l’uomo ha accumulato nei secoli, non autorizza a spacciarla per un altro ideale. E’ l’utopia, infatti, ad essere bandita, in ogni sua possibile forma; il sogno che la vita umana possa essere o essere resa, in qualche modo, perfetta; perché la conclusione di tutto il discorso – inevitabilmente enunciata dal savio Murray Ringold – è che “è tutto un errore (…) esiste soltanto l’errore. Lì è il cuore del mondo. Nessuno trova la propria vita. Questa è la vita”. Neanche il sistema capitalistico, aggiungeremmo, può salvarci da questo errore.
Anche la libertà, le libertà possono condurre ad errori. Noi, però, preferiamo di gran lunga un modello imperfetto, questo sistema intrinsecamente difettoso, a quel disegno compiuto, senza sbavature, il cui corollario sono la sopraffazione e la sterilizzazione da ogni differenza.
E sbagliano quelli che pensano e vivono come se, una volta ammazzato il comunismo, le nostre società avessero chiuso i conti con la storia, con la sua tendenza a riproporre, di tanto in tanto, vecchi mostri – anche se con l’uniforme aggiornata, il volto buono (o buonista) e il fascino di una suggestione.
Paolo Marini

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