I prezzi a tavola volano. Nonostante la crisi finanziaria mondiale. La vecchia pizza Margherita può costarti anche 12 euro in un ristorante finto italiano di Bruxelles. Meglio investire 18 euro in un fois gras de canard in place de Tertre a Montmartre, non c’è confronto. Un po’ per il piatto sicuramente di qualità e un po’ per il posto, sicuramente di grande richiamo. Prezzi a terra e prezzi della tavola dunque vanno sempre più divaricandosi. La terra quella vera quella delle zolle e della fatica dei contadini torna ad essere un valore nel mercato del risparmio: un’indagine ci dice che torna l’investimento nei terreni, bene rifugio tra i preferiti dai risparmiatori disorientati, prodotto tra i primi ad essere scelti subito dopo i titoli di Stato. Ci sono prezzi della terra che vanno in cassaforte, ci sono i prezzi a terra per quelli che lavorano la terra e realizzano solo una minima parte di guadagno rispetto al prezzo finale sul mercato. Vecchia storia. E poi ci sono i prezzi della tavola salata. I prezzi degli alimenti al consumo sono aumentati del 28 per cento dal 2000 al 2007, i redditi degli agricoltori sono diminuiti, nello stesso periodo del 18 per cento (contro un più 16 per cento della media europea). Inoltre ogni azienda agricola dedica 100 giorni all’anno per risolvere le pratiche amministrative e burocratiche anziché lavorare nei campi. Sono i numeri che la Confederazione Italiana degli Agricoltori lancia come vero allarme non solo di settore ma di sistema. C’è una agricoltura che regge abbastanza ma c’è una agricoltura che soffre in silenzio o lamentandosi molto poco.
“Gli agricoltori stanno soffrendo in silenzio”, dicono alla Cia e non è una novità. Solo nei momenti acuti ma molto acuti si sono registrate manifestazioni forti come quelle sulle quote latte, altrimenti la protesta è quasi sotto traccia. Eppure l’agricoltura proprio in questa fase potrebbe rappresentare un bene economico di primaria importanza. Eppure certi prodotti continuano a far discutere. Perché con loro c’entra poco la terra. Continua a crescere la diffidenza. Per il latte di cui non si conosce l’origine, per il formaggio grattugiato che sembra polvere di stelle, per la passata di pomodoro che sembra arrivare da un’altra galassia, e in passato per quel vino che poco aveva a che spartire con l’uva e per quelle carni che sulla padella si restringevano come un maglione infeltrito. Per combattere la diffidenza verso quel che mangiamo ci vuole la chiarezza del contadino. O meglio ci vuole un rapporto di fiducia col produttore, che la filiera lunga ha prima fortemente incrinato e danneggiato e ultimamente quasi compromesso. “Non sai più cosa compri, non sai più cosa mangi”, è il ritornello costante che si sente da chi va a fare la spesa tutti i giorni. E quando non c’è la diffidenza scatta la paura come nel caso della strage delle api. Quali le cause vere della moria delle api? Cosa si sta facendo per bloccare questo fenomeno che potrebbe dimostrarsi più disastroso di quanto non si percepisce ora? Quali e quanti veleni sotto forma di pesticidi e altri presidi chimici sono stati vagliati e controllati? Paura e diffidenza dunque nell’era della ricerca della qualità. Sembrerebbe una contraddizione ma così non è. Da una parte si ricerca l’eccellenza e dall’altra non siamo nemmeno sicuri della sanità di un prodotto.
F. B.

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