Trenta studenti di giornalismo, da tutt’Italia. Attorno a un tavolo come in un consiglio di famiglia. In doppia fila. Lui il relatore del giorno è uno di quei colleghi che se lo incontri anche solo una volta te lo ricordi per tutta al vita. Giampiero Beltotto, già giornalista dell’Avvenire, poi del gruppo Enzo Biagi, poi economico Tg1 poi capo della Rai a Venezia e poi tante altre cose fino al mestiere di oggi. Portavoce di un ministro, anzi del ministro più simpatico e popolare del governo in carica, a parte Berlusconi e cioè Luca Zaia. Prossimo si dice stra sicuro presidente del Veneto. L’occasione è ghiotta. Chi meglio di Beltotto può spiegare come si “vende” l’immagine di un ministro e come si spiega la notizia dalla parte del governo. I ragazzi, incollati al ragionamento e anche alle provocazioni. Tre principali: 1) Dovete studiare, studiare sempre. 2) Dovete mettervi in discussione e mai prendere una posizione a priori. 3) Dovete imparare più parole possibili. Questa è di fondo. Senza una gamma di parole e vocaboli ben fornita, non si va da nessuna parte, tanto più se vuoi fare il giornalista. Pare banale, ma così non è. Parliamo mediamente con 800 parole, un bravo giornalista all’inizio ne dovrebbe conoscere ed usare correttamente almeno 1600 – 1800. Povero Guareschi che si complimentava da solo nell’usare quelle 100 parole base. Beltotto è così. Li ha guardati e li ha colpiti. “Siete 30, beh dodici di voi riusciranno gli altri boh, faranno altro. Diceva di lui l’amico storico Sergio Borsi. “Beltotto fa così. Entra in un negozio di cristalli, da un calcio, rompe qualcosa poi chiede scusa e comincia ragionare. Anni memorabili i primi Novanta quando insieme lanciammo trasmissioni come Ambiente Italia e Italia Agricoltura ancora sull’onda. Torniamo a bomba e alla parole. “Se volete fare i giornalisti e non imparate nuove parole è come darsi martellate…” Puntini di sospensione. Bella lezione, soprattutto da uno che ha il merito di aver curato l’immagine di un ministro che riesce a comunicare proprio quello che vuole. Con ricerca e studio, appunto. Perché il rischio, come sa bene Beltotto, è che tanti nostri giornalisti in erba finiscano per usare non solo quelle 500 solite parole – molto desuete e figlie del luogo comune – che ci fanno tanto inorridire e annoiare, ma anche quello slang scritto simil giovanilistico che anche facebook dovrebbe aborrire (evitare, superare, scavalcare) di default . Quello tipo del linguaggio stile Enrico: “Ei pà sei scomodo, me la squaglio”. Tradotto: Ehi papà non ti capisco (barra sopporto) e me ne vado”. Semplice no? Percepire una persona scomoda è più che giovanilistico e dire “me la squaglio” è più che andar via. E’: in un attimo sparisco, non ci sono più. M’involo. Le altre parole che farebbero rizzare i capelli di Beltotto sono quelle note perché ormai anche i giornali blasonati ci fanno fior di paginate e sono le parole dei 15 – 20enni, ma usate anche fino a 25. Generazione 30 parole in tutto: miticoooo, scialla (va bene), ci sto dentro (a mio agio) , bellaa, beloo, stai connesso, chissene, linkami, sclero (mi arrabbio), nonno, (tutto l’anziano, ma anche furbo). Che simpatica che è questa generazione “30 parole” tutta “chiocciola punto qualcosa” e tutta mail e sms anche se questa parola è una delle meno usate. Meglio: messaggiare o smessaggiare. Ma vanno molto anche espressioni del tipo. “Mi googlo” nel senso mi cerco in google qualcosa o qualcuno, o mi “dounlodo”, mi scarico. Una generazione che copia dai Simpson e dai Griffin, che slanga un po’ alla Fox e alla Crime Csi, insomma un bel miscuglio di parole e suoni tipo insalatona alla contadina. E’ una tribù che si riconosce per vocaboli e gesti. Non c’è un “bella” senza uno slargo della mano o un quasi “dammi cinque”. Leggera ma linguisticamente un po’ depressa. Il problema è e sarà far capire a questa nostri figli, fratelli, cugini nipoti che oltre questo linguaggio c’è una lingua con parole anche più evocative. A quando un bel gioco X Box 360 sui Promessi Sposi?
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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