Senza mezzi termini. La Leopolda n° 6 è stata una delusione. Nessun messaggio forte, nessuna evocazione di nuova frontiera, solo la riproposizione, ormai stanca e ripetitiva, di quanto realizzato in questo anno e mezzo di governo. Se va avanti così, senza un salto di qualità, nelle realizzazioni e nella comunicazione, Renzi finirà per incartarsi. Sotto l’incalzare degli eventi, fare le cose è molto diverso dal dire le cose che dovrebbero essere fatte, è andato completamente perso lo spirito del 2010, quello che portò l’allora semisconosciuto Renzi alla ribalta della politica nazionale. La rottamazione è rimasta a metà strada. Fatta a livello nazionale, del tutto incompiuta a quello locale. Anche il programma messo a punto nell’edizione del 2011, le 100 cose da fare per l’Italia, è rimasto in gran parte lettera morta, soprattutto in campo economico dove non si è avuto nessun taglio della spesa pubblica, nessun passo avanti in tema di liberalizzazioni, nessun inizio della tanto promessa e sbandierata riforma delle municipalizzate. Intendiamoci. In un anno e mezzo di governo, che pure ha visto rompere alcuni tabù non secondari, come nel settore del lavoro, delle tasse (che fortunatamente non sono più “bellissime”), delle riforme istituzionali, non si può certo fare tutto. Si può però segnare il senso di marcia. Renzi era partito lancia in resta poi, strada facendo, ha dovuto rallentare, fermarsi, scendere a tanti compromessi. Nel programma come nella rottamazione. In periferia il PD è nel caos. Vecchi leader e cacicchi locali stanno prendendo il sopravvento e puntano a tornare determinanti anche sul piano nazionale. Nel programma la stessa cosa. L’unica riforma vera è stata quella del lavoro. Il resto è tutto molto pasticciato, frutto di compromessi al ribasso. Eclatante l’esempio della scuola. Se rileggiamo il programma del 2011 e lo paragoniamo al provvedimento adottato, e fra l’altro contestato, c’è un abisso. Così su legge elettorale e riforme istituzionali. Renzi è oggettivamente in difficoltà. O rilancia e va avanti o viene risucchiato. L’occasione giusta era quella di questa Leopolda. Il Premier, nel luogo simbolo della sua investitura politica nazionale, doveva lanciare nuovamente il suo guanto di sfida. Stanare gli oppositori interni, che sono tanti e tutti in attesa sulla sponda del fiume, e sfidare i troppi conformismi esterni. Sulla strada di Renzi ci sono alcuni macigni. L’ultimo è quello di Banca Etruria. Se il fatto fosse avvenuto ai tempi di Berlusconi e al posto della Boschi ci fossero state la Gelmini o la Carfagna, cosa sarebbe successo? Cosa avrebbero scritto i giornali? Può darsi che il padre della Boschi sia candido come un giglio ma in politica quello che appare è spesso più importante di quello che è. E quello che appare è un gigantesco conflitto di interessi. Non si può far finta di non vederlo. Ma poi ci sono i casi di Roma, con Marino, della Sicilia, con Crocetta e il suo continuo ricambio di assessori, delle richieste, interne ed esterne al PD, di tornare alla politica unitaria con Sel, le difficoltà e i contrasti nell’individuazione dei candidati sindaci delle città più importanti. E oltre a questo le tante resistenze delle mille corporazioni italiane. Tutto piombo nelle ali del governo. Per questo Renzi doveva alzare la posta e buttare il cuore oltre l’ostacolo. Doveva suscitare entusiasmo, non fare il ragioniere ricordando il lavoro svolto e puntando, implicitamente, sull’inconsistenza politica del centro destra. La mancanza di un’ alternativa seria al governo attuale non è una garanzia per il futuro. Renzi potrà anche arrivare al 2018 ma se ci arriverà sopravvivendo giorno per giorno, magari con qualche manovra di Palazzo alla Verdini, il prezzo che sarà chiamato a pagare il Paese sarà altissimo.
La sfida mancata
L’ultima Leopolda è stata un’occasione persa. Renzi ha fatto il ragioniere, ricordando le cose fatte e stando sostanzialmente sulla difensiva. Doveva invece alzare la posta, rilanciare il programma del 2011 e sfidare gli oppositori interni ed esterni.

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