Poco sappiamo, dopo due settimane, sulle cause che hanno determinato la morte, certamente violenta, di Stefano Cucchi, il giovane geometra romano arrestato per spaccio e detenzione di stupefacenti nella notte tra il 15 ed il 16 ottobre scorso. E proprio questo silenzio delle autorità (carabinieri, polizia giudiziaria, magistrati, direzione carceraria) accresce la gravità della vicenda.
Per un piccolo reato un ragazzo di 31 anni viene arrestato e per sei giorni, nonostante fosse in evidenti cattive condizioni di salute, viene trascinato da una caserma all’altra, da un’aula di tribunale al carcere e nessuno sente il dovere di porre termine al suo calvario, nemmeno quando evidenti sul suo corpo appaiono segni di evidenti violenze fisiche.
La storia è agghiacciante in sé. Ma, se possibile, il silenzio verso la famiglia alla ricerca della verità e poi l’arroganza di spiegazioni infastidite e frettolose lo sono ancora di più.
Dimostrano infatti la presenza di meccanismi di autodifesa che scattano automaticamente a copertura di comportamenti che non possono essere tollerati in un Paese civile ed in una democrazia liberale rispettosa dei diritti del cittadino.
Per usare una immagine molto in voga di questi tempi, vorremmo che le “mele marce”, se ci sono, fossero smascherate e allontanate dalle forze dell’ordine e da qualsiasi branca della pubblica amministrazioni soprattutto quando prevaricano la gente comune, nella realtà di tutti i giorni.
MORTE DI STEFANO CUCCHI: LE “MELE MARCE” DEVONO ESSERE ALLONTANATE SEMPRE
La storia è agghiacciante in sé. Ma, se possibile, il silenzio verso la famiglia alla ricerca della verità e poi l’arroganza di spiegazioni infastidite e frettolose lo sono ancora di più.

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