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Si metta mano alle cose serie
I RETROSCENA DEL CASO MILLS

La malagiustizia è un male collettivo. Occorrono riforme immediate. Di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 2 Novembre 2009

Il caso Mills evidenzia e porta con sé uno sfacelo. Il rumore delle polemiche copre il frastuono di un crollo che è sia politico che giuridico. Insomma, a forza di non mettere mano ad un corretto e civile funzionamento della giustizia, a forza d’intervenire con provvedimenti smozzicati ed estemporanei, non solo non si risolvono i problemi specifici, non solo si fa crescere la malagiustizia, ma s’innesca, adesso, un problema politico per risolvere il quale occorre forza, coraggio ed idee assai chiare. Materiale scarso, almeno fin qui.

L’avvocato David Mills è stato condannato in primo grado, ed è stata confermata la sentenza in secondo, per essere stato corrotto, specificamente per testimoniare il falso nel processo relativo ai conti di All Iberian e per le mazzette alla Guardia di Finanza. La corruzione è un reato a concorso necessario, vale a dire che a commetterlo si deve essere almeno in due: uno corrompe e l’atro si fa corrompere. Anche l’adulterio, quando esisteva, era un reato a concorso necessario, perché il vincolo matrimoniale non poteva essere rotto da un fai da te, occorreva che un terzo prendesse parte alla faccenda. Mills, invece, è stato condannato per corruzione (ora si attende la cassazione) da solo. Come se un coniuge fosse accusato di adulterio, ma senza amante. Questa squacquera giudiziaria, però, non la si deve al leninismo caduco per deboli di spirito, eventualmente in toga, ma all’uso difensivo di strumenti concettualmente mosci e tecnicamente fallaci, come il lodo Alfano.

Se fosse rimasto in vigore, difatti, oggi sapremmo, comunque, che Mills è un corrotto (ripeto, salvo diverso avviso della cassazione), perché ha preso dei soldi da Berlusconi, ma quest’ultimo non può essere ancora dichiarato colpevole, perché il procedimento che lo riguarda è sospeso, quindi deve essere considerato innocente. Che razza di risultato politico è? Per non parlare di quello giudiziario, giacché i due concorrenti necessari vengono processati separatamente, giudicati da collegi diversi, sicché le loro difese s’indeboliscono ed è anche possibile il paradossale risultato che uno sia condannato e l’altro assolto. Come se si accertasse l’adulterio, ma anche l’assenza di amante o di altro partner, di ambo (scusate, dimenticavo il politicamente corretto, di tutti e tre) i sessi.

Né è ragionevole credere che la partita possa onorevolmente chiudersi con la prescrizione, perché le pregresse condanne cambiano la natura del concetto: da tempo oltre il quale cessa la pretesa punitiva dello Stato, e con quella la possibilità di accertare i fatti, sicché il cittadino indagato resta innocente, a tempo oltre il quale il colpevole la fa franca. Che non è una piccola differenza. Per agguantarla, del resto, si deve fare melina, e questo porta ad ulteriori perversioni. Perché, ad esempio, si dovrebbero tenere in conto gli impegni di un governante, spostando le udienze, e non quelli del mio cardiochirurgo?

Certo, il primo si dedica ad interessi collettivi, ma la mia pellaccia dipende maggiormente dal secondo. Allora? E non basta: siccome la giustizia italiana è lenta da fare schifo, quando si vuole colpire qualcuno si deve farlo in fretta, facendo durare pochi mesi un appello cui, solitamente, si dedicano anni, solo che, a quel punto, si critica come patologica una velocità che dovrebbe essere normale, mentre si difende come normale una lentezza certamente patologica. Lo vedete, sta impazzendo tutto!

Dette queste cose, non mi sfugge certo la patologia complessiva, compresa una persecuzione giudiziaria che dura da quindici anni, originata da una super patologia che mise le procure al posto degli elettori. Ma proprio perché il male è enorme, non si può pensare di affrontarlo con furbate che si squagliano come neve al sole. La malagiustizia è un male collettivo, un tumore maligno che si espande in un corpo già debilitato.

Va affrontato come tale, senza che il naso pensi di salvarsi, lasciando le orecchie in pasto al mostro. Ci sono riforme che possono e devono essere fatte subito, ci sono provvedimenti organizzativi che avrebbero una portata rivoluzionaria. Si metta mano alle cose serie, e solo dopo si avrà l’autorità e l’autorevolezza per chiudere i conti con il passato. Lo scrivemmo all’epoca dello scriteriato e inutile indulto: fate la riforma, poi varate l’amnistia. Sarà un gesto doloroso, ma, almeno, sensato.

Davide Giacalone – Pubblicato da Libero

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. puccio cartoni

    5 Novembre 2009 alle 14:14

    Vorrei aggiungere una piccolissima annotazione all’ottimo argomentare suesposto. Giusto il paragone con l’adulterio . Che magari è fragrante ,o almeno basato non su ipotesi(nè su chiacchiericci ) ma su testimonianze certe e collegamenti di eventi indubitabili e non equivoci . Il processo All Iberian evidentemente deve basarsi su elementi del genere : non solo che ci sia corruzione, ed un corrotto ,magari confesso ,ma anche un corruttore definito(se non confesso ,almeno chiaramente denunciato).
    Riportare in chiaro questi punti credo sia indispensabile….ed è importante (anzi fondamentale,direi), visto la lentezza dei processi e la mancanza di “responsabilità ” dei giudici.

    Rispondi

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