Jorge da Burgos voleva abolire il riso. Era disposto a tutto, l’anziano monaco cieco, pur di tener nascosto agli altri religiosi il secondo libro della Poetica di Aristotele.
La morte, diceva, non è che un inevitabile destino, per coloro che avessero sfiorato con la punta delle dita le pagine lise e ingiallite dell’antico manoscritto. Per chi avesse osato accostarsi, senza timor di Dio, al mondo empio e blasfemo del riso.
Haec est Dei voluntas.
Jorge da Burgos non tollerava che vi fossero opere che propugnavano la liceità del riso.
Era per lui un affronto. Un’offesa. La verità cristiana, pensava, si sarebbe dovuta manifestare nella sua purezza, anche a costo della morte. Cos’è la morte, dopo tutto? Era certo che vi fossero cose più importanti della morte. Gli infedeli, a detta sua, meritano questo e altro.
Già, gli infedeli.
Con i tempi che corrono, la vicenda di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk torna straordinariamente attuale.
“Forse – ebbe a dire Guglielmo – il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità.”
Giulio Laroni

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