Cosa hanno in comune il rifiuto di Di Pietro, e forse anche dei radicali, di fare gruppo unico col PD alla Camera e al Senato, e le dispute sul prossimo governo Berlusconi che sarà composto, quasi certamente da 18 ministri e non da 12 come efficacemente annunciato in campagna elettorale? Stiamo parlando di partiti che hanno avuto sorte diversa: il PD di Veltroni ha subito una sonora batosta alle elezioni, il PDL di Berlusconi ne è uscito nettamente vincitore.
Ma entrambi avevano illuso gli elettori manifestando l’intenzione di voler “semplificare” il quadro politico italiano per avviarsi progressivamente lungo la via del bipartitismo.
Veltroni aveva accettato il collegamento elettorale solo con l’IDV dell’ex PM Antonio Di Pietro (e qualcuno prima o poi dovrà spiegare perché, pena la legittimazione delle ipotesi più infamanti); Berlusconi di eccezioni ne aveva consentite due, con la Lega di Bossi e con il movimento per le autonomie di Lombardo.
Ad una analisi superficiale o interessata, gli elettori sembravano aver premiato questa scelta e di aver condiviso la direzione di marcia verso il bipartitismo. Da Pensalibero questa tesi era stata confutata: a causa dei numeri che, letti in profondità, dimostravano che i consensi per PD e PDL erano stati addirittura inferiori a quelli raccolti due anni fa dai soggetti che hanno dato vita a questi due partiti. Ma anche in seguito alla lettura politica del voto che, casomai, aveva premiato gli alleati di PD e PDL. Dunque, l’indicazione del voto utile, aveva fatto guadagnare non i partiti che la propagandavano ma i loro alleati e gli elettori si erano mantenuti abbondantemente diffidenti verso le due formazioni maggiori.
Ora i giochi si sono fatti scoperti: non tutti puntavano realmente al bipartitismo: Di Pietro e, forse, i radicali hanno incassato ma non hanno alcuna intenzione di pagare pegno. E Berlusconi ha ottenuto il premio della presunta semplificazione ma di nuovo deve vedersela con formazioni politiche che non hanno alcuna voglia di sciogliersi. Tanto che la gestazione del governo è più laboriosa del previsto. Ed occorre portare da 12 a 18 ilnumerodei ministri per le esigenze della Lega di Bossi, della Lega meridionale di Lombardo (che arriva addirittura a minacciare l’appoggio esterno), della DC di Rotondi forse anche del liberaldemocratici di Dini, oltre, ovviamente, a quelle di AN e di Fini.
Insomma: hanno fatto finta di mettersi in un solo partito o di stare per farlo, hanno nominato loro stessi i parlamentari espropriando i cittadini di questo diritto, e già si sono rimangiati tutto e si trovano nei casini.
Qualcuno ancora pensa che la via verso il bipartitismo sia senza ritorno?
n.c.

E di che stupirsi? Non è la prima volta (e non sarà l’ultima ) che politicanti da strapazzo si rimangiano la sera quello che hanno promesso la mattina, sulla testa di utili idioti (illusi) che pur di brillare di luce riflessa farebbero carte false e i zerbini dei potenti.
Il risultato è chiaro da questa tornata elettorale, per chi lo vuol vedere.
Il bipartitismo non convince, PD-PDL perdono consensi rispetto a due anni fa, non franano grazie ai “beoti” illusi da un voto utile che non c’è stato, perchè il risultato era già scritto in partenza.
Gli alleati portano a casa più del loro peso (meno male), perchè almeno interpretano una minima voglia di cambiamento e adesso è giusto che si gestiscano come credono il consenso ricevuto. Le ruote di scorta non fanno testo, le costole non sono in grado di contare nulla, nè sole, nè aggregate.
La Lega ha il boccino, assicurerà responsabilmente la propria parte al governo, che può fare a meno del PD, destinato a liquefarsi.
I partiti non devono dar di conto a nessuno nell’accettare o meno altri in coalizione.
Certo un’osservazione è evidente: meglio l’alleanza con un partito con un’identità distinta, che con partiti trasparenti, nè carne , nè pesce, votati comunque a far da ruota di scorta ai propri padroni.
Francesco Attolico D.S.E. Puglia
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