‘E tu m’amavi per la mia sventura, ed io per la tua pietà…’ Recitava Amleto a Desdemona. La famosa ‘Pietas’ tanto invocata dai Latini, insieme senso della religiosità e rispetto verso gli dei e gli uomini. Valore trascorso e caduto in disuso. La pietà continua ad esistere ma secondo una declinazione di sentimenti e di emozioni che ha a che vedere più con il disgusto, il ribrezzo (‘mi fai pietà’, ‘susciti la mia pietà’), con una compassione distante e lacrimevole che trasforma la pietà in pena, piuttosto che con la compartecipazione o il rispetto della condizione altrui.
Si prova pietà con lo stomaco pieno e la casa riscaldata per lontani bambini affamati di cui ci pervengono rare immagini in televisione, o per lo straccione silenzioso e elemosinante che siede ai margini delle nostre strade e ingombra il nostro passaggio (ma più spesso in questo caso si prova solo pena). Ma non si prova niente per chi con noi condivide la stessa umana sventura del momento. Non si prova niente o si prova rancore e dispetto per chi, compagno di sorte ingrata, vorrebbe condividere con noi gli espedienti per la sopravvivenza.
Questo però non capita dove c’è l’abitudine a considerare la vita una continua lotta per continuare a viverla, e quindi la condivisione delle risorse una necessità, per garantire la sopravvivenza del gruppo prima ancora che del singolo. Capita piuttosto dove la vita è opulenta e l’improvvisa situazione di bisogno scatena l’ ‘homo lupus’ insito dentro di noi, nemico del suo stesso simile.
‘L’isola dei famosi’, seguitissimo reality di Raidue in onda in queste settimane, ne è un esempio. La forzata sopravvivenza su un’isola in qualità di naufraghi fa emergere alcuni degli istinti più brutali dell’essere umano capitalista e appartenente alla ‘società dei Magnaccioni’. Durante una puntata serale dello show la conduttrice Simona Ventura ha sottolineato che due gemelle concorrenti, considerate un unico giocatore, stavano mangiando, come peraltro parrebbe normale (ma nei reality niente lo è del tutto), per due, pur avendo ufficialmente diritto ad una sola porzione in coppia. Gli altri naufraghi, furiosi e indispettiti, hanno censurato criticamente la straordinaria mancanza di correttezza delle due gemelle che, affamate, non hanno rivelato di avere diritto ad una sola porzione di cibo in due!! Mi sono chiesta: perché nessuno ha sostenuto le ragioni della sopravvivenza a difesa delle due ragazze? Perché nessuno ha sostenuto le ragioni della pietà e della condivisione per contravvenire all’impietoso regolamento? Capisco che l’applicazione di un concetto così alto come quello della Pietas, ad un prodotto dello show business, possa apparire fuori luogo, ma so anche che per la stupidità un luogo c’è sempre.
Il buon senso…questo sconosciuto!
Tornano alla ribalta due dei casi di cronaca nera più noti della storia degli ultimi anni: la vicenda di Pietro Maso e di Ferdinando Carretta, feroci sterminatori dei propri familiari. Recentemente il primo è stato ammesso al regime carcerario di semilibertà e al secondo è stato concesso di rientrare in possesso di parte dell’eredità dei genitori per un totale di più di trecentomila euro. I benefici carcerari, gli sconti di pena sono ammissibili e coerenti con la volontà di rieducare e non solo di punire chi si macchia di un reato, tuttavia viene da chiedersi: possibile che l’omicida dei propri genitori possa esserne anche l’erede? Non mi pare che esistano connessioni tra eredità incassate e rieducazione alla vita civile. Diciassette anni fa Pietro Maso uccise i genitori per impossessarsi del capitale di famiglia…Dopo la restituzione dell’eredità a Carretta è possibile aspettarsi anche lo stesso trattamento per Maso? Mi domando quanti altri paradossi occorrano al nostro sistema legislativo e giudiziario per rivalutare il valore sconosciuto e intramontabile del buon senso e, come scriveva Eugenio Montale, della comune ‘decenza quotidiana’…
R. B.

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