I cattocreduloni dell’accoglienza a Roma e Bruxelles vogliono spesso tacitare chi manifesta perplessità sugli arrivi più o meno clandestini in Italia, sul regolamento dei flussi, sull’opportunità di stabilire limiti, ricordandoci che anche noi un giorno eravamo emigranti, dalle regioni canoniche dell’emigrazione, il meridione d’Italia, e dalle aree depresse, lucchesia, Bassa, Veneto, Friuli ecc. Ma i cattocreduloni, spinti dove li porta il cuore, dicono sciocchezze e spesso in malafede. Almeno cinque sono le ragioni che impediscono un confronto di questo tipo, una religiosa e culturale, una attinente all’offerta del lavoro, un’altra propria al grado di partecipazione storica e sociale nel paese di destinazione, altra ancora quella delle condizioni storiche inconfrontabili dei paesi di provenienza, e per ultima, ma forse la più lesiva dell’accoglienza dei cattocreduloni, è la funzione di internet e del cellulare nel frustrare ogni sforzo di integrazione. Eccetto il flusso cinese nella costa occidentale USA, gli emigranti europei in nord e sud America a cavallo tra i due secoli, italiani, polacchi, irlandesi, greci, armeni ecc. erano accomunati da un’omogeneità culturale sottoscritta dall’appartenenza all’unico enclave cristiano, anche se di chiese diverse ma comunque affidabile rispetto alla maggioranza delle popolazioni americane pur esse cristiane di recente acquisizione. Altrettanto non può dirsi per albanesi, rumeni, kossovari, magrebini e somali, le cui religioni e culture impongono una spaccatura verticale che non collima con alcuna spaccatura italiana, ma si affida piuttosto alle piroette libresche dell’integrazione oppure tenta ignobilmente di appiccicare il cosmopolitismo delle élites otto-novecentesche a popolazioni degradate. Poi c’è la seconda ragione, l’improponibile confronto con l’offerta di lavoro. I nostri emigranti andavano in paesi affamati di braccia in qualsiasi settore, dall’agricoltura, all’edilizia, dall’industria alle attività artigianali innestate nella grande metropoli o nel villaggio. Niente di tutto ciò si palesa in Europa, e in Italia in particolare. Si ha un bel dire, si ha un bel ricorrere alle migliaia e migliaia di badanti che svolgerebbero un lavoro socialmente utile da quando la donna italica non fece nipoti per rallegrare il capezzale della nonna. Le badanti sono un esercito passivo destinato a incrementare nel migliore dei casi il futuro esercito delle badanti di ex badanti, ma è un esercito che non produce niente se non la traslazione delle pensioni e degli assegni d’invalidità, e sono utili a far credere a signore e signori benestanti perché senza figli d’essersi evoluti non dovendo personalmente provvedere agli escrementi materni. Quali altri settori occupano gli immigrati, quali sono i famosi settori del lavoro sottoqualificato che gli italiani rifiuterebbero? Un po’ nell’industria, tanto bracciantato stagionale, la guardia ai cessi degli autogrill e miriadi di bande di muratori che sui camioncini scorrazzano a ristrutturare e devastare, e infine le mitiche iniziative imprenditoriali di gelaterie e kebab. Verrà poi la recita della fiction, presto anche nei nostri sceneggiati commissari e magistrati neri ci difenderanno, ma sarà una recita per drogare la realtà e declinarla fuori di sé in un destino falsamente ineluttabile. Ma al di là delle future eccellenze sognate, nel nostro oggi storico e sociale la massa degli immigrati è fatta di disperati metropolitani, impiegati in lavori settimanali o mensili, adescati dal sindacato che li razzola per tirare avanti, insomma niente di paragonabile con quanto offrivano gli States o l’Argentina. Poi sta la terza ragione che accentua quanto sia improponibile il confronto, ed è il grado di partecipazione all’evoluzione storica e sociale del paese obiettivo dell’emigrazione. Fossero gli States, fosse il Brasile o l’Argentina gli emigranti europei e italiani hanno fattivamente partecipato nel bene e nel male alle lotte per il lavoro, per il riconoscimento di diritti fondamentali e per il generale miglioramento della qualità della vita, lotte che in tempi diversi si svilupparono nella prima metà del novecento. Ma chi oggi viene in Italia trova il piatto dei diritti ben servito, non partecipa a nulla, niente sa di cosa fu la battaglia delle classi più umili italiane, viene qua coi diritti già apparecchiati, e coi sobillatori della Caritas, dei centri sociali e delle varie cooperative d’accoglienza che aizzandolo contro i pericoli di derive razziste lo fanno arrogante appena mette piede a Lampedusa o Gorizia. Ancora è la quarta ragione a dirci che il meridione d’Italia o le plaghe polacche e irlandesi dei primi del novecento vivevano in una miseria e squallore tali non riscontrabili se non con forzature propagandistiche nelle condizioni di villaggi rumeni o albanesi, tunisini o somali e eritrei di oggi, sia nella sostanza della vita quotidiana sia per la presenza di tecnologie che i disgraziati dei primi del novecento nemmeno sognavano. Una cosa è quando si pativa la fame col buio negli occhi e la spinta alla fuga era incontenibile, altra patire la fame oggi tra una videata e l’altra della TV satellitare e un sacco di viveri scaricato dal camion, mentre le agenzie internazionali pur in modo maldestro e interessato si sforzano comunque di risollevare le aree più depresse. La tecnologia ci porta così all’ultima ragione che fa improponibile il confronto tra l’emigrazione nostrana d’un secolo fa e quella di cui siamo oggi oggetto. L’integrazione dell’emigrato attuale è frustrata dai mezzi di comunicazione e trasporto rispetto all’integrazione forzata dei nostri emigranti novecenteschi, quando attraversare l’oceano e ricevere posta volevano qualche settimana. L’emigrato che ogni sera al cellulare o su internet comunica con famiglia e amici mantiene integra la propria appartenenza culturale e emotiva, vive presso di noi come in un soggiorno obbligato e paradossalmente ci detesta quanto più quel soggiorno sarà lungo. Nella misura in cui la comunicazione gli permette di difendere l’appartenenza cresce la sua invidia occulta per noi, perché il confronto tra quanto avrebbe potuto essere ciò che ha lasciato e quanto di fatto è gli risulta insopportabile e ne addebita a noi la colpa. Qua la malafede dei cattocreduloni devoti o meno scivola nell’insipienza e si spiega solo con l’istinto di sopravvivenza d’un sentire per l’altro di cui hanno un bisogno vitale. Per i cattocreduloni l’emigrazione soddisfa la necessità primaria di conservare un livello di soccorso senza il quale tutto il loro sentire millenario perderebbe colpi. A ciò si sono adeguati i furbi interessi di chi sperando di dilatare il mercato ha voluto l’ingresso dissennato nella Comunità di nazioni che non erano preparate, popolazioni allupate sguinzagliate dentro popolazioni corrotte da principi astratti in virtù del loro arricchimento illusorio. Il quale non può paragonarsi all’eccitazione che ha significato per un secolo di emigrazione l’”american dream”, l’al di là delle colonne dell’Ercole della disperazione, qualcosa di più dell’agognato arricchimento, bensì la possibilità di rinascere in una giovane storia e farla nostra. Per l’emigrazione comunitaria e extracomunitaria l’Europa e l’Italia restano solo una bella greppia, dove ci si potrà arricchire ma non rinascere indossando una giovane storia e farla nostra. In vista d’un declino demografico non più correggibile allora è bene ricordare a noi italiani che abbiamo sulle spalle un’eredità immensa e antica, che questa eredità presto non sarà più difendibile, né altri pur valenti e volenterosi potranno indossarla se perfino gli onesti anglobeceri mai la indossarono ma al più la imitarono. Perché solo nelle recite multiculturali hollywoodiane si potrebbe credere che il magrebino plurilaureato assuma come essenziale sapere se nella statuaria romana stia o non stia psicologia, o amare una pieve romanica oltre la declamazione estetica, o avvertire cosa sia la miseria in una tavola di Masaccio e in una tela di Rosai. Sta in noi un’eredità immensa e antica che non può essere integrata, che già abbiamo condannato all’oblio non per l’irruzione di superiori culture ma per la nostra sciatteria storica e politica, per mancanza di onore biologico e dignità barattati con l’avidità dell’attualità. E pure è patetico agitare tardivi rimedi se già stiamo vivendo la nostra fine.
Marzio Siracusa
DUE PAROLE AI CATTO CREDULONI DELL’
ACCOGLIENZA
L’integrazione dell’emigrato attuale è frustrata dai mezzi di comunicazione e trasporto rispetto all’integrazione forzata dei nostri emigranti novecenteschi, quando attraversare l’oceano e ricevere posta volevano qualche settimana. di Marzio Siracusa

Un grazie sincero. M.S.
ottimo articolo