Compagne, Compagni,
Dobbiamo immergerci nella nudità degli uomini. Comprendere il noi stessi.
Nella varietà delle pulsioni e della passioni. Dei disagi e degli amori.
In questa nudità discernere la limitazione del nostro tempo.
E la barbarie. Che ha, pretesto, la nostra provvisorietà. La inconclusione del rapporto società-stato/essere vivente. La minaccia. L’annientamento. Del sorriso. Della poetica.
Poetica che ci slancia nell’oltre tempo. Nell’oltre umano.
Svincolandoci dalle incertezze della fisicità. E. Dei dinieghi. Delle devastazioni. Del turpiloquio che l’animale-uomo declama verso se stesso.
Per la sua sopravvivenza.
Se non infonderci. Sapere. Almeno. Per invocare. Praticare la poetica della politica.
Sintesi delle congiunzioni. Innesco del dinamismo etico/sociale.
Le diversità non possono spaventare. Se non, quando sono una acquiescenza di costume. Precipitazione verso la intollerabilità. Proposte di circoscrizioni. In un sistema in cui la fragilità fonda e si affonda nelle categorie. Nelle appartenenze certificate. Nel destino assegnato, immodificabile, alle appartenenze. Nella costruzione e alimentazione di un sistema.
Le separazioni, eviscerate soltanto se anomalie della gestione del sistema.
Dovremmo ben accorgerci.
Il fine del sistema mi resta sconosciuto. Molti, come, più di me, hanno ricondotto, nel sistema e nelle separazioni dal sistema, l’etica. O lo storicismo. O la conflittualità sulle necessità primarie. Anche filtrate per le incognite religiose. Ovvero, tutte quelle plausibili ipotetesi di funzionalità e di sussistenza. Di incentivazione.
Se ne sono elaborati flussi, possibilità, alternanze, determinismi.
Mutevolezze temporali. In una riflessione abbacinata. Dalla esperienza solitaria, quindi al bisogno. Dalla costrizione mistica, quindi alla solidarietà secolare. Dalla conflittualità spaziale, quindi alla paura.
Oggi, riconduco il piacere. La compiacenza affermativa della propria fisicità. La perpetuazione della propria fisicità. Anche attraverso dii o dei. Anche senza dii o dei.
Un processo di accumulo del piacere. In un trasversalità temporale e geografica. Che si è alimentata e si alimenta, che si è preservata e si perserva, con il bisogno. La solidarietà. La paura.
L’assorbimento, alternante, e l’annullamento, persistente, di ciò che è
esterno: sono le funzioni del sacerdozio del sistema. Sacerdozio, casta.
La casta concede indigenze. Asserve indigenze. Le manipola. Le snatura. Le redime. Le rinnova.
La casta promuove l’etica. La lotta. Il conflitto verso se stessa. Le mutazioni in cui impantanare la memoria. Nel futuro.
Con il proselitismo alla servitù delle generazioni. Senza presente. Oggi.
Più di ieri.
Il piacere è immutabile. Incrementabile. Indeflettibile.
Il piacere incombe, anche qui, sulla costituzione di una comunità politica.
Ne sancisce la sinteticità su cui fondare le proprie alternatività. Ne delimita i confini strategici. Gli abbandoni cui sarà preventivamente costretta.
Ammoniti, non ci si potrà nascondere nella protesta delle appartenenze. Non si potrà, nell’arco della nostra vita secolare, impedire il formarsi del processo di predominio in atto.
Partecipi ancora stupefatti. Intontiti. Dell’assorbimento e dell’annullamento.
Forse, potremo, soltanto, rallentare questo processo. Renderlo inefficace a quelle necessitazioni mutanti. Che proverranno, alla casta, dalla scienza, dall’arte, dalla tecnica.
E, contrastare, mossa dopo mossa, esigenza dopo esigenza. Producendo.
Esasperando movimenti di disgregazione. Di resistenza. Di proposta.
Per voci, insensibili alle mie riflessioni, vagano richiami alla “sinistra”.
E il rifiuto della “destra”. Ovvero il contrario. Una accettazione e un rifiuto viscerale.
Anatemi. Per una appartenenza taumaturgica.
Velleitariamente risolutivi di tutte le questioni. Entrambi disinvoltamente acquiescenti. Partecipi ignari, drammaticamente ignari, della lievitazione del sistema. Viziati da una irragionevolezza di analisi che
alternativamente affida, alla sola definzione, l’occultameno e la
fermentazione. Di pretese lobbistiche, reazionarie, oscurantiste e
forcaiole: la insinuazione e la fermentazione del piacere. L’orgoglio. La vita della casta.
Affabulazioni. Maschere. Della sinistra. Della destra.
Tra cui non sono. Non potrò essere.
Insisto. Si impone, nel nostro discorrere, la necessità primaria di consegnare alla comunità una poetica della politica.
Capacità impedita e non percepita. Sulla cui assenza si è infranto, piaccia o non piaccia, si contrasti o si approva, il Partito Socialista. Con esso, il corallario laico. Crollo sopravvenuto, ideologicamente, nella teoria -di epigono tardo romantico, estetico- dei “meriti e bisogni” e “delle povertà vecchie e nuove”. Di una democrazia avulsa dal territorio. Di un liberalesimo tradotto in nota di profitto.
Chiavi di accesso. Permeabilità della casta.
Meriti e bisogni che non hanno fatto distinguo tra diseredati e sazi.
Impediti e dominatori. Violentati e aguzzini. Ritardatari e operosi. Mafiosi e vittime.
Ammassandoli. Nella società dell’effimero. Del consumo post industriale.
Povertà vecchie e nuove che, nella dinamica dello sfruttamento e della separazione occorrerà -come è occorso- che siano richiamate al giustificato persistere delle indigenze. Per la giustificazione moralistica della casta.
Non seppe il Socialismo italiano disancorarsi dalla parzialità di strategie del consenso.
Alterando quella volontà di potenza del riformismo che era, ed è, la “rivoluzione in cammino”. Rivoluzione. Non altro
Si precipitò nel vago.
Si assecondò la prospettazione di una società dell’equivoco. Sollecitata a tacitarsi. Nella appropriazione di un parziale e disarmonico e diseguale uso delle teconologie e delle economie.
In questo vago, in questa servitù alla casta, non fu limpida –o
mistificata- la percezione del futuribile. La modificazione dei sistemi produttivi, energetici, comunicativi. Le mutazioni che imponevano. Gli agguati.
Mancò la volontà di indagare. Di annusare. Le menti storicizzanti, come Francesco De Martino, furono occultate. Si auspicò e consentì –grave fu la colpa di Craxi- che una banda di accattoni e di infiltrati si impossessasse dell’ideologia.
Noi abbiamo perdonato. Non perdoneremo una seconda volta.
Insisto, ancora. Poetica della politica. Come indipendenza delle esigenze.
Come lotta al commercio delle culture. Come lotta alla massificazione
delle informazioni. Come lotta alla robottizzazione umana. Come comunicazione. Come modo del linguaggio.
La natura insegna i tempi della riproduzione. Dell’adattamento. Della modificazione delle specie. Scandisce il ritmo. Noi umani acceleriamo i processi. Ci muove la ambizione di devastare regole e leggi. Di alterare le necessità. Rapportandole alla nostra insaziabile, confusa, necessità di vivere.
Così, il progresso anticipato. Il gusto del progresso.
Insidia di volontà reazionarie, oscurantiste, demagogiche, opportuniste.
Dominanti e inficianti la nostra legittimità ad essere curiosi.
I guasti della famelicità all’ignoto li riversiamo, giustificati, sulle generazioni future.
E questo è della casta. Non del Socialismo.
Socialisti?
E dovremo essere attenti. Discernere, allora, dal patrocinare e sostenere tutte quelle forme improprie della libertà. Confuse nell’abuso dell’individualità. Pretestuosa. Inconsapevole.
Sfuggire gli adescamenti semplicistici. Riconfiguare i ruoli del progetto umano. Di cui le religioni trascendenti, la metafisica, si sono appropriate.
Esse, colluse alla casta. Nell’assenza di una ideologia umana.
Rivoluzionaria. Riformista. Socialista.
Il progresso. L’evoluzione. Non possono essere sprecate nel riciclo dei rammarichi. La storia è satura. Di illusioni. Di sperimenti. Di pentimenti. Di riparazioni. Di maledizioni.
Il Socialismo contemporaneo, per aspirare ad essere Socialismo del futuro, non può essere discosto dalle diversità. Dalle separazioni, reiettate dalla casta. A queste offrendo il grido di lotta. Di etica politica. Di esistenza. Affidandosi ai lavoratori, ai giovani, ai diseredati. A quelli che hanno vissuto rantoli e sangue. Nelle trincee. Nella barbarie. Nelle solitudini.
Penso, Compagni, al Socialismo degli operosi. Dei dedicati.
La mia classe è la classe degli uomini nudi. Degli uomini del sorriso. Degli uomini di pace. La classe che rifugge gli interessi di poteri minimi. I privilegi dei poteri minimi. Apparenti. Seppur influenti. Ostativi. La classe che non è assente. La classe di cui invoco la lotta. Socialista.
La consapevolezza. L’unità. Il coinvolgimento. La rappresentanza di questa classe è il futuro prossimo del Socialismo Italiano. E non solo.
Per sedurre. O combattere la “grande madre” della società che si compie: la ricerca. Con essa la tecnologia. L’energia . Il controllo planetario.
Dalla cosmogonia, siamo pervenuti alle nanoteconologie. Alla biogenetica.
Abbiamo imitato il fuoco e la voce degli dei. Ma abbiamo perso il mito. La elargizione del mito. L’uguaglianza del mito.
Ingabbiando la ricerca. Nei brevetti.
Qui, nei brevetti, la lotta della liberazione Socialista.
La liberazione della scienza. La opportunità planetaria della scienza. La smilitarizzazione e la decommercializzazione della ricerca.
Occorre un ripiegamento. Veloce. Sottrarre la produzione intellettuale della ricerca e delle derivazioni applicative alla economia del libero mercato.
Riconducendone la gestione alle comunità, agli stati, alle organizzazioni internazionali.
E’ tempo che i Socialisti si approccino al confronto-scontro della politica del XXI secolo.
Anche ripiegando. Anche apparentemente retrodatandosi.
Io non so profetizzare. E, nell’ordine del caos, le cause e gli effetti sono la conoscenza del dopo.
Ma mi appare evidente che la “grande madre”, se non sedotta, determinerà l’appropriazione e il monopolio delle risorse primarie. La distribuzione energetica. I flussi comunicativi.
Tutto ciò che sarà oltre essa sarà il di fuori di essa. Il niente. E il niente potrà solo annoverare il niente della guerra, della carestia, della miseria, della desertificazione delle coscienze. Per un nuovo e più isolante feudalesimo. Giocato, anche, sui confini delle conflittualità religiose.
Il sigillo, umano, non rivelato. Dell’apocalisse.
Ad ogni popolo. Ad ogni etnia. Ad ogni comunità. Non può essere negato il
diritto- dovere di lavorare la propria storia sul territorio coltivato per le proprie esigenze culturali e morali e religiose. Nel comune interesse planetario che siano tutelati i diritti fondanti della vita e della personalità umana. Degli uomini. Delle donne. Dei bambini. Dell’ambiente.
Della pace.
I processi di aggregazione violano i principi primari delle autonomie.
Snaturano le caratteristiche identificative delle culture. Alterano le condizioni migratorie. Impediscono l’attuazione di una effettuale solidarietà e cooperazione, socialista, volta a sostenere le prerogative produttive. Specie intellettive. Praticano una invasione silente, finanziaria. Una spoliazione e invalidità delle risorse.
Non altrimenti potranno domani leggersi le condizioni dell’Europa Unita.
Europa finanziaria e monetaria. Di banchieri. Di finanzieri. Di collusi. Di corrotti. Non di popoli. Che aveva un transitoria motivazione
economico/politica, di ricostruzione, al termine della seconda guerra
mondiale. Assorbendo, quindi usufruendone, l’obbligo degli Stati Uniti a sostenere la propria attività industriale trans-bellica.
Ciò si è protatto nella politica dei blocchi. Distoltisi i paesi europei, inerti, dallo sviluppare compiutamente e preventivamente una economia di pace. Disattenti o correi nel condizionare o concertare l’invasione finanziaria araba. La sovraproduzione orientale. Solo aggregandosi alla economia bellica e nuovamente post-bellica degli Stati Uniti. In nome di ricordi di una allleanza oggi non più motivata. Che, nel caso, dovrebbe mutare il nome da “atlantica” in “ trans-oceanica “.
Una sconcertazione economica in cui la casta ha preventivato ed agito la riserva del proprio divenire. Nell’imposizione di una politica monetaristica, decritta sui trattati fantasiosi della economia e non sulla
concretezza dell’economia letta, sofferta, sudata, sulle necessità
primarie dei popoli.
A questo ribaltamento delle verità – adulterazione “colta” della economia- i Socialisti hanno l’onere di dire: basta!
Non è ideologicamente sostenibile, da Socialisti, qualsivoglia modulo internazionale che si fondi sulla globalizzazione finanziaria. Sull’unicità delle sedi di decisione. Sulla imposizione. Come metodo di deliberazione.
Spero che i miei richiami al Socialismo non ledano le sensibilità dei partecipanti all’assemblea, con storie e memorie diverse. Ma è lecito affermare che, nella sua proto-origine, nel suo farsi e nel suo percorso, il Socialismo le abbia recepite, tutte.
Fondendosi con esse. Esprimendole. Raccontandole.
Io credo di poter invocare, oggi, la discriminazione del falso. Invocare la costruzione di una forza politica, non più partito, non già movimento, che abbia da se stessa la capacità e la determinazione di scardinare i propri poteri. Individuali e comuni.
Abbandonando, se conquistati, le facoltà, i lussi, i vizi, delle posizioni dominanti.
Con le ragioni dell’umiltà.
Una partito della Rivoluzione. Autentica incarnazione della “rivoluzione in cammino”.
Non a destra. Non a sinistra. Punto di fuga. Oltre la sinistra. Delle possibilità politiche del XXI secolo. Di quelle possibilità della poetica politica.
Occore il tempo per lavorarlo.
C’è il tempo. Se emergerà la volontà del tempo. Se le azioni di coinvolgimento delle coscienze saranno graduali. E finalizzate. A smascherare. Far deflagrare la casta.
Ritengo. Credo che una possibile prima azione di presenza e di incidenza sia lo scardinamento della impune sedimentazione e incremento parassitario delle ricchezze. Della differenza incidente.
Ciò, passa attraverso la rivisitazione del sistema del prelievo fiscale. E propongo la lotta per la determinazione del tributo.
Sull’accumulo e non più sul reddito.
Una lotta che minerà, forse, le nostre sicurezze. Le nostre ricchezze. Ma che consentirà alle povertà di avere possibilità di voce. Di esistenza. E, insieme, sedurre la “grande madre”.
Per il Socialismo. Per la nostra storia transitoria.
Ma, Compagne e Compagni, se tutto ciò non sarà possibile, avvenga che ciascuno -per la propria onestà, coerenza e dedizione- giochi la propria storia.
Vi ho nel cuore,
franchini
Per aderire all’assemblea fare click su:ADESIONE ALL’ASSEMBLEA

Lascia un commento