Non vogliamo aggiungere molto alla cascata di notizie e commenti che ci hanno sommerso prima, durante e dopo lo scrutinio del voto per le presidenziali negli Stati Uniti. Ci preme solo sottolineare, ancora una volta, la lezione che ci viene da questa grande democrazia.
Nonostante che Barack Obama fosse di gran lunga il favorito, sospinto da sondaggi concordi nel pronosticarlo vincitore, da ingenti mezzi che era riuscito a raccogliere grazie all’entusiasmo ed alle attese che aveva saputo suscitare, dal favore della maggior parte della stampa; nonostante tutto ciò, fino all’ultimo la maggior parte dei commentatori ha avuto pudore nell’indicarlo come vincitore certo.
Ciò perché negli Stati Uniti niente è scontato in politica, nessuno è mai sicuro di vincere. E la capacità della democrazia americana di autorigenerarsi, di partorire novità, ancora una volta si è prepotentemente riaffermata. Obama ha 47 anni e fino a due anni fa nessuno si sarebbe lontanamente immaginato che sarebbe giunto dove è arrivato. Ed anche il suo avversario, Mc Cain rappresentava una svolta in campo repubblicano, nonostante i suoi 72 anni.
Insomma, negli USA il ricambio è sempre alla portata degli elettori. Che, a differenza di quanto avviene oggi in Italia contano davvero.
n. c.

Sinceramente se fossi stato cittadino americano avrei votato senza il minimo dubbio per McCain perchè credo che un minimo di esperienza politica per fare il Presidente degli Stati Uniti serva. Obama inoltre ha un fare messianico che non mi piace. Inoltre questo suo comparire dal nulla politico ed arrivare in 5 anni alla Presidenza non mi fa stare tranquillo nè per il destino degli Stati Uniti nè per quello del resto del mondo: tale inesperienza politica metterà Obama nelle mani di quella parte del Partito Democratico stile Ted Kennedy- Kerry-Pelosi che non ne ha mai azzeccata una neanche per sbaglio. In ogni caso le elezioni americane, come spesso accade, sono davvero affascinanti e rappresentano sempre un esempio che in Italia ovviamente non seguiremo mai.
D’accordo con la registrazione.
mantieni,mantieni,mi sforzerò…per imparare come si fa.
Adalberto
Caro Nicola, mantieni la registrazione. Sono d’accordo con le ragioni e sposte da Di Maro e non capisco chi non si registra, ormai qualunque sito lo richiede. Se poi qualcuno fa confusione fra registrazione ed adesione, puoi mettere un banner in homepage per spiegare la differenza e tranquillizzare i lettori. Comqunue sono viva, lotto insieme a voi e sto per tornare.
Caro Nicola,
ci ricordiamo tutti il motivo per cui si rese necessaria la registrazione e quel motivo credo che è ancora valido.
Non capisco perchè una “registrazione” debba essere considerata, se non addirittura temuta, come “… una sorta di adesione o iscrizione…” se non addirittura una schedatura.
Io ritengo che la partecipazione a dibattiti debba essere a viso aperto e detesto pure dialogare con nik.
Formulerò a breve a questo sito, e ad altri di area laica e socialista, una proposta che ha alla base proprio la “registrazione”.
Un caro saluto
Tuo Gino Di Maro
Cara Chiara,
ho voluto dire che il sogno di Luther King non era il sogno di un nero, ma di un idealista yankee anabattista o comunque incantato dall’idea che dio finalmente facesse visita al proprio popolo. Niente della cultura nera in tutto ciò, ma solo un sincretismo arruffone tra campus e mercato, appunto americano. Nei secoli bui a Salamanca stavano maestri di greco, arabo e ebraico, e così nelle prime università europee, ma il sogno greco, arabo o ebraico sono omologhi, anche se per me negativi perché tendenzialmente idealisti, nel senso più terra terra della parola, e se poi ci si attesta al senso alto si scende ancor più terra terra. Il nero idealista è una caricatura destinata alla sconfitta storica, così come una caricatura comica è il bianco jazzista o la maga svedese che fa riti woodu. Ci sono strutture del pensiero, ad esempio il rapportarsi ai ricordi, al perduto, l’aspirazione a attenere ecc., che variano profondamente da cultura a cultura e solo l’illusione della scolarizzazione planetaria nella cultura omologa fanno credere quelle differenze risibili, mentre in realtà sono intraducibili oppure votate all’annientamento. Tu che tieni alla difesa delle diversità dovresti preoccuparti di questo, ossia capire che la libertà non basta a difendere la diversità. Nei secoli bui d’Europa albigesi, catari, ebrei e quant’altro possedevano sogni culturalmente omologhi coi loro persecutori e questo è di fondamentale importanza e perciò gli ebrei, ma anche gli altri se si seguono flussi sotterranei, non furono annientati. Il sogno di Luther King non era culturalmente omologo con quello dei suoi persecutori ma direttamente appropriato dalla loro cultura. Ma nell’Europa dei secoli bui il cristianesimo persecutore faceva da cappa culturale che unificava senza annientare nonostante milioni di vittime. Negli USA anni sessanta questa cappa era ed è affidata al mercato e all’idealismo di massa che lo sostiene, ossia è una cappa inconsistente destinata a sbriciolarsi alla prima crisi di Wall Street. Il povero Luther King non sapeva che a pronunciare le sue fatidiche parole ingoiava una pillola amara, un po’ meno amara per Obama che da nero inventato potrà saltellare culturalmente. Concludo: il sogno di Luther King attiene a un sincretismo sterile destinato a rinvigorire la cultura ulissoide bianca, quello dei secoli bui europei no perché le culture massacrate sono sopravvissute. M.S.
P.S. Caro Nicola cerco solo di buttare sale per non scivolare.
EDIZIONE RIVEDUTA E CORRETTA
Cari amici,
mi piace molto quando gli articioli provocano commenti e dispute intellettuali. Mi piacciono le lettere a favore e, altrettanto, quelle che polemizzano. In ogni caso significa che è stato toccato un punto che interessa.
Tempo fa decidemmo, in seguito all’insistenza di alcuni “disturbatori” che apponevano commenti a rischio di responsabilità penale, di istituire l’obbligo della registrazione per poter inserire i commenti.
Mi risulta che molti lettori sono contrari alla “registrazione” perchè la ritengono una sorta di adesione o iscrizione. E per questo si astengono dal commentare e dall’intervenire pur se lo vorrebbero.
Vi prego allora di rispondere ad una domanda: dobbiamo mantenere l’obbligo di registrazione o ritenete che lo si possa abolire? Grazie per le vostre eventuali risposte.
P.S: grazie di cuore a Marzio per aver “risvegliato” Chiara che, spero, dopo un lungo periodo di meditazione vorrà sorprenderci con una sua nuova rubrica.
Un caro saluto, Nicola Cariglia
Cari amici,
mio piace molto quando gli articioli provocano commenti e dispute intellettuali. Mi piacciono le lettere a favore e, altfrettanto, quelle che polemizzano. In ogni caso significa che è stato toccato un punto che interessa.
Tempo fa decidemmo, in seguito all’insistenza di alcuni “disturbatori” che apponevano commenti a rischio di respponsabilità penale, di istituire l’obbligo della registrazione per poter inserire i commenti.
Mi risulta che molti lettori sono contrari alla “registrazione” perchè la ritengono una sorta di adesione o iscrizione. E per questo si astengono dal commentare e dall’intervenire pur se lo vorrebbero.
Vi prego allora di rispondere ad una domanda: dobbiamo mantenere l’obbligo di registrazione o ritenete che lo si possa abolire? Grazie perle volte eventuali risposte:
Sono componente del “1° Reggimento PAssaltatori Pensalibero” ed intervengo preoccupandomi di far stare sveglia Chiara per cose che meritano.
Pur non ritenendomi degna della tua risposta articolata – cosa per la quale non starò sveglia stanotte – accetta il mio commento alla tua seguente frase: Nemmeno nei secoli bui l’Europa aveva bisogno del “dream” di Luther King. Ecco, io non starò ad annoiarti parlando delle migliaia di ebrei sterminati nella Reconquista spagnola, insieme ai moriscos, non mi fermerò sullo sterminio dei Catari, non nominerò nemmeno da lontano Giordano Bruno o Galileo, ma vogliamo parlare ad esempio di quella simpatica istituzione detta servitù della gleba che ha ingentilito i Secoli bui dell’Europa, permettendo a feudatari e vescovi di ingrassarsi sulla pelle, la fatica e gli stenti di generazioni di contadini ridotti in schiavitù e condannati a vivere come bestie?! Io credo che anche loro avessero un sogno e non penso che l’I have a dream di Martin Luther King non ci riguardi. Punto.
Caro Adalberto,
il tuo discorso è articolato quindi ti rispondo. Quando Berlusconi, che pure è l’ometto che tutti sappiamo, dà di “abbronzato” a Obama vuol dire una cosa che nessuno ha ancora sottolineato, ossia che il neoeletto Obama non solo non è un nero, ma nemmeno è un afroamericano. Nato alle Haway da padre keniota e madre bianca, vissuto in Indonesia e poi finito negli USA a fare i suoi studi. Niente in Obama indica la tradizione e la rabbia dei neri americani, per impossessarsi di quella rabbia il neoeletto è probabilmente a scuola permanente dalla moglie, vera afroamericana. Poi la favola della cultura che emencipa. Gli studi di diritto negli USA, pur con le varianti da università a università, prevedono una risibile dose di filosofia del diritto masticata e cucinata perché non sia pericolosa, e si basano principalmente sulla statistica giurisprudenziale. Non è un granché per emancipare i cervelli, bianchi o neri, è tanto comunque per la verniciatura d’una giustizia che funziona. Ancora un appunto culturale. E’ vero che la storiografia indigena USA vive di autobiografie – si sprecano le autobiografie dei camerieri dei presidenti per capire cosa veramente tanti eccelsi della Casa Bianca vollero o volevano fare – ma che a quaratacinque anni si creda d’aver vissuto e patito cose tali da scriverci un’autobiografia, lascio a te giudicare che non si tratti d’un’invenzione in vista del tavolino elettorale. Quanto al discorso di Obama, francamente mi sembra un calco di emotività risapute. Ancora mi si deve spiegare la ragione vera, che non covi il decennale martellamento mediatico, per cui in Europa e nel resto del mondo continua la partecipazione emotiva a questioni che non ci riguardano, se non accettando supinamento l’idea che i problemi americani saranno i problemi dell’umanità. Ma le cose non stanno così. Cominciamo a pensare che gli USA hanno una storia che ha deragliato dalla nostra storia, cominciamo a pensare che loro sono orfani di noi e non noi di loro. Se gli USA per un lungo periodo garantirono libertà che da noi erano negate fu perché imboccarono una scorciatoia, ma il tragitto non fatto si paga, sta alla nostra intelligenza capire quel tragitto e la sua ricchezza. Invece siamo abbagliati ancora dalla scorciatoia americana e dai suoi miti che non sono i nostri miti se non conculcati a freddo, ossia facendoci credere d’averli scelti. L'”I have a dream” del povero Luther King è bello ma anche molto enfatizzato, può suscitarmi simpatia umana ma niente più perché storicamente non mi riguarda, i diritti civili in Europa hanno un connotato che è radicalmente estraneo alle problematiche della società nordamericana. Nemmeno nei secoli bui l’Europa aveva bisogno del “dream” di Luther King. Per non parlare di questa petulante insistenza sul sogno americano, dove “change” e “I can” sono diventati sciroppi. Ma quale “change”, quale “I can”? Certo negando i valori minimi e i valori alti, correndo su una pista in discesa e ben imburrata anche gli eterodotati – vedi come sono democratico! – rischiano d’arrivare primi. Ma a primi a cosa? Ecco il sogno americano. Gli USA mi si palesano allora la caricatura del cristianesimo realizzato, dove appunto attori e neri inventati diventano presidenti nello stupore mediatico del mondo boccalone. A questo sono ridotte le Logge? Alla caricatura del cristianesimo? Poi la voce priapesca di Obama. Io non la invidio, tengo la mia bella o brutta che sia, mi pare però che dopo aver deriso fino alla nausea l’ascendenza della patetica virilità oratoria di Mussolini, sia lecito considerare questo impatto sulle masse anche in Obama, e questo impatto è certo e cercato. In conclusione Obama ha tutti i tic per essere il presidente del “change” organizzato, ossia del “change” inutile, perché credimi, e detto senzo che nessuno ci ascolti, per gli USA il vero “change” sarebbe riprendere il cammino evitando scorciatoie, in breve sparire dalla faccia della terra. Un saluto da Marzio, l’antico compagno di giochi agli indiani e cauboi.
Quarantasette anni;nero(devo dire”di colore”?);afroamericano;democratico;un discorso affascinante(devo dire accattivante?)nel giorno dell’elezione.
Non mi sono innamorato,ma-da vecchio liberale-mi è piaciuto.
Diritti civili?Mi pare che ce ne sia bisogno,ancora oggi,in America.Ed anche qui-da liberali-siamo d’accordo.
Un prodotto hollywoodiano?Può darsi.Ma comunque un buon prodotto.E poi,che c’è di male?.
Voce priapesca?Lo invidio.
L’entusiasmo veltroniano?C’è di peggio:vedi alla voce Di Pietro.Lo vuoi denunciare,caro Marzio?Ma non vorrai addebitarlo ad Obama?!
Adalberto Scarlino,Firenze.
1° Reggimento PAssaltatori Pensalibero, a..tttenti! Avant’ march! Un, due, un due, un due, al passooo, dietr front, un, due, un due, un dueee……al passooo, dietr front, un due, un due, un due….
La propaganda forse ha annebbiato te, se non vedi la mancanza di democrazia sostanziale che patisce il nostro paese e non riconosci la lezione di autentica democrazia americana: non perchè ha vinto Obama, ma perchè i cittadini elettori hanno SCELTO. Cosa che noi non possiamo fare. E non mi vergogno a ricordare Martin Luther King: è morto per le sue idee, che ha difeso con coraggio e senza mai incitare alcuno alla violenza. E’grazie ad uomini come lui se abbiamo imparato qualcosa. Non viviamo solo di alta filosofia, caro Marzio, ed il Novecento qualcosa di buono ce lo ha dato nelle persone ed in ciò che hanno fatto.
Complimenti, vedo che mezzo secolo di propaganda filmico-libresca sul nuovo ha allineato i cervelli. Aspetto che si entri nel merito delle mie considerazioni anziché sillabare gli sloogans planetari. Ma non sta problema, il 2016 arriva presto perché il “change” di Obama accelererà il tempo. M.S.
Nell’anno in cui ricorre il quarantesimo anniversario dell’assassinio di Martin Luther King, gli Stati Uniti eleggono un presidente afroamericano. Partiamo da qui, se vogliamo riconoscere con obbiettività l’immenso significato della vittoria di Obama. Un dato su tutti: il voto trasversale che lo ha eletto ha coinvolto tutti, neri, bianchi, ispanici, giovani, vecchi, ricchi, poveri e middle class, grandi città e sperdute aree rurali. Questo sottolinea il valore della persona, il suo indiscutibile carisma, la sua capacità di intercettare gli umori ed i bisogni del suo Paese, il che ci pare la migliore qualità per un presidente. L’affermazione di Obama è prima di tutto l’affermazione di un sistema autenticamente democratico che permette ai cittadini di scegliere il proprio candidato attraverso le primarie e poi di sostenerlo nella corsa alla Casa Bianca, mentre in Italia portiamo le soubrettes sgallettate in Parlamento e nessuno ci chiede se ci stia bene o meno e se siamo d’accordo con la loro candidatura. La vittoria di Barack Obama guarda al futuro, noi ancora stiamo con Andreotti, che fortuna!! Il primo discorso di Obama è stato bellissimo, con il proprio affermarsi prova vivente delle pari opportunità che il suo Paese offre a chi si impegna e lavora duro. Credo che quest’uomo ci stupirà, chi esce dal ghetto e dalla miseria, chi sconfigge la discriminazione contando solo sulle proprie forze, può fare tutto, e dunque essere anche un ottimo Presidente degli Stati Uniti.
Lascio da parte gli entusiasmi “veltroniani” ( che servono solo a fingere un similsuccesso casalingo ),come non intendo soffermarmi sulla questione del cambiamento o del gattopardismo ,ipotesi ed interpretazioni che lascio volentieri agli affabulatori di turno. Voglio solo sottolineare un aspetto inconfondibile della democrazia americana , che a cadenza viene irrisa od esaltata . Aspetto sottolineato dalle prime dichiarazioni del candidato di parte perdente ,che a caldo avrebbe dichiarato ,con la personale esternazione dei complimenti al vincitore , di riconoscere in lui il proprio futuro Presidente . Come succede anche da noi ……e come riconosce quotidianamente anche Veltroni ( o chi per lui ).
Diciamo che è il particolare..che fa qualche differenza !
Non voglio parlare di razzismo. Se mai nelle mie frequenti permanenze in USA per lavoro, ho trovato razzisti gli italiani, i francesi e perfino gli inglesi ( escludo i tedeschi ).
Molti di loro si sono barricati in ghetti, isolati con le loro radio, televisione e giornali oltre alla lingua. Ne ho conosciuti molti invece che alla terza generazione non sapevano parlare la loro lingua madre ed erano perfettamente integrati. Obama da l’idea di essere uno di questi.
Ho avuto corrispondenza con John Kerry, che lo ha lanciato ed ho appreso che nel suo programma c’è la riforma e moralizzazione dell’economia virtuale instituita da Nixon nel 1973 (circa).
Questo dovrebbe pareggiare il divario tra paesi ricchi virtualmente e paesi poveri sfruttati ed impoveriti sempre più.
Speriamo non controllino i conti italiani !
Consglierei a Marco Siracusa, che si permette di non considerare Obama una novita’ e di bollarlo come un “prodotto Hollywoodiano”, di mettersi nei panni di un ragazzo di colore che, grazie ai sacrifici dei nonni, soprattutto della nonna che ha continuato a lavorare fino a tarda eta’, si e’ trovato a frequentare, il solo con la pelle scura, una delle piu’ esclusive scuole delle Hawai. Oppure di mettersi nei panni di un brillante studente di Harward che ha preferito lavorare per i neri, arrabbiati, nei sobborghi di Chigaco ad unprestigioso, e immediatamente piu’ remunerativo, studio di NY, uno dei tanti che l’ avevano cercato dopo la laurea. Se poi al nostro Siracusa resta dfficile immaginarsi anche per un solo momemto con la pele nera e con il contrasto razziale che gli scorre nelle vene, gli consglio almeno di leggersi “Dreams from my father”, autobiografia di Obama. Se avesse dificolta’ con l’ inglese segnalo che in questi giorni e’ uscita una edizione tradotta in italiano.
Una bianca arrabbiata con chi non sa riconoscere i segni di speranza.
Non vedo in Barack Hossein Obama la novità che gli si attribuisce. Prima di tutto come figlio di un keniano non possiede la tradizione e il rancore storico dei neri americani. Diciamo che è un nero appiccicato alla comunità nera discendente dagli schiavi. In secondo luogo, ma qua il discorso è metapolitico, se il “change” ha un’accoglienza travolgente significa che è già esaurito. In terzo luogo i suoi grandi interventi oratori ricalcano il mito dei diritti civili degli anni sessanta USA, diritti civili che le stupide sinistre europee hanno scimmiottato perdendo la propria storicità critica poiché da noi indicano una battaglia di retroguardia. In quarto luogo Obama è un prodotto hollywoodiano, non dimentichiamo che in USA anche la comparsa d’un film western passa per intellettuale, e la novità somatica insieme alla voce priapesca del neoeletto hanno scatenato l’entusiasmo dell’elettoralto femminile e degli uomini-donna, cioè della maggioranza maschile non omosessuale. In quarto luogo il “change” maniacale – ma nessuno ha regalato a Obama “Il Gattopardo”? – è troppo omologo coi prodotti del mercato perché possa dare un nuovo che non sia riciclato. In quinto luogo va immediatamente denunciato l’entusiasmo veltroniano assetato di svolte epocali: l’elezione di Obama rivela una sinistra americana ancora negli albori stenti d’una sinistra che l’Europa si è lasciata alle spalle da decenni. Quindi nessuna lezione di democrazia da una nazione in cui non vincono le idee vere ma le comunità etniche, in cui il minestrone delle invidie interazziali passa per intercultura. E poi l’ultima e più triste conferma: i giovani sono i veri nuovi vecchi abbagliati da una confusa e affatto scontata identificazione tra il nuovo e il “change”. E se il nuovo politico stesse altrove dal cambiamento e dalla conservazione? La mancata copertura d”assistenza sanitaria e il disinteresse degli afro e ispanoamericani per la politica filoisraeliana sono i veri motivi della vittoria di Obama, motivi che per l’ex potenza mondiale USA si rivelano alla fine molto terra terra. Probabilmente Obama sarà un sinistrone in politica interna, un destrone in politica estera con piroette varie in linea col suo andamento corporale tentennone da Actor’s Studios, anche questo molto giovanile e ricco di “change”. Per il resto mi sembra un ragazzuccio pieno di retorica votato da milioni di ragazzucci pieni di retorica. E per carità non ci perdiamo in confronti col gigante Abramo Lincoln! M.S.