In politica, da che mondo è mondo, i risultati elettorali hanno sempre rappresentato la madre di tutti i cambiamenti, alla cui origine restano i ripensamenti sulle cose che non sempre vanno come dovrebbero andare. Anche nella recente occasione, nonostante le cifre consegnino alla destra una vittoria in percentuale ed in conquista di posizioni, i segni di una disaffezione dell’elettorato, anche nei confronti della coalizione che ha conseguito il miglior risultato, si avvertono distintamente e non mancano di produrre conseguenze nel suo partito principale. Ora non si vuol dire che la presa di posizione di Fini scaturisca dal risultato elettorale, ché anzi le sue esigenze di differenziazione vengono da più lontano, ancor prima del predellino e della costituzione del Pdl, anzi è lecito ritenere che proprio in quell’occasione si tentò d’imbrigliare i nascenti distinguo del leader ex An e che l’operazione in quel momento riuscì, anche con la fagocitazione successiva di gran parte dei suoi delfini. Piuttosto invece ci troviamo di fronte ad un risultato che da una parte fa diminuire in termini numerici i consensi al leader, dall’altra consolida un sistema di poteri locali virtualmente in grado di presentare il conto al leader medesimo e poco importa sotto questo aspetto che questi poteri locali crescano sotto il segno del Pdl oppure della Lega.
In altri tempi avremmo considerato naturale che in una tale situazione si potesse sviluppare un dibattito aperto all’interno del partito di maggioranza se non altro sulle condizioni per proseguire la fase politica. Così invece non è stato e l’azione energica di rinserramento acritico attorno al leader, semmai ci fosse stato bisogno di una conferma, fa tramontare miseramente l’illusione che qualcuno provò una quindicina di anni fa di un movimento liberale di massa, che non c’è mai stato, mentre invece rischia di prendere il sopravvento una deriva populistica, di stampo illiberale e sempre più condizionata dai problemi del potere, quello personale del leader e quello delle articolazioni locali. E si badi bene che a questo non si vuole contrapporre un Fini liberale, qualità che non si ritrova nelle sue origini e neppure nella sua attuale ispirazione, che invece è quella di un conservatorismo moderno, aggiornato nei suoi fondamenti democratici e non sordo ai problemi della società attuale.
E’ normale anche che, dopo la tempesta, entrino in azione i pompieri, quelli cioè che dalle rotture non traggono profitto, perché le rotture minano gli equilibri di potere che si sono raggiunti e compromettono il proseguimento ed il consolidamento dei processi iniziati, nonché il mantenimento o l’avanzamento delle posizioni personali. C’è anche la consapevolezza che, a fianco del Cavaliere e della sua personale formazione politica, cresce una Lega che, nella dimensione del governo locale, affina una nuova classe dirigente pronta ad occupare posizioni sempre più decisive. E quindi, a meno di nuovi ed improvvisi colpi di scena, c’è da aspettarsi una pausa, per qualcuno di riflessione e magari mirata ad arginare pericoli, per altri di preparazione delle prossime mosse.
Personalmente ritengo che i rischi maggiori li corra chi vuole limitarsi a mantenere le posizioni perpetuando una logica di potere che, al momento, appare solo fine a se stessa e non ancorata ad un disegno politico. Si dirà: ma il potere è sempre esistito in qualsiasi società, democratica o no e la gestione del potere è in sé un aspetto fondamentale della politica. Nel nostro paese il potere democristiano, temperato da quello degli alleati, in particolare dei socialisti e controbilanciato dalle forme di gestione degli spazi riservati al partito comunista ha dato anche dei frutti maturi, prima di entrare fatalmente in crisi. Ma il potere dc aveva un supporto ideale e culturale, nonché frammenti, anche non compiuti, di un disegno di società, come di concerto lo avevano anche quelli alternativi o collegati di comunisti e socialisti o delle forze di ispirazione liberale che vi partecipavano, come invece non ne ha, né supporto ideale e culturale, né frammenti, la formazione messa fortuitamente in campo da Berlusconi e – è proprio il caso di dirlo – solo da lui e in gran parte in funzione di se stesso.
C’è perciò una possibilità d’implosione ed è naturale e legittimo che qualcuno ci scommetta sopra. Però è bene che vi si prepari adeguatamente e senza improvvisazioni, altrimenti il rischio è la spaccatura dell’Italia: la Lega al nord e altrove invece nulla.
Silla Cellino

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