Lo abbiamo scritto più volte, perché gli episodi sono ormai frequentissimi. Ci sono comportamenti che da soli illustrano lo squallore politico e istituzionale cui siamo pervenuti, più di un intero trattato. Per esempio l’improntitudine con la quale magistrati e alti funzionari dello Stato, che dovrebbero essere al di sopra di ogni sospetto di imparzialità, si offrono e cedono alle lusinghe della politica indossando casacche di partito. Ne abbiamo parlato a proposito della indecente campagna di reclutamento per le candidature a sindaco di città importanti come Milano e Roma, per le quali vengono corteggiati manager pubblici, prefetti, magistrati: Addirittura, per alcuni, si è pensato di conferire appositamente gli incarichi al fine di sfruttare la popolarità acquisita nell’esercizio di pubbliche funzioni, al momento del voto.
E’ la dimostrazione del venir meno di ogni etica politica. E’ sparito del tutto il concetto di “terzietà” di funzioni particolarmente delicate. Ed è il segnale del decadimento della democrazia, per altri versi dimostrato da leggi elettorali e costituzionali disegnate secondo interessi contingenti.
Ugualmente grave è il protrarsi del vuoto all’interno della Corte Costituzionale, una Istituzione che rappresenta l’architrave di ogni vera democrazia. Da un anno e mezzo la Corte è incompleta di tre dei suoi quindici membri, tutti di designazione parlamentare. Il suo delicato equilibrio tra membri di designazione parlamentare, togati e di nomina presidenziale (cinque, cinque e cinque) ne risulta gravemente compromessa. La funzionalità pure, dal momento che per deliberare ha bisogno della presenza di almeno undici membri. Attualmente siamo a dodici. Ma i requisiti per essere giudici costituzionali sono tali che quasi sempre ci si arriva in età non più verdissima, per cui può capitare che qualche raffreddore di troppo ne comprometta la tempestività. Il Parlamento, in seduta comune, ha già proceduto ad una trentina di tentativi, tutti inutili: il quorum non è stato raggiunto. Le conseguenze sono gravi, ma nessuno, salvo numerosi esponenti radicali, a cominciare da Pannella, sembra capire quanto il problema sia grave. Le decisioni della Corte sono spesso di vitale importanza. Per la democrazia, ma anche per questioni che toccano da vicino i cittadini: pensioni, diritti civili, lavoro, etc. La Corte decide sulla vita e sulla morte delle leggi, scusate se è poco. La sua incompletezza può condizionare le sentenze. Può ribaltarle. Eppure, si va avanti in questa situazione da un anno e mezzo, senza che nemmeno la stampa denunci lo scandalo. Eppure, sarebbe bastato, in questo anno e mezzo, un decimo dei titoli dedicati in un solo giorno alla Leopolda, per dare una scossa forse decisiva.
Cosa possiamo ricavarne come giudizio?
In primo luogo la conferma di quanto sciagurato sia stato il comportamento di chi (l’allora presidente Napolitano) ha preferito rabberciare maggioranze parlamentari piuttosto che prendere atto che la situazione richiedeva un nuovo ricorso alle urne. Se non si riesce nemmeno a eleggere i giudici costituzionali, figurarsi tutto il resto.
In secondo luogo viene dimostrata la caduta verticale della qualità della nostra democrazia, nella quale le regole vengono modificate per convenienza, o, per lo stesso motivo, non applicate.
Si dice, infatti, che uno dei motivi del braccio di ferro sui nuovi giudici sia il prossimo giudizio sulla questione di costituzionalità sollevata per la nuova legge elettorale. Da una parte e dall’altra si vorrebbero giudici favorevoli alla propria tesi. Non basta, cioè, che siano competenti. Dovrebbero essere anche pregiudizialmente orientati!
Potrebbe essere vero. Purtroppo.

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